Matteo Marchesini, ”Scrivere per me è come un’operazione a cuore aperto”

L'unica vera speranza nutrita rispetto alla sua corsa per lo Strega, conclusasi con la votazione che il 12 giugno ha decretato la cinquina dei finalisti, da cui il suo nome è rimasto escluso, era ed è che il suo libro, ''Atti mancati'', possa arrivare al maggior numero di lettori possibile. È quanto afferma l'autore Matteo Marchesini. Al termine dell'articolo, un estratto del libro in anteprima...
L’autore, tra i dodici candidati che hanno concorso quest’anno per entrare nella cinquina del Premio Strega, parla del suo libro “Atti mancati” e del suo rapporto con la scrittura

MILANO – L’unica vera speranza nutrita rispetto alla sua corsa per lo Strega, conclusasi con la votazione che il 12 giugno ha decretato la cinquina dei finalisti, da cui il suo nome è rimasto escluso, era ed è che il suo libro, “Atti mancati”, possa arrivare al maggior numero di lettori possibile. È quanto afferma Matteo Marchesini, che ci racconta di sé, di cosa rappresenti per lui la scrittura e del suo libro, nel quale ammette di aver riversato diversi tratti autobiografici. Il protagonista è Marco, trentenne diviso tra le incombenze giornalistiche e il tentativo di finire un romanzo. Questi vive chiuso in una solitudine cocciuta, fino a quando ricompare Lucia, la ragazza che lo ha lasciato qualche anno prima. Ora Lucia lo porta in giro per paesi e campagne, a visitare i loro luoghi di un tempo, a ritrovare gli amici vivi e gli amici morti, costringendo Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato.

Cosa rappresenta per lei aver fatto parte della lista dei dodici candidati al premio Strega?
Io sono molto contento del fatto che Voland, editore piccolo ma molto coraggioso e tenace, abbia deciso di puntare su questo libro. Essere entrato nella dozzina è importante perché ha permesso al romanzo di essere più presente e visibile, di farlo girare. Non mi aspettavo nulla di più. Lo Strega è un premio “mastodontico”, in cui, si sa, contano molto la forza editoriale ed elementi estrinseci rispetto al valore letterario, ma è stato bello esserci. La mia speranza è che il libro arrivi al maggior numero di persone possibile, e mi piacerebbe anche avere da questi lettori le loro impressioni, siano esse positive o negative.

Com’è nata l’idea del libro?
Ho scritto il libro molto velocemente l’estate scorsa, in due o tre settimane, ma dentro sono “precipitate” idee che covavo da molto. Le metafore di fondo su cui si regge la storia me le portavo dietro da tempo: da una parte la metafora dell’atto mancato o della consapevole omissione – un po’ tutti i personaggi si fanno del male e fanno del male agli altri non tanto agendo attivamente quanto attraverso la passività, l’inerzia, l’inazione – dall’altro la malattia, fisica e mentale, argomenti questi già presenti nei miei precedenti racconti. C’è stata una lenta e inconsapevole maturazione di questo grumo di temi, che si è catalizzato nel momento in cui mi è venuto in mente di accentrarli attorno alla questione della scrittura, del personaggio che è anche uno scrittore.

Il protagonista, Marco, è un trentenne di oggi, diviso tra aspirazioni che non trovano compimento e una realtà asfittica. Ci sono tratti autobiografici in questo personaggio? E’ stato difficile delinearne la psicologia?
Chi mi conosce ovviamente fa molto presto a identificare dei tratti autobiografici – anche io ho poco più di trent’anni, faccio cose simili a quelle di Marco e ho una psicologia affine a lui. Posso dire anzi di aver lavorato molto a ridosso dell’autobiografia, anche se questo libro non ha niente del diario intimo. Scrivere è stato un po’ come un’operazione a cuore aperto, ma evidentemente è solo così che so farlo. Anche nei miei racconti precedenti, nelle poesie, sono stato molto, a volte quasi fastidiosamente, vicino all’autobiografia.  

Cosa rappresenta per Marco l’amore? E’ una possibilità di salvezza? O quanto meno un motore che può mettere in moto un cammino di cambiamento e confronto con il passato?
Nelle mie intenzioni, Marco è un personaggio talmente murato in se stesso, nella sua scelta di non andare avanti, di non fare esperienze, di non vivere, che per ritrovare un salvifico rapporto con la realtà ha bisogno di qualcosa di più dell’amore – anche perché il suo passato irrisolto è legato proprio a una relazione amorosa. Questo qualcosa in più è la malattia. Ciò che lo costringe a fare i conti con la realtà, ancor più che Lucia, è il fatto che la realtà gli si pari davanti in modo traumatico nella forma della malattia.

Com’è nata la passione per libri e scrittura?
Farei fatica a individuare un episodio particolare legato allo scoccare di questo amore: ho letto molto fin da piccolo. Per quanto riguarda la scrittura, le prime cose che ho conservato e accettato di firmare e rendere pubbliche sono state poesie, racconti e saggi – tre tipi di scrittura differenti che sono nati assieme. Tra questi però, la prima molla che mi ha spinto a intraprendere questa strada è stata forse la poesia. Una delle occasioni in cui ho sentito veramente cambiare qualcosa dentro di me è stata quando, verso i 12-13 anni, in occasione di una Festa dell’Unità ho avuto modo di conoscere Guido Armellini, docente bolognese autore anche di una fortunata antologia di letteratura italiana per le scuole, che mi ha totalmente sedotto parlando di poesia italiana del Novecento.

17 giugno 2013

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