Intervista alla scrittrice

Igiaba Scego, “Gli immigrati devono esser visti come persone, non come nemici”

Igiaba Scego è in libreria con il suo nuovo libro "Adua", così abbiamo colto l'occasione per parlare con lei del tema dell'immagrazione
Igiaba Scego, "Gli immigrati devono esser visti come persone, non come nemici"

MILANO – Il 2 settembre del 2015 è uscito il nuovo libro di Igiaba Scego, “Adua” di Giunti editore. La scrittrice nel libro racconta la storia di una donna, Adua, alla ricerca di sé in un lungo viaggio dalla Somalia a Roma. In occasione di questa nuova pubblicazione, abbiamo parlto con l’autrice non solo per conoscere meglio la storia che ci ha raccontato, ma soprattutto per affrontare il delicato tema dell’immigrazione. Vediamo insieme l’intervista completa.

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1) La storia di Adua può essere quella di tante altre persone oggi in Italia. Quali e che tipi di reazione vuole suscitare nei lettori?
Spero faccia capire che dietro la parola “migrante” e dietro le cifre che ci sciorina quotidianamente il telegiornale ci sono le persone. Adua ha un percorso particolare, sogna il cinema, ma quello che l’accomuna a chi cerca un futuro in una patria senza guerre è la voglia di credere ancora nella vita. Adua, anche se prende continuamente strade sbagliate, crede in se stessa. Purtroppo però i pericoli sono in agguato. Lei però nonostante le sofferenze riesce a trovare un’amica che la riporta verso se stessa e una vita sicuramente migliore. L’amicizia, l’incontro o semplicemente una società che ti accoglie possono fare la differenza. Per Adua l’aria Lul fa la differenza. Oggi per i richiedenti asilo che fuggono da guerre e carestie servirebbero invece percorsi di inclusione sociale e un’atmosfera più rilassata. Servirebbe essere visti come persone e non come nemici.

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2) Il suo libro affronta una tematica molto attuale. Secondo lei le istituzioni italiane si adoperano nel giusto modo per cercare di risolvere l’emergenza immigrati o si fa ancora troppo poco?
L’immigrazione non è un’emergenza. è un dato strutturale da almeno 30 anni. Ma l’Italia l’ha sempre affrontata come emergenza, come qualcosa di anomalo, da gestire con un apparato securitario. L’Italia inoltre non si è dotata di strumenti che la potevano aiutare a creare un reale incontro tra cittadini autoctoni e cittadini ospiti. In Italia abbiamo una legge la Bossi-Fini che crea illegalità. L’Italia con questa legge impedisce ogni tipo di inclusione reale nel territorio. Inoltre manca una legge sulla cittadinanza che permette (come succede in altri paesi europei) di diventare cittadini. Qui il percorso di cittadinanza, sia sei soggiorna da tanto tempo sia se si è nati in suolo italiano, è un terno a lotto. Lo Ius Soli per figli di migranti un miraggio. Come facciamo a costruire una società inclusiva se le nostre leggi di base lo impediscono? Dobbiamo cominciare dalle leggi, dobbiamo cambiarle. Quindi dal punto di vista legislativo si fa poco. Poi quello che vedo io è che si mischia tutto. Si mischia la situazione di qualcuno venuto 30 anni fa con quella di qualcuno arrivato ieri. I migranti vengono da paesi diversi, sono di generazioni diverse, hanno problematiche diverse. Non si può mescolare tutto come invece si fa adesso. In Italia mancano i professionisti della materia nei posti chiave. Inoltre per quanto riguarda l’accoglienza dei richiedenti asilo, quella si un’emergenza visti i mille fronti di guerra aperti intorno a noi, si potrebbe fare molto di più con la microaccoglienza che con centri grandi che tolgono solo dignità alle persone. Più che si fa poco, concludo tornando alla domanda, ho la sensazione che si faccia male, si agisca davvero senza un piano. e questo da il fianco ai seminatori di odio che del caos si beano. Serve un altro approccio mentale. Vedere l’immigrazione non come problema, ma come risorse future da indirizzare bene fin dall’inizio. Poi questa gestione (fatta bene) potrebbe trasformarsi in un indotto anche per gli italiani stessi che lavorerebbero in dinamica di vera accoglienza, basata quindi sull’inclusione e non sull’esclusione.

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3) Si sente di dirci qualche suo personale possibile accorgimento o idea sia per favorire l’integrazione di chi arriva?
Non basterebbero le poche righe a mia disposizione. Io farei come in Svezia: insegnerei la lingua, un mestiere e darei loro un tetto sulla testa. Con un’accoglienza diffusa, la microaccoglienza, non è un piano impossibile. Solo che la gestione dei migranti purtroppo è stato oggetto di affari poco chiari o di sciatteria diffusa. Serve gente capace e competente che lavori in questo ambito. Se no si comincia male.

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4) Ha già in mente un’idea sulla trama del suo prossimo libro?
So solo che non sarà una storia somala (voglio prendermi un break dal mio paese di origine) e non sarà ambientata a Roma, (prendo un break anche dalla mia città natale) ma in un’altra città italiana. Ho già cominciato a lavorare su questa nuova storia. Sono curiosa di vedere come procederà questo lavoro.

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5) Ha mai pensato di scrivere una storia completamente diversa per tematiche e contenuti da quelle che ha scritto finora? Ha mai pensato di misurarsi con un nuovo genere letterario?
Ogni libro è una nuova sfida. Non esiste il genere “immigrazione”, quella che scrivo io è semplicemente narrativa. Solo che ho seguito per almeno tre libri una mia ossessione personale. La mia casa è dove sono parlando di me e della mia famiglia, con Roma. Negata percorsi postcoloniali nella città attraverso le storie dei monumenti, ora con Adua con un romanzo. Sono tre opere legate, ma molto diverse tra loro. Roma Negata è una specie di saggio storico e guida turistica insieme, mentre Adua parla di una vicenda molto lontana dal mio vissuto. Io non sono stata interprete durante il ventennio per il fascismo e non sono stata ingannata da cinematografari senza scrupoli. Io in Adua solo l’elefante che ascolta. Ora ho ascoltato Adua e prossimamente chissà. Quindi credo già di cimentarmi con scritture diverse, ma seguo sempre il filo delle mie ossessioni. è sano farlo. Forse addirittura necessario per chi scrive.

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