”Lo Hobbit”, il leggendario viaggio raccontato da Tolkien rivive anche in libreria

Come sempre succede, l'uscita del film ispirato a un libro trascina le persone in libreria, alla ricerca del testo. Così, mentre il primo film della trilogia ''Lo Hobbit'' debutta in sala, il romanzo di Tolkien viene riproposto da Bompiani in due nuove edizioni – Deluxe ed Economica – con nuova traduzione firmata da Caterina Ciuferri e curata dalla Società Tolkieniana Italiana, fondata da Paolo Peron...

Paolo Paron, fondatore della Società Tolkieniana Italiana che ha curato la nuova traduzione de “Lo Hobbit”, ci parla della grandezza di quest’opera, che debutta al cinema e torna in libreria in nuove edizioni 

 

MILANO – Come sempre succede, l’uscita del film ispirato a un libro trascina le persone in libreria, alla ricerca del testo. Così, mentre il primo film della trilogia “Lo Hobbit” debutta in sala, il romanzo di Tolkien viene riproposto da Bompiani in due nuove edizioni – Deluxe ed Economica – con nuova traduzione firmata da Caterina Ciuferri e curata dalla Società Tolkieniana Italiana, fondata da Paolo Paron. La nuova traduzione è utilizzata anche per l’edizione 2012 de “Lo Hobbit annotato” da Douglas A. Anderson. Paron ci parla di quest’opera di Tolkien e della sua grandezza.

Perché era necessaria questa nuova traduzione de “Lo Hobbit” e quali sono le novità e le correzioni apportate?
Naturalmente il linguaggio cambia nel corso del tempo: nonostante la prima traduzione fosse molto buona, dopo trent’anni c’era bisogno di riprenderla in mano. Per esempio noi abbiamo riproposto come nel testo originale il termine “troll” – che è oggi più diffuso anche da noi e noto nel suo significato, e indica proprio quei personaggi mitologici che alla luce del sole si trasformano in pietra – invece del precedente “Uomini Neri”, meno adatto a caratterizzarli: tali creature malvagie hanno sì l’aspetto di grandi uomini, ma nella logica della lingua italiana questa semplice denominazione non spiegava la loro peculiarità di mutarsi in pietra. Un’altra variazione che abbiamo fatto, e che coinvolge un discorso interpretativo dell’opera, riguarda il sottotitolo: abbiamo preferito mettere l’accento sull’aspetto del viaggio, che Tolkien affronta sia ne “Lo Hobbit” sia ne “Il Signore degli Anelli”, piuttosto che sul ritrovamento del tesoro. Abbiamo quindi scelto  come sottotitolo “Un viaggio inaspettato” invece di “La riconquista del tesoro”, che evoca più l’idea di un mettersi in cammino per ragioni di cupidigia. È vero che qualcuno tra i nani lo fa, ma queste non sono certe le figure più belle del libro. Il tema del viaggio è invece di per sé veramente fondamentale in Tolkien: l’autore stesso aveva scelto di sottotitolare l’opera “There and Back Again”, che in italiano sarebbe “Andata e ritorno”. Abbiamo voluto ritornare a questa visione originale della storia.

Quali sono gli aspetti di grandezza di quest’opera?
Tolkien ha cominciato fin da subito a scrivere per i suoi figli, dunque per i giovani, per i ragazzi. Il testo de “Lo Hobbit” ha proprio questo taglio, della “narrazione simpatica”: ricorrono spesso battute e giochi di parole che anche in italiano si è cercato di tradurre. E il suo insegnamento è: dovete ricordarvi che fuori dalla porta di casa comincia un viaggio, un mondo che è grande, che è vasto e che vi mette alla prova. Se avete un’idea grande, se avete un grande progetto, incamminatevi. Comunque vada, tornerete a casa diversi, migliori, perché conoscerete meglio voi stessi e ciò che vi sta attorno.
Ed è quello che fa questo Hobbit, Bilbo Baggins, che vince la sua paura e intraprende il suo viaggio, trovandosi al suo ritorno molto più grande interiormente. Questo primo viaggio è quello di un piccolo uomo che parte per un’avventura di cui non conosce bene i connotati – me che decide comunque di intraprendere un po’ per orgoglio, un po’ perché sente dentro di sé una scintilla – e affronta varie prove che sono le stesse da noi incontrate nel mondo. Questa grande foresta popolata dai ragni, dagli elfi, da varie entità e presenze, non è altro che il mondo che circonda tutti noi.
Questo secondo me è il grandissimo messaggio di Tolkien.

Quali sono le peculiarità di questo libro rispetto alla trilogia de “Il Signore degli Anelli”?
Sebbene Tolkien non l’abbia scritto come un prologo alla trilogia, di fatto è così che viene letto “Lo Hobbit”, come il libro che precede e prepara il grande viaggio de “Il Signore Degli Anelli”. Non si potrebbe comprendere a fondo questa trilogia se non si fosse letto prima “Lo Hobbit”, anche se si tratta di due opere staccate e diverse. Ciò che le unisce è l’anello, questo anello del potere che ti tocca dentro, ti deteriora, ti fa stare male, perché ti porta a cercare di avere invece di essere, l’anello che Bilbo riporta a casa dal suo viaggio. All’inizio nemmeno Tolkien sapeva che farne, ma dato che il libro aveva avuto un grande successo e che l’avevano invitato a scriverne un seguito, concepì “Il Signore degli Anelli”, che è secondo me il suo grande capolavoro, da lui stesso definito “una mitologia per l’Inghilterra”. Io credo però che sia una mitologia per l’intera Europa, perché penso che sia servito a diverse generazioni di giovani a comprendere qualcosa di più di se stessi e del mondo.

Cosa ne pensa dei film? Ha visto la trilogia de “Il Signore degli Anelli”? E andrà a vedere quella de “Lo Hobit”, di cui è in uscita il primo episodio?
Certamente sì, ho visto i film de “Il Signore degli Anelli” e andrò a vedere “Lo Hobbit”.
Le lettere e il cinema, ho sempre detto, sono due arti diverse, con linguaggi diversi e stili di racconto diversi: non riesco a raffrontare un film a un libro. Un film ha tempi compressi e ha degli attimi in cui deve far vedere molte cose, un libro invece ha tempi più lunghi, in cui descrive. Quello che secondo è molto importante è che questi film, che giudico molto ben fatti, invitano chi li guarda ad andare poi a cercarsi il libro. Dopo l’uscita dei film de “Il Signore degli Anelli” le vendite dei libri si sono impennate, e questo è un aspetto molto positivo.

 

14 dicembre 2012

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