Sanctuary Line

La narrativa canadese a Mantova, Jane Urquhart tra Irlanda della memoria e Canada delle migrazioni

Introdotta in Italia da La Tartaruga negli anni Novanta con "Altrove" e il fortunato romanzo di esordio "Niagara", la scrittrice canadese Jane Urquhart ha colpito il pubblico con "Sanctuary Line"
La narrativa canadese a Mantova, Jane Urquhart tra Irlanda della memoria e Canada delle migrazioni

MANTOVA – Introdotta in Italia da La Tartaruga negli anni Novanta con Altrove e il fortunato romanzo di esordio Niagara, la scrittrice canadese Jane Urquhart ha colpito il pubblico soprattutto con Sanctuary Line: a Mantova per il Festivaletteratura è l’ospite di punta della sezione speciale che la manifestazione ha dedicato alla letteratura canadese. Considerata l’erede della generazione che include Margaret Atwood, Mavis Gallant e Alice Munro, Jane Urquhart al Festival è presentata da Gaia Manzini, che inizia la sua intervista dal legame atavico con l’Irlanda, filo conduttore di tutte le storie della scrittrice canadese.

SAGA DI FAMIGLIA – Il senso di Sanctuary Line, in particolare,  supera la formula della saga di famiglia sembra fondarsi sull’incastro di accostamenti simbolici e culturali, sui rapporti tra sistemi eco-ambientali e il tempo scandito dal transito delle generazioni su territori dove si radicano processi di trasmigrazioni e colonizzazioni. “ Ho sempre sentito raccontare fin da piccola – dice la scrittrice – le storie legate alla mia famiglia da una generazione però, che in Irlanda non aveva mai vissuto e la patria abbandonata, per la povertà e per la carestia, è diventata un luogo speciale nell’immaginazione collettiva. Una sorta di altro mondo lontano e irraggiungibile”.

IL MONDO FRAGILE COME LE ALI DI UNA FARFALLA – Il racconto è affidato alla voce della quarantenne Liz Crane, un’entomologa, chiamata presso quella riserva naturale per studiare i comportamenti migratori delle farfalle monarca: Liz resta l’ultima erede di un mondo svanito, la depositaria del patrimonio culturale della famiglia e della sua complessa storia di immigrazione, che prova a ricostruire in un memoriale, riesplorando il passato, e interrogando le trasformazioni del paesaggio, i manufatti rurali abbandonati come reperti storici, gli oggetti della casa e i fantasmi che la abitano, ancora custodi dei loro segreti. Nei vuoti della memoria e dell’indecifrabilità del dramma vissuto da bambina, indelebile rimane per lei lo spettacolo dell’albero delle farfalle, quando,  per un breve periodo di tempo,  centinaia di esemplari si aggrappano ai rami di un albero, quello che – prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso il Messico – la terza generazione delle monarca riconoscerà l’anno successivo come l’albero ‘paterno.

“La farfalla monarca – racconta la scrittrice – è la vera protagonista della storia, con la sua fragilità, con la sua bellezza allarmante, con la fatica delle migrazioni e sono queste anche le caratteristiche che ha in comune con i migranti da quelli irlandesi del secolo scorso ai braccianti messicani che oggi lavorano stagionalmente in Canada. Tutti loro  incrociano il diverso, provando a non compromettere, nel contatto, i legami di reciprocità dovuti negli incontri e nelle relazioni umane, che invece si dimostrano fragili come le ali di una farfalla”.

TRA SIMBOLO E MEMORIA – Osservando attorno a sé i resti di un mondo scomparso, Liz ripercorre con la memoria quel passato luminoso – i giochi di bambini, le nuotate al lago, le leggende e le poesie, le barchette di carta liberate in acqua. Ma alla memoria si accosta l’idea del naufragio: tocca a lei la salvaguardia delle memorie della sua famiglia e , cosi facendo, salva anche se stessa e “ si libera” dal presente.

Gli spazi del romanzo sono densi di simboli e nostalgia, tra boschi e campagne, tra la vecchia fattoria dello zio e il luogo di lavoro, in bilico tra un passato dove echeggiano antichi fasti e splendori, sino al presente pieno di fantasmi. Liz compie questo percorso in solitudine. Una solitudine che la scrittrice Urquhart condivide solo nel momento della scrittura, quando, confessa, non riesce ad avere nemmeno un gatto vicino a sé “ perché ha bisogno di tutto l’ossigeno” per raccontare storie, che nascono in lei quando scopre connessioni tra elementi variegati, come nell’episodio del guardiano del faro che, attardandosi a leggere Melville, non si accorge di un sos di un’imbarcazione . “ Qui il gioco intertestuale è molteplice: spiega Urquhart : ho giocato sulla polisemia della parola, sulle citazioni letterarie e sull’ambivalenza di luoghi estremi come lo sono molti sia nell’Irlanda della mia tradizione familiare sia nel Canada dove vivo”.

 

Alessandra Pavan

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