L'intervista a Gigi Cavenago

Gigi Cavenago, “Disegnare Dylan Dog è un delirio e un sogno lucido”

Ecco l'intervista a Gigi Cavenago, che ha disegnato il numero del trentennale di Dylan Dog, "Mater dolorosa", nonché nuovo copertinista dell'albo regolare
Gigi Cavenago, "Disegnare Dylan Dog è un delirio e un sogno lucido"

MILANO – Sono passati 30 anni dal debutto in edicola di un certo Dylan Dog, uno dei fumetti di maggior successo prodotti dalla Bonelli. Sono passati 30 anni ma lui indossa sempre quella meravigliosa camicia rossa, Groucho fa sempre quelle orribili e stupende battute e le donne non riescono a resistere al fascino dell’indagatore dell’incubo, ex agente a Scotland Yard, sempre criticato dai giornali inglesi. Sono passati 30 anni, dicevo, e sempre più lettori si lasciano affascinare dalle sue storie affollate di mostri e di tanta umanità. Il numero per celebrare questo traguardo è stato scritto dal curatore della testata, Roberto Recchioni, e da un giovanissimo Gigi Cavenago (aveva quattro anni quando è uscito il primo Dylan Dog), nonché nuovo copertinista della serie regolare. Ecco la nostra intervista proprio a Gigi Cavenago.

Sei il nuovo copertinista di Dylan Dog. Come vivi questo lavoro e questa grande responsabilità?

Diciamo che non ho ancora metabolizzato la cosa, fino ad ora ho all’attivo solo due copertine per la regolare (più il frontespizio) e finché non terrò in mano la prima copia stampata del n.363  non potrò dire di aver provato l’esperienza completa. Inoltre si tratta di un incarico da portare avanti mese dopo mese quindi, rispetto alle copertine quadrimestrali del “Maxi_Old Boy”, il mio lavoro di copertinista farà sempre più parte del mio quotidiano e ancora non so come sarà vivere questa nuova condizione mese dopo mese. Siamo solo agli inizi insomma. Quello che posso dire è che ho accettato l’incarico sentendone tutta la responsabilità sulle spalle: sono stato preceduto da Autori di prima categoria (Claudio Villa e Angelo Stano), voglio essere all’altezza loro e della testata, che ho sempre adorato fin da lettore.

Cosa deve dire una copertina?

Deve dire poco, ma quel poco lo deve rendere incredibilmente interessante. Poi dipende dall’approccio con cui la si affronta.  In Bonelli c’è da sempre stata la tradizione della copertina/vignettona: in pratica si prendeva una scena presente all’interno dell’albo e la si riproponeva in copertina. Venivano fuori copertine in cui si raccontava sempre una situazione molto specifica. Nel caso di Dylan si trattava quasi sempre del nostro Old Boy minacciato dal mostro di turno, una volta una mummia, una volta un serial killer… Quello che queste copertine comunicavano, per quanto di ottima fattura, era sempre lo stesso concetto “in questo numero Dylan affronta il tal mostro”. L’ho messa giù semplice ma a grandi linee il principio era quello.

Come saranno invece le nuove copertine?

Adesso questo approccio è andato un poco sparendo, specie su Dylan. Da quando Roberto Recchioni è diventato curatore della testata le copertine son state realizzate con un piglio più creativo, fin dalla prima cover da lui curata (il numero 325) in cui si mostrava un Dylan che si toglieva le bende dal volto. A giudicare da quelle che mi sono state affidate, l’approccio di Roberto è ancora lo stesso: quello che cambia è la scelta di comunicare più un concetto che non una situazione, sono copertine più iconiche, più “centrate”, anche più evocative. Detto questo, da lettore ho sempre adorato le copertine classiche e sono certo che ci sarà una alternanza di stili: copertine concettuali e copertine classiche a braccetto.

È un momento cruciale e di cambiamento per la testata di Dylan Dog. Come vedi questa svolta?

