Michele Serra, “Bisogna avere cura degli altri. Per questo non uso i social”

Abbiamo intervistato il giornalista e scrittore in occasione dell'uscita di "Le cose che bruciano". Si parla di solitudine, di passati ingombranti e di rapporti umani
Abbiamo intervistato Michele Serra in occasione dell'uscita di

MILANO – Michele Serra riflette sul valore della solitudine e sull’ingerenza dei social nella nostra vita in un’intervista per Libreriamo in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Le cose che bruciano.

Autore della celebre Amaca su Repubblica e di numerosi romanzi (tra gli altri Gli sdraiati, Cerimonie e Ognuno potrebbe), Michele Serra torna alla ribalta con un nuovo libro capace di interrogare e farci riflettere su alcuni temi non da poco, quali il valore della solitudine, l’importanza di fare pace con il nostro passato, e la necessità di trovare un equilibrio nella nostra vita sociale e social.

Il protagonista di Le cose che bruciano è Attilio Campi, 48 anni, ex-politico ritiratosi a vita privata perché l’unica proposta di legge da lui presentata è stata accolta a suon di aspre critiche e haters sui social. Anche nella casa in campagna a Roccapane, però, la sua vita è invasa dai ricordi. Ricordi fatti di oggetti appartenuti alla famiglia e alla madre defunta, ciascuno portatore di un significato, di un aspetto irrisolto del suo passato. E allora, la tentazione di Attilio è una sola: dare fuoco a tutto, e liberarsi del peso della memoria. Abbiamo chiesto a Michele Serra di approfondire di più questi temi.

Attilio è sommerso da oggetti che gli ricordano un passato ingombrante, e desidera liberarsene dandoli alle fiamme. Il rapporto con il nostro passato è spesso difficile, e la memoria non sempre ci è amica. Qual è il modo migliore per fare pace con se stessi? Il falò ha un valore metaforico?

Attilio, nell’illusione di fare pace con se stesso, sceglie una maniera molto drastica. Una via senza ritorno. Nei romanzi ci si possono permettere questi lussi, queste radicalità, e sulle spalle del povero Attilio ho scaricato parecchie delle mie questioni irrisolte, sperando che lui si arrangiasse… Certo, mentre scrivevo, mi veniva da sorridere pensando ai giudiziosi consigli di Marie Kondo, alla sua arte del riordino. Il mio eroe piromane prende decisamente una scorciatoia.

Il protagonista, scottato da una brutta esperienza in politica, si ritira a vita privata e si dedica alla vita agreste. Quello di “mollare tutto” per sfuggire da una quotidianità difficile è un desiderio condiviso da molti. Quali sono i reali benefici di un’esperienza del genere?

Il beneficio vero penso possa essere accorgersi finalmente che le cose fondamentali che ci servono sono molto poche. Sentirsi infine leggeri, dunque. Ma non è un rendiconto facile, come sa bene ognuno di noi. Fuggire è la cosa più complicata del mondo… Beh, i monaci ce la fanno; e qualche anacoreta, qualche esploratore. Per il resto, per fuggire serve scrivere (e leggere) un romanzo, ovvero sognare situazioni e personaggi nei quali immedesimarsi. Loro possono permettersi vite che noi possiamo solamente immaginare. E descrivere, se ne siamo capaci.

Attilio ha sperimentato l’odio e l’accanimento dei social network: calunnie, insulti gratuiti, ignoranza, haters. Qual è il modo migliore per stare di fronte a questo aspetto dei social?

Il mio modo personale è molto semplice: non esserci. La socialità è sacra e utile solo se in piccole dosi, anche perché degli altri bisogna avere cura. Quando a “Propaganda” mi hanno aperto, per scherzo, un account Instagram, e in poche ore ho avuto 13mila followers, mi sono sentito inadeguato a tutta quella gente. Avrei voluto incontrarli uno per uno per bene un caffè insieme. Oppure chiudere l’account. Ho chiuso l’account.

Da cosa ha tratto ispirazione per scrivere questo libro?

Riflessioni personali sul valore della solitudine. E sul rapporto con la natura e con il lavoro manuale. Il lavoro manuale è taumaturgico. Un’esperienza zen, se sei nelle condizioni di farlo con gioia e dedizione.

Quanto c’è di simile tra lei e Attilio? La domanda si può declinare anche così: quali sono i tratti di Attilio che le piacerebbe assumere?

Mi piace il suo coraggio, la sua radicalità. Ho cercato di fargli dono di un poco del mio senso dell’umorismo, ma non troppo, perché il senso del comico rischia di relativizzare un po’ troppo le cose, e volevo che lui fosse drastico, non compromissorio. Il romanzo è scritto in prima persona, come se fosse Attilio che parla, spero di non averli messo in bocca cose che magari non condivide. A volte l’ho preso in giro, ma spero non se ne sia accorto.

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