Paola Jacobbi, ”Nel mio libro racconto i retroscena del mondo delle celebrity e della beneficenza”

Uno stile ironico e dissacrante è il suo approccio alla vita, il suo modo di vedere le cose. Ed è questo il tono che Paola Jacobbi, giornalista ''Vanity Fair'', per cui tiene anche il blog Masquerade, usa per raccontare l'immaginaria (ma non del tutto falsa) storia di ''Tu sai chi sono io'', il suo primo romanzo...
La giornalista e blogger di “Vanity Fair” ci presenta il suo romanzo d’esordio, “Tu sai chi sono io”

MILANO – Uno stile ironico e dissacrante è il suo approccio alla vita, il suo modo di vedere le cose. Ed è questo il tono che Paola Jacobbi, giornalista “Vanity Fair”, per cui tiene anche il blog Masquerade, usa per raccontare l’immaginaria (ma non del tutto falsa) storia di “Tu sai chi sono io”, il suo primo romanzo. La protagonista è Arianna, trentenne disoccupata – l’azienda alimentare per cui lavorava è andata a gambe all’aria dopo uno scandalo – che si ritrova per caso in Tanquil, immaginario Paese dell’America Centrale. Qui viene proiettata al centro del circo folle e contraddittorio del glamour in nome della beneficenza: uno dei fenomeni che più hanno influenzato lo star system internazionale nell’ultimo decennio.

Ci racconta la storia di questo libro? Com’è venuta l’idea?
Per lavoro mi è capitato spesso di andare a eventi che mettevano insieme glamour e solidarietà, occasioni che mi suggerivano sempre delle riflessioni – domande come “Dove andranno a finire davvero questi soldi?” o “Ma se in questa serata per il Darfour spendono 30 mila euro per lo champagne, non sarebbe meglio dare direttamente al Darfour questa somma?”.
Molti anni fa, poi, ho letto un articolo sul New York Times che mi è rimasto molto impresso, che parlava di una piccola località tra il Pakistan e l’India colpita da un terremoto. Non era stato nulla di grave, ma il giornalista prendeva spunto dall’accaduto per riflettere su come, in quell’occasione, un posto che non era neppure sulla carta geografica e di cui nessuno conosceva il nome fosse balzato all’attenzione di tutti, ricevendo da ogni parte aiuti.
Sempre nello stesso periodo era uscito un saggio di Naomi Wolf sul capitalismo delle catastrofi. Lei faceva riferimento soprattutto alla vicenda dell’uragano Katrina, in seguito alla quale si erano messi in piedi dei business in territori che prima erano ignorati. Io sono stata a New Orleans dopo l’alluvione e ho potuto osservare come in effetti il mondo cambiasse dopo questo tipo di eventi.
Nel frattempo continuavo il mio lavoro di giornalista nel cinema, e questo mi ha dato occasione di osservare come la presenza di celebrity a certi eventi fosse spesso legata a cause per cui lottare e raccogliere denaro.
Tutto l’insieme di questi spunti e la volontà di raccontare certi retroscena del mondo delle celebrity, che io conosco da tanti anni, sono confluiti in questo libro.

Perché ha scelto di ambientare il libro proprio 10 anni fa?

In primo luogo perché mi sembrava affascinante raccontare un tempo insieme così vicino e così lontano. Dieci anni fa sembrano ieri, eppure il mondo era completamente diverso: non c’erano i social network, Skype era appena arrivato, si scrivevano molte email… Esattamente dieci anni fa inoltre c’è stato lo tsunami in Tailandia, che è stata la prima grande tragedia nel Terzo Mondo ad avere attenzione mediatica enorme, perché per la prima volta c’erano molti feriti occidentali. C’era anche quella modella, Petra Němcová, che prima dello tsunami nessuno conosceva. Il suo fidanzato morì in quella tragedia, e da allora lei divenne una celebrità del mondo della charity.

Il libro nasce da una riflessione molto seria, ma il tono è dissacrante, ironico, mai pesante. È stato anche divertente per lei raccontare un mondo che conosce così bene privato di tutte le sue maschere?
Sì, devo dire che quello è proprio il mio stile, il mio approccio alla vita. Non sarei mai stata in grado di scrivere un saggio su questi argomenti o un Dramma con la “D” maiuscola.
Io non ho mai fatto corsi di scrittura creativa, sono una giornalista “pura”, ma avevo il desiderio di cimentarmi con qualcosa di narrativo. La mia scuola sono state le molte interviste agli scrittori che ho letto nel corso della mia vita. Una cosa mi è sempre sembrata fondamentale: tutti dicevano che era indispensabile trovare una voce. Io ho trovato questa voce in una persona che non c’entrava niente con questo mondo ma ci finiva per caso, Arianna – che ho chiamato così perché è stata lei il mio “filo”, che mi ha condotto attraverso tutta la storia.
La scrittura poi è stata un processo molto lungo: ho impiegato 4-5 anni a portare a termine questo libro e quella che si legge oggi è la terza stesura, se non addirittura la quarta. Mi ha aiutato avere in mente i miei lettori, quelli che mi seguono su Vanity Fair, sul blog, sui social network. So che hanno molto curiosità attorno a questo mondo delle celebrity, alcune più frivole, altre più serie. E siccome non sempre tutte le verità si possono scrivere, mi sembrava che l’artificio di narrare una storia romanzata mettendo dentro qualche granello di realtà fosse un modo che di raccontare che mi si confacesse.

Quale personaggio le è piaciuto di più raccontare? Magari qualcuno con cui ha provato più gusto a essere “cattiva”…
Ovviamente Jenny, la star del cinema! Mi è capitato proprio quello che raccontano spesso gli scrittori – e io che pensavo fosse una loro smargiassata… –: i personaggi a un certo punto ti prendono per mano e vanno un po’ dove vogliono. Inizialmente Jenny era una presenza molto secondaria, poi però ha preso la scena. Dalle reazioni che ho dai lettori, però, mi sembra che sia effettivamente un personaggio che resta molto impresso: è una vera “narcisona”, che sa come attirare l’attenzione e ci riesce molto bene! Avevo molti modelli a cui ispirarmi!

A quali bisogni ha saputo rispondere la scrittura di un romanzo rispetto a quella di altri tipi di libri – la “trilogia” sulla moda che ha pubblicato con Sperling e Kupfer – e alla scrittura giornalistica?

Innanzi tutto a un’esigenza di libertà. La scrittura giornalistica ha delle deadline, delle misure, dei format a cui adeguarsi. Lo stesso si può dire anche degli altri libri che ho scritto, più giornalistici appunto. In questo invece, visto che non sapevo neppure se qualcuno l’avrebbe pubblicato o letto, mi sono presa la libertà di costruire un format molto mio. C’è tutta una serie di piani narrativi: le parti di Arianna in prima persona, la parodia degli articoli di giornali, i siti e i comunicati stampa, finte pagine di Wikipedia – tutti espedienti che mi sono inventata per non annoiare il lettore con lunghe pagine di descrizioni. Non mi sono assolutamente preoccupata di aderire a un genere – il giallo, il rosa, la chick lit: io non faccio parte di nessuna di queste categorie, nel mio libro ho messo un po’ di giornalismo, un po’ del mio lavoro, un po’ della  mia esperienza di vita. Non si può neppure definire un libro generazionale: io ho 50 anni, la protagonista ne ha 30. Insomma, mi sono presa proprio la libertà di scrivere qualcosa che non avesse freni.

13 luglio 2013

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