L'intervista

«Questa emergenza può aiutarci a trovare la bussola», Malusa Kosgran

Il libro di Malusa Kosgran ci regala un viaggio prezioso nell'universo umano e lo fa con incredibile delicatezza. A cura di Maria Pia Romano
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Un libro che colpisce da subito per l’originalità dell’impaginazione (comincia dal ventesimo capitolo), per l’intensità della storia e la fluidità con cui scorrono le pagine. La prima donna, di Malusa Kosgran, edito da Morellini, nella collana Varianti, diretta da Sara Rattaro e Mauro Morellini, è ambientato in un paesino del Sud negli anni Ottanta.

Di cosa parla

Il romanzo narra, attraverso un slittamento di piani temporali che tengono il lettore incollato alle pagine, la storia di Gabriele che vive l’operazione che gli attribuisce il genere corrispondente alla sua anima. Gabry ha atteso ventinove anni prima di poter tornare a essere quello che è sempre stata: una donna fiera della propria identità. Anni in cui ha sofferto ora in silenzio, ora no. Provando a “infrangere il muro della goffa cortesia” del mondo degli altri, quelli che “etichettano come sbagliato chi non gli somiglia”. Attorno a Gabry un coro di personaggi che incrociano le loro vite con la sua. Nomi che fanno la loro comparsa e poi riappaiono nel corso delle pagine, in un intrigante caleidoscopio di volti in cui, alla fine, tutto torna. Un libro che regala un viaggio prezioso nell’universo umano e lo fa con incredibile delicatezza. Un inno alla vita, alla bellezza delle fragilità, al coraggio che ci fa volare come se fossimo Wonder Woman. Splendida la copertina che è opera della stessa autrice, artista poliedrica.

 

L’intervista a Malusa Kosgran

Malusa, il libro è dedicato “a Vanna e a tutte le persone che osano essere felici”. Ci vuole coraggio per essere se stessi?

Se si partisse dall’assunto che nessuno può essere altro che se stesso, no. Purtroppo, la simulazione di una vita felice e standardizzata è all’ordine del giorno, quindi sì. Ogni età richiede uno sforzo immane per restare fedeli alla propria indole, ma è durante l’infanzia e l’adolescenza, fasi particolarmente delicate e di transizione, che ci si scontra con le aspettative degli altri: i “guai” iniziano quando queste ultime non coincidono con le proprie. I caratteri sensibili sono quelli che soffrono maggiormente prima di definirsi agli occhi del mondo perché la considerazione dei propri cari, unita alla giovane età, fanno vacillare le prime certezze.

Scrivi di vicende accadute nella “Città delle Belle Donne”, poi la “Città dei Pazzi”: non leggiamo mai i nomi dei luoghi, eppure chi conosce la Puglia pensa subito a Molfetta e Bisceglie. Poi la “Città Operaia”, la “Città di Sant’Antonio” e così via. In fondo, il conto alla rovescia che porta alla nascita di Gabry, è una favola?

Ho dato alle città nomi immaginifici ma non di fantasia per dare una sospensione irreale e onirica alla narrazione, senza però escludere la geo-localizzazione che, fra dialoghi densi di modi di dire e dialettismi, è una connotazione comunque molto forte. La storia comincia con la comparsa dell’amica immaginaria che Gabriele aveva da piccolo, figura che lo aiutava a superare i momenti difficili legati alla crescita. Wonder Women (o meglio: Diana Prince, identità segreta della supereroina) accompagna Gabry in un viaggio che comincia quando la protagonista ha 8 anni e arriva al “presente”, dribblando ricordi e rielaborazione dei peggiori. Aspettando Gabriella, le due amiche ripercorrono insieme le tappe salienti della vita di Gabriele, Lele e Gabrielle fino a tornare al presente, a Gabry. È un bel crescere, quello del serpente, che cambia pelle per sopravvivere… La prima donna, come ogni favola, nasconde grandi verità.

Perché hai scelto di raccontare la storia di Gabry?

Siamo nel 2020 eppure c’è ancora tantissima ignoranza sull’argomento. C’è chi confonde l’omosessualità con la transessualità. Chi crede che “travestirsi” possa o debba bastare, oppure che il desiderio di cambiare sesso sia un atteggiamento, una forzatura, un’ostinazione senza senso. Senza Vanna, la mia musa, il romanzo non esisterebbe. La conosco da tanti anni, e ricordo bene quanto sia stato difficile, e per certi versi straziante, affermare il suo orientamento sessuale agli occhi del mondo. Si meritava questo libro, e come lei, se lo meritano tutte le persone che lottano contro scherno e discriminazione. Nonostante gli innegabili passi avanti (la trama si sviluppa a partire dagli anni Ottanta) c’è ancora tanto bisogno che se ne parli, e che si diano i vocaboli giusti alle cose. La prima donna è un romanzo per tutti, sia come linguaggio che come intreccio: per amarlo non serve niente altro che un minimo di predisposizione all’apertura.

Mostrarsi invincibili è stancante”, dice Gabry. Quanto è vero per Malusa?

Tantissimo. Apparire è diventato necessario, e apparire al meglio è la bugia che ci raccontiamo appena possiamo. O che raccontiamo agli altri per abitudine, una brutta abitudine. Spero che l’emergenza che sta vivendo l’Italia e il mondo intero ci aiuti a ritrovare la bussola. D’altronde, dalle crisi nasce sempre qualcosa di nuovo e migliore.

La solitudine è sottovalutata”, si legge nel libro. Mai come ora, in tempi di Coronavirus, sentiamo vera quest’affermazione. Cosa ti ha portato in dono la solitudine?

Ho lasciato il nido molto presto e mi sono ritrovata sola e lontana da casa quando c’erano solo le lettere, le cartoline e le schede telefoniche per comunicare con i miei cari. Ho pianto e sofferto tanto, ma credo che sia stata la scelta giusta. Non ho mai amato le folle, soprattutto quelle chiassose. Stare da soli è un’arte che si impara lentamente, crescendo. Da adulta posso dire che ho trovato il giusto equilibro fra la necessità degli altri e la necessità di silenzio: è proprio in quel silenzio che ho trovato l’ispirazione per scrivere i miei tre romanzi. L’ispirazione è come il fischio che senti dopo la musica troppo alta.

Le confessioni non eliminano il peso, lo spostano”: molto bello e molto vero. Pensi che se Gabriele, Enrico e Luigi fossero nati al Nord sarebbe stato diverso?

No, non credo. Per certi versi tutto il mondo è paese. Io sono nata a Milano, l’ho lasciata da bambina e ci sono tornata da adolescente: fino a pochi anni fa era la mia città. In tutto il resto del tempo ho vissuto dove abito tuttora, a Bisceglie, in Puglia. Pur non essendo un centro urbano piccolissimo, Bisceglie non è certo una metropoli come Milano. Penso di poter dire che conosco entrambe le realtà, e le differenze comportamentali della gente – rispetto ad argomenti che esulano i soliti cliché del cibo e del clima – non sono poi così diverse.

Sei una giovane scrittrice con molte pubblicazioni all’attivo. Sei anche sceneggiatrice di fumetto, soggettista e illustratrice. Che consiglio daresti a un neofita?

Leggere tanto e di tutto. Scrivere, dimenticarsi di averlo fatto per far sedimentare ogni parola, e poi rileggersi e riscriversi più e più volte prima di inseguire la pubblicazione. Crearsi un gruppo di lettori (due o tre bastano) che diano pareri concreti, sinceri e costruttivi. Ma soprattutto, non pensare mai, nemmeno per un momento che scrivendo si diventa ricchi e famosi.

Di Maria Pia Romano

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