La lettera d’amore di Goethe a Charlotte von Stein

La lettera d'amore di Goethe a Charlotte Von Stein, moglie del suo mecenate, il duce Carlo Augusto di Sassonia. Un amore affettuoso e platonico, mai realizzato
La lettera d'amore di Goethe a Lotte von Stein

MILANO – Wolfang Goethe e Charlotte Von Stein si conobbero il 7 novembre del 1775, quando il poeta tedesco fu ospitato dalla famiglia di lei nel loro castello di Kochberg,nei pressi di Weimer. Charlotte von Stein aveva all’epoca trentaquattro anni, Goethe invece ne aveva ventotto. I due ebbero per dieci anni una relazione solo platonica, ma non per questo meno profonda. Si scrivevano di continuo lettere d’amore, piene di poesia e affetto, tanto che oggigiorno Charlotte von Stein è considerata dai critici come una delle fonti di maggiore ispirazione per lo scrittore di Francoforte.

La lettera d’amore di Goethe a Charlotte Von Stein

Le mie lettere ti avranno detto quanto io mi senta solo. Non mangio a corte, vedo poca gente, me ne vado a passeggiare solo e in ogni bel punto desidero di essere con te. Non posso fare a meno di amarti, anche più di quello che dovrei, e tanto più felice sarò quando ti rivedrò. Ti sento sempre più vicina a me, la tua presenza non mi lascia mai. In te ho trovato la misura per tutte le donne, anzi per tutti gli esseri umani: attraverso il tuo amore, la misura per la sorte di ognuno.

Non è che esso mi offuschi il resto del mondo, anzi direi piuttosto che me lo schiarisce tutto quanto, e mi rende possibile di vedere nettamente come sono gli uomini, cosa pensano, cosa desiderano, cosa fanno e godono: a ognuno concedo il suo, e dentro di me mi rallegro del fatto di possedere, io, un tesoro cosi indistruttibile.

A te succede nella tua economia domestica quel che talora succede a me negli affari: non si vedono le cose, solo perché non ci si vuole fermare sopra gli occhi, e solo quando le circostanze appaiono chiare, anche le cose assumono un interesse. Poiché l’uomo si compiace sempre di agire direttamente e se è ben animato, ama mettere in ordine, disporre ogni cosa, aumentare il silenzioso dominio della giustizia.

Penso di portare con me Weimar il cranio dell’elefante. […] Friz è buono e contento. Senza che se ne accorga, viene introdotto nel mondo e, senza saperlo, impara a conoscerlo. Tutto lo diverte: ieri gli feci leggere le suppliche e poi me le feci riferire. Moriva dalle risa e non riusciva a credere che ci fosse gente in cosi cattive condizioni, come appariva da quelle lettere. Amore mio.

Addio mille volte amata.

G.

© Riproduzione Riservata