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“Che perder tempo a chi più sa, più spiace”, il modo di dire nato da Dante

Cos'è il tempo secondo il Sommo Poeta? In occasione delle celebrazioni di Dante, scopriamo l'origine e il significato dei versi della Divina Commedia.

Il verso della Divina Commedia “che perder tempo a chi più sa, più spiace” (Pg, III, 78) contiene uno dei tanti emblemi memoriali danteschi che sono stati decontestualizzati dall’origine poetica e ricollocati nell’universo della saggezza popolare. Siamo nell’Antipurgatorio, e Virgilio chiede a una schiera di anime che incede lentissimamente verso di loro quale sia la strada migliore per salire la montagna. La domanda è sigillata da una sententia destinata a diventare proverbiale. Il significato è il seguente: più una persona è saggia, più è consapevole del valore del tempo e si rammarica di perderlo.

Il tempo nel Purgatorio

Il tempo è il grande protagonista della seconda cantica (è abolito sia all’Inferno sia al Paradiso, dove alle anime sono riservate la dannazione e la beatitudine eterne). Il Purgatorio è una clinica dell’anima dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno. Possiamo anche definirlo il regno dei contratti a tempo determinato, dove le anime espiano le loro colpe in attesa dell’assunzione a tempo indeterminato in Paradiso! Il tempo ha qui una funzione importante, nel senso che scandisce il lento processo di guarigione dal peccato e di riabilitazione morale che permette agli spiriti di portare a compimento il processo di purificatio animae e di munditia cordis.

Noi lettori contemporanei – pronipoti della psicoanalisi (la grande invenzione novecentesca) possiamo meglio intendere la straordinaria intuizione dantesca, secondo la quale non basta pentirsi del male compiuto per gettarselo dietro le spalle: occorre appunto del tempo per rielaborare interiormente i propri traumi e rinascere moralmente a vita nuova.

Il tempo secondo i filosofi antichi

La meditatio temporis è uno dei grandi temi della filosofia. Nel mondo antico, la riflessione più acuta è quella di Seneca, il quale in uno dei suoi testi più studiati (la lettera che inaugura l’ epistolario a Lucilio) scrive che tutte le cose ci sono estranee (omnia aliena sunt); solo il tempo è in nostro possesso (tempus tantum nostrum est).
Non c’è bene materiale che – una volta perso – non possa essere riconquistato: solo il tempo è irreversibile. In nessun modo è possibile recuperare il tempo trascorso. Secondo Seneca, l’errore compiuto dalla maggior parte degli uomini consiste nell’immaginare la morte come una realtà che sta davanti a noi, l’esito naturale della nostra esistenza. Essa, in realtà, è dietro di noi; non è altro che la somma di tutti i nostri ieri. Il saggio è colui che ne è consapevole e di conseguenza amministra il presente con la massima oculatezza, cercando di vivere proficuamente ogni istante.

Il poeta di età augustea Orazio in una celebre poesia invita la sua interlocutrice a cogliere l’attimo (carpe diem), ossia ad amministrare il tempo a disposizione con intelligenza, senza preoccuparsi troppo del futuro (Pier Paolo Pasolini scriverà che « la luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci»).

In una delle sue poesie più belle, il poeta greco C. Kavafis proporrà la seguente metafora: la sequenza dei giorni della vita umana sono una fila di candele: quelle spente sono i giorni del passato, quelle ancora accese i giorni da vivere. Il poeta prova sgomento nel vedere come si allunga velocemente la fila delle candele spente. La consapevolezza della brevità della vita umana non deve essere un pensiero oppressivo, ma un invito a non sciupare la nostra più grande ricchezza: che perder tempo, a chi più sa, più spiace.

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