Paolo Ruffini, “Lavorare con i ragazzi Down mi ha insegnato che siamo fatti per la felicità”

Paolo Ruffini racconta ne "La Sindrome di Up" cosa ha significato per lui recitare assieme a una compagnia di ragazzi con la Sindrome di Down
Paolo Ruffini,

MILANO – “Siamo disabili quando ci neghiamo la possibilità di accedere alla Bellezza, non quando siamo diversi” dice Paolo Ruffini nel suo libro La Sindrome di Up. Che cosa significa essere normali? Siamo davvero sicuri che esista qualcosa chiamata “normalità”?

Paolo Ruffini racconta in un libro la sua esperienza con la compagnia teatrale Mayor Von Frinzius, che da anni mette in scena spettacoli con una troupe di ragazzi con la Sindrome di Down. Dall’incontro di Paolo con il fondatore della compagnia, Lamberto Gianni, è nato uno spettacolo che per un anno ha fatto ridere e piangere gli spettatori di tutta Italia, dal titolo Up & Down. Da quell’esperienza è nato un documentario (Up & Down – un film normale), e ora un libro, La Sindrome di Up. In questo libro Paolo Ruffini racconta la sua scoperta più importante: che siamo fatti per essere felici, non per essere normali.

Paolo Ruffini è un comico, regista e attore affermato, ha recitato in numerosi film (ricordiamo La prima cosa bella di Paolo Virzì e Un nemico che ti vuole bene di Denis Rabaglia) è stato più volte presentatore di Colorado. Abbiamo chiacchierato con lui di teatro, felicità, normalità e Bellezza.

Uno spettacolo teatrale, un documentario, un libro: raccontaci come è nata la tua collaborazione e amicizia con la compagnia Mayor Von Frinzius.

Alcuni anni fa ho iniziato a collaborare con la Compagnia Mayor Von Frinzius – uno straordinario esempio di teatro integrato, diretta da Lamberto Giannini – che ha una storia ventennale e ospita al suo interno oltre 90 attori, metà dei quali con disabilità.
Secondo la loro filosofia chiunque possieda un corpo e un’emotività ha delle possibilità attoriali, senza differenze di sorta. Combinando questo approccio alla mia esperienza teatrale, leggera e irriverente, è nato UP&Down, un happening comico, in cui sono sul palco con attori con Sindrome di Down, che abbiamo il privilegio di portare in scena nei teatri di tutta Italia. Lo spettacolo racconta la bellezza che risiede nella “diversità”, che alla fine è l’unica cosa che accomuna proprio tutti, perché il teatro esalta le differenze e le illumina come un valore. Durante l’avventura teatrale abbiamo iniziato, quasi senza farlo apposta, le riprese del documentario UP&Down – un film normale, che è diventato una vera e propria indagine sulla “normalità”, qualunque cosa significhi questa parola. Nel film, premiato al Festival di Venezia e ai Nastri d’argento, abbiamo raccontato i retroscena della nostra avventura: l’amicizia che ci lega, i momenti dietro le quinte, i viaggi del tour, la nostra straordinaria normalità. Lavorando con questi ragazzi, ho avuto modo di riflettere sul significato dell’abilità e della disabilità, ma non rispetto alla condizione genetica, piuttosto, rispetto alla felicità. Loro mi hanno insegnato che trovare la felicità è semplice. Semplice non vuol dire facile, vuol dire semplice. È stato come fare un viaggio, e ho voluto raccontarlo nel libro La Sindrome di UP edito da Mondadori.

Loro mi hanno insegnato che trovare la felicità è semplice. Semplice non vuol dire facile, vuol dire semplice.

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Ho imparato che la felicità è possibile, bisogna solo accorgersene, scoprirla nelle cose che diamo per scontate, e che già ci appartengono. Ho imparato a riordinare le priorità, a riconsiderare il significato di moti gesti, come ad esempio un abbraccio. Con i ragazzi, quando ci vediamo, passiamo i primi venti minuti ad abbracciarci, non importa se siamo in ritardo per le prove, abbracciarsi è più urgente, più importante. Con loro tutto è importante, e tutto è più lento, tutto ha valore. Quando sono con loro non guardo l’orologio, guardo le nuvole.

Con i ragazzi, quando ci vediamo, passiamo i primi venti minuti ad abbracciarci, non importa se siamo in ritardo per le prove, abbracciarsi è più urgente, più importante.

Che cos’è la Sindrome di UP?

Essere UP è la condizione che caratterizza maggiormente le persone con Sindrome di Down. Non so perché, sarà nel DNA, in quel cromosoma in più… ma per loro è più facile essere felici. Hanno una fiducia e una confidenza con la vita che a me spesso manca.
La Sindrome di UP è il talento di saper approfittare della felicità. È la meraviglia che risiede nella fragilità, nella libertà di essere ultimi. È la resilienza, la capacità di saper trasformare il limite in opportunità.

“Sei fatto per essere felice”, scrivi nel tuo libro. È davvero così per tutti? Cosa pensi che occorra per essere felici?

Esattamente, siamo fatti per essere felici. Allo stesso tempo, penso che essere felici sia una scelta, si può anche scegliere di essere infelici, ma io credo sia molto meno interessante.
Jerry Lewis diceva che la felicità non esiste, e che quindi non ci resta che essere felici senza. In qualche modo è così, la felicità non è una chimera fantastica, è un insieme di occasioni che sono proprio qui dove siamo noi, bisogna solo approfittarne: impegnarsi a sognare, planare con leggerezza sulle piccole cose, trovare il nostro punto di equilibrio, cercare l’ironia anche nel dolore, sorridere tutte le volte che è possibile e non dimenticarci di ringraziare.

La meraviglia della diversità. Perché è meglio accettare che siamo tutti diversi, e che la normalità non esiste? Come mai abbiamo paura della diversità?

Più che accettare il fatto di essere diversi penso che dovremmo celebrare il fatto di essere unici. Forse la diversità ci fa paura perché desideriamo la perfezione, che non esiste, e la confondiamo con la “normalità”.
Ma che cosa significa essere normali? Come dovrebbe essere una persona per essere definita normale? Esiste forse una famiglia normale, un amore normale o un sogno normale? Le cose più belle della vita non sono normali. Per fortuna.
E, invece, coloro che definiamo diversi, esattamente sarebbero diversi da chi o da cosa esattamente? Io credo semplicemente che siamo tutti diversamente normali e normalmente diversi.

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