Marcello Fois, ”Per recuperare la cultura italiana occorrono grandi giornalisti e grandi scrittori”

Giornalisti e scrittori, non due fronti opposti, ma due categorie che, attraverso le rispettive elaborazioni della realtà, aiutano a difendere la cultura italiana, caratterizzata da bellezza, sobrietà e gusto che da sempre esprimiamo e che ultimamente sta decadendo. Ad affermarlo Marcello Fois, scrittore, commediografo e sceneggiatore che con il libro “Nel tempo di mezzo” è riuscito a rientrare nella cinquina finalista sia del Premio Strega sia del Premio Campiello...

L’autore parla del suo libro "Nel tempo di mezzo" e commenta la situazione storica attuale, legando i problemi dell’Italia all’impianto culturale del Paese

 

MILANO – Giornalisti e scrittori, non due fronti opposti, ma due categorie che, attraverso le rispettive elaborazioni della realtà, aiutano a difendere la cultura italiana, caratterizzata da bellezza, sobrietà e gusto che da sempre esprimiamo e che ultimamente sta decadendo. Ad affermarlo Marcello Fois, scrittore, commediografo e sceneggiatore che con il libro “Nel tempo di mezzo” (Einaudi) è riuscito a rientrare nella cinquina finalista sia del Premio Strega sia del Premio Campiello. L’autore presenta il suo libro e commenta la situazione storica attuale, legando i problemi dell’Italia all’impianto culturale del Paese.

 

Grazie a “Nel tempo di mezzo”, lei è finalista sia del Premio Strega sia del Premio Campiello. Di cosa parla il libro?
L’opera è la parte centrale di una storia di una famiglia divisa in 3 volumi. E’ la storia di Vincenzo Chironi, un uomo che dopo essere cresciuto da orfano scopre di avere dei genitori. Nel ’43 all’età di 27 anni si mette in cammino verso i luoghi d’origine dei genitori, ad Olbia. Arriva in un posto che non conosce, che poi à la mia terra che conosco benissimo. E’ un romanzo di formazione, in cui Vincenzo già adulto recupera l’infanzia che non ha avuto. Grazie al nonno e alla zia, ripercorre quella stagione che non ha potuto vivere.
 

La situazione storica in cui viviamo incide sulla tua scrittura o sui temi che tratti nei tuoi libri?
Sono contrario con chi afferma che la letteratura contemporanea sia sostitutiva del giornalismo d’inchiesta, secondo molti in via d’estinzione. Mi sembra tutto retorico. Ritengo che la letteratura acchiappi la realtà a prescindere. Un buon scrittore riesce ad individuare angoli nascosti per la maggioranza delle persone. Una letteratura sull’attualità non si può fare. I meccanismi si pescano altrove per concepire il contemporaneo. Quello che a me interessa è provare a sperimentare la possibilità di costruire un classico adesso, un romanzo che tra 25-30 anni possa essere ritenuto un classico. Parlare d’attualità spetta ai giornalisti.

I premi letterari aiutano a promuovere e diffondere la lettura?
Direi proprio di sì ed è il motivo per cui queste grandi occasioni debbano avere un senso di responsabilità altissimo. I libri che partecipano a questi concorsi devono essere libri a tutti gli effetti, proprio perché, in una società abbastanza pigra, stanno diventando tra le poche occasioni di rivincita della lettura, se non altro per curiosità, mercato, gossip. Credo che i premi letterari incrementino senza dubbio le vendite ma proprio per questo motivo hanno bisogno di essere ancora più selettivi.
 

Tra le riforme strutturali di cui ha bisogno l’Italia, a che posto collocherebbe il bisogno della lettura?
Il nostro è un Paese di cultura. Sarà una formula trita però il petrolio che noi abbiamo è  la bellezza, la sobrietà, il gusto che noi esprimiamo. Però non so ancora per quanto perché sono caratteristiche che stanno decadendo con una velocità impressionante. Una delle prime riforme strutturali che proporrei è di ritornare, senza nostalgia ma da uomini contemporanei e  da persone moderne, a quella sobrietà che ci ha permesso di insegnare a tutto il mondo il buon gusto, la bellezza, l’arte, il rispetto per il territorio. Da lì in poi si rischia persino di produrre, secondo me, persone con un senso della comunità diverso: quindi gente che paga le tasse, persone che non ritengono la furbizia un benefit. Credo che dall’impianto culturale di un paese derivi tutto.

Quali sono i segreti per scrivere un buon libro?
Innanzitutto il patrimonio da cui parti. Il vocabolario, la sintassi, la punteggiatura, tutte quelle cose che apparentemente sono date per scontate da chi legge poco, cioè da chi pensa che scrivere sia semplicemente farlo e non invece un programma che va oltre il semplice gesto esclusivo della scrittura. Dopo di che viene l’elaborazione. Io credo che in questo Paese c’è bisogno di grandi giornalisti e di grandi scrittori. Separare queste due concezioni del mondo aiuta entrambi: il mio impianto memoriale dipenderà anche dal lavoro che ha fatto un grande giornalista prima di me, e l’elaborazione di quell’impianto dipenderà anche dal fatto che io sono stato un bravo scrittore. Non siamo su due fronti opposti ma due dita della stessa mano.

 

4 luglio 2012

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