Speciale Giovanni Falcone

Matteo Collura, ”Ricordare Falcone oggi significa rafforzare il principio di uno stato di diritto”

Quando si parla di mafia spesso si pensa direttamente al sud d'Italia. Un pensiero, che si è traformato anche in una specie di mito, difficile da sradicare. E lo sa bene Matte Collura, siciliano, scrittore e giornalista del Corriere Della Sera...

Il 23 maggio del 1992, uno tra gli attentati mafiosi che la nostra storia può ricordare, uccise il magistrato italiano Giovanni Falcone. Insieme a lui persero la vita sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Da ventidue anni, oggi è la giornata in cui viene ricordata la figura di Falcone, il suo coraggio e il suo grande impegno contro la mafia. Cosa è stato fatto in questi anni? In che situazione si trova l’Italia? A cercare di rispondere a queste e altre domande, Matteo Collura, giornalista del Corriere della Sera

MILANOQuando si parla di mafia spesso si pensa direttamente al sud d’Italia. Un pensiero, che si è traformato anche in una specie di mito, difficile da sradicare. E lo sa bene Matteo Collura, siciliano, scrittore e giornalista del Corriere Della Sera che già ci aveva raccontato di quanto è difficile scindere la mafia dal pensiero mafioso in occasione della presentazione del suo libro ‘Sicilia, la fabbrica del Mito’. Oggi, abbiamo intervistato nuovamente Matteo Collura, in occasione dell’anniversario della scomparsa di Giovanni Falcone e gli abbiamo chiesto perché è importante continuare a ricordare la figura del magistrato italiano che tanto ha fatto contro la mafia.

“La mafia non è affatto invincibile. E’  un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine”. Che cosa pensa di questa frase pronunciata da Giovanna Falcone in una delle sue ultime interviste? La fine è vicina?

Questa frase rivela molto, credo, del carattere di Giovanni Falcone. Da un lato egli respinge il mito dell’imbattibilità della mafia, di cui essa in Sicilia largamente si giova; dall’altro, esprime un buon senso antico, direi di estrazione popolare. Ma in questa frase si può cogliere anche un risvolto pessimistico: essendo “un fatto umano” non sarà facile liberarsi della mafia in tempi brevi.

 

A distanza di oltre 20 anni dalla tragica morte del magistrato, perché è ancora importante ricordare la figura di Giovanni Falcone?

Giovanni Falcone è un uomo che ha messo la sua vita al servizio del diritto in una terra in cui la giustizia è quasi sempre un fatto privato o è regolata da leggi tribali. Ricordarlo e onorarlo significa rafforzare il principio di uno stato di diritto. Questo naturalmente vale anche per Paolo Borsellino, per Gaetano Costa, per Rocco Chinnici e per tutti gli altri che si sono immolati per la giustizia.

In Italia, ancora, la cronaca ci parla di gravi episodi che mettono in risalto la debolezza e l’impotenza dello Stato rispetto a certe istituzioni e organizzazioni. Un esempio recente è il caso avvenuto alla stadio del Napoli dove, dopo una sparatoria, la Questura ha portato avanti una vera e propria trattativa con Gennaro Di Tommaso, figlio del capo clan dei Misso nel Rione Sanità, per portare avanti la partita. Che cosa è successo secondo lei quel giorno?

Quel giorno nello stadio di Roma è avvenuto quello che molte altre volte avviene nel sud. Per evitare esplosioni di violenza o mantenere il quieto vivere si ricorre all’accordo, al compromesso tra i responsabili dell’ordine pubblico e i caporioni. Questa è la cosa peggiore che in uno stato di diritto si possa fare. Non si può riconoscere al delinquente e al criminale nient’altro che il suo essere un delinquente o un criminale. Va isolato, condannato, messo nelle condizioni di non nuocere.

 

Altro caso eclatante, Expo 2015. Mafia e corruzione che ruolo hanno?

La mafia non è un partito politico, non ha nessuna ideologia, se non quella dell’illecito guadagno. Si serve dei partiti politici non fa politica, nel senso che appoggia quei politici che le consentono di accumulare denaro e mantenere il suo potere. Non sempre la disonestà dei politici è di tipo propriamente mafioso. Può essere fame di guadagno e arroganza di casta, come nel caso dell’Expo. Del resto, in Italia non vi è un grande senso dello Stato. E questo, lo sappiamo, viene da molto lontano.

Ancora oggi, quindi, i poteri forti, il mondo della politica, le grandi associazioni, risultano essere corrotti. Cosa si dovrebbe fare per uscire da questa situazione?

La corruzione si combatte con ferree regole civili e con la trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica e in ogni affare o trattativa che presupponga guadagni economici. Per la mafia il problema è più complesso. Si dovrà lavorare molto per estirpare, in vaste aree nazionali, la mentalità mafiosa, vale a dire ciò che sta alla base di ogni mafia, ‘ndrangheta e camorra.    

23 maggio 2015

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