LIBRI

La storia dei rifugiati della Corea del Nord nelle parole di Hyeonseo Lee

Parla l'attivista e portavoce per i diritti umani e i rifugiati nordcoreani
La storia dei rifugiati della Corea del Nord nelle parole di Hyeonseo Lee

PORDENONE – Una finestra su un mondo misterioso, il Paese che non c’è, la Corea del Nord inghiottita da una feroce dittatura da sessant’anni. Hyeonseo Lee, attivista e portavoce per i diritti umani e i rifugiati nordcoreani, è l’autrice di un libro in uscita in questi giorni in diverse lingue: La ragazza dai sette nomi, scritto con David John (Mondadori) e presentato a Pordenonelegge. Una biografia, la sua, che parla di un paese immobile e congelato. “Un paese in cui ci sono ancora problemi di nutrizione e di grande povertà. Ma la dittatura si occupa solo di aspetti superficiali, come ad esempio la moda, e inasprisce sempre di più la situazione dei cittadini che vivono come in una prigione”. “Non sappiamo cos’è un passaporto, abbiamo solo un certificato di viaggio temporaneo per attraversare il paese, ma è praticamente impossibile uscire”. I coreani conoscono la geografia del proprio paese e sanno che si può scappare solo attraversando il fiume Yalu, che li separa dalla Cina. Un fiume infido d’estate e ghiacciato d’ inverno, a guardia del quale c’è un esercito con l’incarico di sparare a vista.

LA FUGA – Da qui, da questo fiume Hyeonseo Lee è fuggita, giovanissima a 17 anni, nel 1997: “Era stretto, si poteva fare. Intorno a me c’erano corpi senza vita di disgraziati troppo deboli per arrivare all’altra riva. Io pensavo di rimanere soltanto qualche giorno, che sarei rientrata presto. Non sapevo che non avrei mai più rivisto casa mia” . E che non sarebbe più rientrata non lo sapevano nemmeno le guardie che si mostrarono condiscendenti perché la sua famiglia, che viveva a un passo dalla frontiera, attraverso il commercio aveva un buon rapporto con loro. E la sorte si è poi dimostrata benevola anche nei confronti del fratello e della madre, che sono riusciti a fuggire qualche tempo dopo.

LA RICERCA DI UNA NUOVA IDENTITÀ – Dopo la fuga, l ‘inizio di una nuova vita, passata attraverso sette nuove identità, e l’acquisizione di una libertà che lei data nel 2008, perché per undici ha dovuto vivere nascosta. “Non so se ho trovato la vera identità – dice – perché sono passata attraverso diverse vite, ma so ora che cos’è il diritto e ho capito che solo con la riunificazione delle due Coree potrò trovare la pace”. Un traguardo per ora impossibile perché abbiamo sperato» sospira Hyeonseo al momento del passaggio di potere, nel 2011, che qualcosa potesse davvero cambiare nel mio sfortunato Paese, l’ultimo dei Kim ha studiato in Svizzera e conosce l’Occidente. Ma l’illusione è durata poco: il nuovo dittatore è ancora più crudele del precedente. Nessuno può avere lo stesso nome del dittatore e non è possibile nemmeno pronunciare il suo nome. La mia forza ora è la possibilità solo di dire ad alta voce, qui in pubblico, il suo nome”.

 

Alessandra Pavan

22 settembre 2015

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