La vedo come una vittoria su tutti i fronti. La serie regolare sta aprendo strade nuove per il personaggio. Mentre i lettori per così dire “nostalgici” hanno a disposizione una testata come il “Maxi_Old Boy”, sul Color Fest si sperimentano stili diversi con autori presi da ogni ambito del fumetto. Lo speciale “Il pianeta dei morti” di Bilotta affronta un universo affascinante per un indagatore ormai maturo e crepuscolare. In più, tutto questo ha portato anche al ritorno di Tiziano Sclavi e a una nuova serie da lui voluta e ideata. Più di così…

È vero che siamo già verso l’albo 363 ma una domanda sul 361, “Mater Dolorosa”, è obbligatoria. Com’è stato disegnare Dylan bambino e in generale lavorare a un storia così importante come quella del trentennale?

Difficile. Ma bello. Dylan bambino è stato una vera sfida: in generale non è mai facile disegnare i bambini, non tanto per come appaiono, ma per come “recitano”. Specie in situazioni serie, o di terrore. Ho osservato parecchio i bambini (nello specifico i miei nipoti) e mi sono accorto che molti dei loro atteggiamenti non avrebbero funzionato appieno nelle situazioni raccontate in quella storia. Il piccolo Dylan di “Mater Dolorosa” è molto più maturo di quanto possa esserlo un bambino, quindi l’ho fatto recitare, l’ho fatto muovere in un modo che non gli appartiene del tutto. In certi casi la cosa ha funzionato benissimo in altri meno. Per il resto è stata una esperienza incredibile da tutti i punti di vista: è stato il mio strambo esordio sulla testata. Dico “strambo” perché  l’ho vissuto con esaltazione ed incertezze, soddisfazione e frustrazione. Una parte di me non sapeva cosa stesse facendo l’altra, con un occhio guardavo al calendario terrorizzato dalle scadenze, con l’altro la tavola per immergermi nella storia. Un po’ sogno lucido, un po’ delirio.

Come si relazionano a tuo parere testo e immagine? Come si amalgamano? Cosa restituisce al lettore l’immagine e cosa le vignette?

Più si saldano assieme meglio è, devono puntare entrambe allo stesso effetto. Se la storia chiama certe atmosfere o sensazioni il disegno non può certo tirarsi indietro. E’ recitazione, è linguaggio del corpo, è espressività: ogni cosa è dettata dalla situazione che vivono i personaggi, dalla battuta che dicono in quella determinata vignetta. Ci sono le indicazioni specifiche nella sceneggiatura, e anche il buon senso di chi la mette in scena. Anche le inquadrature naturalmente fanno la loro parte, nel fumetto si usa il classico linguaggio cinematografico per cui un personaggio preso dal basso mette in soggezione, un primissimo piano mostra intensità e così via. Il legame tra il testo e il disegno avviene attraverso queste due cose: recitazione e regia. Al lettore arriverà tutto in un unico pacchetto.

Ogni disegnatore ha il suo modo di interpretare Dylan Dog. Come hai lavorato al tuo? Ti sei ispirato ad altri disegnatori dell’indagatore dell’incubo?

Il disegnatore che ho guardato di più per il volto di Dylan è Piero Dall’Agnol, anche se pure lui nel corso degli anni ha cambiato di parecchio di numero in numero: a volte Dylan ha il viso più allungato, a volte meno, a volte è più massiccio, altre volte è una specie di attaccapanni. Nonostante tutto le sue interpretazioni mi arrivano chiare in testa e per me sono imprescindibili. Non ho ancora un volto di Dylan che sia totalmente mio, sono ancora alla ricerca, ogni tanto spunta qui e là in qualche vignetta ma poi lo perdo. C’è da dire che su Mater Dolorosa ho dovuto rappresentarlo malato ed emaciato, quindi non ho avuto modo di allenarmi sulle sue fattezze “regolari”. Credo che anche Massimo Carnevale abbia avuto lo stesso problema nel disegnare Dylan Dog su “Mater Morbi”, ricordo che lo accennava in una intervista.

 

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