”Festa mobile”, un affascinante viaggio nella Parigi di Hemingway

Ogni frase e ogni parola di Hemingway sono dettate dalla sua vita, dalle sue passioni, dai suoi amori, dalle sue guerre. ''Festa Mobile'' non è un libro più autobiografico di tutti gli altri...

Pubblichiamo la recensione di Francesco Scarlata per l’attenta analisi del capolavoro meno conosciuto del grande scrittore statunitense

Ogni frase e ogni parola di Hemingway sono dettate dalla sua vita, dalle sue passioni, dai suoi amori, dalle sue guerre. ”Festa Mobile” non è un libro più autobiografico di tutti gli altri solo perché sulla quarta di copertina c’è scritto che è un ricordo accorato degli anni trascorsi nella piovosa Parigi degli anni Venti. “Festa Mobile” è questo, e anche di più. È uno sguardo retrospettivo, se vogliamo paradossale: è un inno all’essere scrittori, al vivere da scrittori, pronunciato da un artista alla fine della sua carriera e della sua vita e la cui vena è ormai inevitabilmente in secca. E lui lo sa, ne è lucidamente consapevole. In una conversazione telefonica del 1961 lo dice chiaramente all’amico che sta dall’altra parte della cornetta: “Non riesco a finire il libro. Non riesco. Me ne sto davanti a questa maledetta scrivania tutto il giorno, dalla mattina alla sera, e devo solo mettere giù una cosa, forse una frase soltanto, o forse di più, non lo so, ma non ce la faccio… Un libro dannatamente meraviglioso e non riesco a finirlo. Mi capisci?”

È un libro dannatamente meraviglioso, sì. Lo è perché è uno specchio che non riflette l’attuale verità. Immaginate Hemingway davanti ad uno specchio, immaginatelo alla fine degli anni Cinquanta: barba bianca e sguardo da vecchio lupo di mare, con gli occhi tristi però, con uno sguardo non più in grado di andare oltre il muro che gli si è stagliato irreversibilmente davanti. E cosa vede il vecchio Ernest guardandosi allo specchio? Non vede di certo il premio Nobel ormai incapace di mettere nero su bianco! Vede piuttosto un giovane povero e felice, ansioso di imparare, coraggioso nello scegliere, ammirato di fronte a cose e persone, capace di risollevarsi e di non perdere mai la speranza. Sebbene sia ancora alle prime armi, ha già le idee chiare sullo scrivere, tanto da permettersi di contrariare il già affermato Scott Fitzgerald, facendogli notare che modificare i suoi racconti per venderli meglio alle riviste non è certo una cosa di cui andare fieri.

Devo campare per scrivere libri migliori, gli risponderà l’amico. Un metodo di lavoro c’era: “imparai a non pensare a nulla di ciò che stavo scrivendo dal momento in cui smettevo di scrivere al momento in cui riprendevo il giorno dopo. In questo modo avrebbe lavorato il mio subconscio e al tempo stesso io avrei ascoltato altra gente e notato ogni cosa… Avevo imparato a non vuotare il pozzo della mia fantasia, ma a fermarmi sempre quando c’era ancora qualcosa, là in fondo, e a lasciare che tornasse a riempirsi durante la notte con l’acqua delle sorgenti che lo alimentavano.” “Fare” invece che “descrivere”: questo è il vero scrivere! Ma ancora Ernest non ha scritto il suo primo romanzo, e quindi è ancora alla ricerca, sente di dovere ancora dimostrare questa tesi e non si perde d’animo nemmeno quando la valigia con i manoscritti dei suoi racconti si perde alla Gare de Lyon, o quando, abbandonato il giornalismo, è costretto a vivere in regime di ristrettezze, cercando di raggranellare qualcosa scommettendo alle corse dei cavalli.

Le prime pagine del libro ci catapultano in un’atmosfera magica, dalle tinte bohémien, decisamente inusuali per un futuro cacciatore tra le verdi colline d’africa o un pescatore fra le isole nella corrente. Hemingway è seduto in un caffè di place St. Michel, ha con sé carta e matita e scrive un racconto di quand’era nel Michigan. E fin qui niente di strano. Poi entriamo subito nella sua testa: “poiché era una giornata di freddo sferzante, era lo stesso tipo di giornata anche nel racconto”. Bisogna solo scrivere frasi sincere, spiegherà poco dopo. E siccome fuori piove, non può che piovere anche nel racconto. “Ma nel racconto i ragazzi bevevano e questo mi fece venir sete e ordinai un rum St. James”.

Il legame tra la realtà e la fantasia è nello scrivere un atto talmente vivo chesia la Realtà sia la Fantasia diventano dei personaggi a tutti gli effetti, e nel passaggio l’una diventa l’altra e viceversa, senza però che ognuna perda la propria identità. Entra poi una bella ragazza, dalla pelle liscia e dai capelli neri “come l’ala di un corvo che tagliavano la guancia con una netta diagonale”. Lui la guarda, desidererebbe metterla nel racconto, è bellissima, ma capisce che lei sta aspettando qualcuno: “perciò continuai a scrivere”. Non può averla quella ragazza, non è sua: di rum può averne a fiumi, ma quella ragazza non gli appartiene. “Poi il racconto fu finito e io ero molto stanco. Lessi l’ultimo paragrafo e alzai gli occhi per cercarla, ma la ragazza se n’era andata. Spero che sia andata con un brav’uomo, pensai. Ma mi sentivo triste.” Io non lo so se quella ragazza sia finita o meno nel racconto che Hemingway stava scrivendo, ma grazie a “Festa Mobile” quella ragazza, che non poteva appartenergli perché già di qualcun altro, è riuscita a trovare un posto, ad essere comunque sua anche solo per un attimo, un attimo dannatamente meraviglioso.

24 novembre 2013

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