Satira inglese al Festivaletteratura

Jonathan Coe a Mantova, tradizione e innovazione della satira politica

L’autore, intervistasto a Mantova da Fabio Genovesi, spiega che una sorta di sequel a La famiglia Winshaw gli era stata chiesta, visto il successo del romanzo, dal suo editor inglese
Jonathan Coe al Festivaletteratura a Mantova, tradizione e innovazione della satira politica

MANTOVA – Una satira spietata sulla società attuale, tra povertà, ingiustizie e cultura pop. Jonathan Coe presenta il suo nuovo romanzo edito da Feltrinelli, Numero 11 al Festivaldellaletteratura di Mantova .  L’autore, intervistasto alla manifestazione da Fabio Genovesi, spiega che una sorta di sequel a La famiglia Winshaw gli era stata chiesta, visto il successo del romanzo, dal suo editor inglese. E lui che non ama rileggere i suoi libri si è visto costretto a farlo e a scoprire che fra tutti i personaggi aveva fatto sopravvivere solo Phoebe, l’infermiera  e da lì è partita una nuova storia, che ha, in un certo senso, ereditato il plot precedente.

LA FAMIGLIA WINSHAW – “In realtà- spiega il romanziere inglese – non avevo mai pensato di scrivere un sequel. Ma sempre di più, avendo scritto ormai molti romanzi, non li vedo come singoli lavori, piuttosto li sento come capitoli di una narrazione in continua evoluzione e sviluppo. La famiglia Winshaw resta per me una metafora sul potere che le elite economiche e di governo esercitano su tutti noi.  Ero contento, però, che molti dei protagonisti fossero morti alla fine di quel romanzo perché significava una cosa ovvia: potevo solo prendere dei personaggi minori, il che si è rivelato per me molto più interessante.”

IL TEMA DELLA FOLLIA NEL ROMANZO – Uno dei temi portanti della narrazione, sottolinea Genovesi, è quello della paranoia e della pazzia. “Da molti punti di vista  – spiega Coe – “Numero 11” è il più folle  dei miei romanzi  in quanto mostra persone le cui vite sono regolate da forze misteriose e sinistre incomprensibili. Mi sono sentito così dalla crisi del 2008 “. La follia però è una metafora pigra: 80 persone al mondo detengono la ricchezza di metà del pianeta: “è questa la vera follia – si indigna lo scrittore britannico- a  cui siamo rassegnati e non facciamo niente per cambiarlo: perciò in questo romanzo, invece di scrivere sempre in chiave di commedia, sono ricorso a modi narrativi dell’horror, per creare questa sensazione di disagio e qualche volta addirittura di disgusto nel lettore, così da spingerlo a fare qualcosa”.

LA SATIRA HA PERSO LA SUA EFFICACIA – È anche un romanzo, spiega Genovesi,  che si interroga  appunto sull’efficacia dello humour nel mettere a nudo i mali di una società, nonché una satira dei film horror di serie B. “Qui in Gran Bretagna – spiega Coe- siamo molto orgogliosi della nostra tradizione di satira politica, nata nel XVIII secolo con Pope e Swift, poi a poco a poco la politica ha addomesticato la satira e ha imparato a conviverci: oggi è un rumore di fondo più che una sferzata amara”. “Pensiamo che sia un modo per costringere i politici a rendere conto del loro operato e al tempo stesso per far in modo che non si prendano troppo sul serio. Certo, fa piacere ridere di quello che combinano, di tanto in tanto. Ma penso anche che in anni recenti siamo arrivati a sovrastimare il potere della commedia, la satira più potente, invece , dovrebbe sfidare le nostre convinzioni, invece di confermarle”. Alla satira si accompagna però una scrittura molto godibile, il che –confessa Coe  – è quello che ricerco io stesso quando leggo, cioè una vena di entertainment nella scrittura, a cui aggiungo anche forti suggestioni musicali e cinematografiche,  anche film immaginati e mai visti. In quest ‘ultimo romanzo, però, Coe  svela una sfumatura, anche per lui stesso, nuova: una sorta di nostalgia raffigurata nell’immagine del giardino di cristallo che compare nell’incipit e che è il fil rouge attraverso cui si dipanano cinque diverse storie che si intrecciano: “forse un modo quello della nostalgia – conclude lo scrittore inglese – che mi permetterà di risolvere le mie ossessioni.”

 

Alessandra Pavan

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