Gianrico Carofiglio, “Esistono due tipi di libri: quelli scritti bene o male”

Gianrico Carofiglio è in cima alle classifiche con "La versione di Fenoglio", una raccolta di racconti che è anche un saggio atipico sul metodo investigativo
Gianrico Carofiglio,

MILANO –  I romanzi si dividono in due sole categorie: quello scritti bene e quelli scritti male. Cita lo scrittore Gilbert Keith Chesterton per spiegare il suo modo di categorizzare i libri Gianrico Carofiglio, l’ex magistrato in cima alle classifiche di vendita con il suo ultimo libro “La versione di Fenoglio“, un romanzo di dialogo fra Pietro Fenoglio e un ragazzo poco più che ventenne, una raccolta di racconti che è anche un saggio atipico sul metodo investigativo. Abbiamo intervistato Gianrico Carofiglio per farci raccontare di più sul suo nuovo romanzo.

“La versione di Fenoglio” non si inserisce nel genere tradizionale del giallo, ma è una raccolta di riflessioni sul metodo investigativo, sulla verità e la menzogna. Come è nata l’idea di scrivere un libro di questo tipo?

Il libro ha una storia abbastanza singolare. L’idea originaria era di scrivere un saggio sul metodo investigativo come paradigma del metodo della conoscenza. Quando ho cominciato a scrivere mi sono reso conto che non avevo davvero voglia di scrivere quel libro (anche se volevo parlare di quegli argomenti) e ho cercato un’alternativa. Dopo qualche mese di riflessione mi sono reso conto che il modo migliore per trattare quei temi era la forma del romanzo, ancorché atipico. A quel punto è stato naturale scegliere il personaggio di Pietro Fenoglio (già comparso in due precedenti romanzi) per parlare – ripeto, in forma romanzesca – di quegli argomenti. Il libro ha dunque assunto una natura molteplice: è un romanzo di dialogo, fra Pietro Fenoglio e un ragazzo poco più che ventenne, incontrato in circostanze inattese; è una raccolta di racconti investigativi; è un saggio atipico sul metodo.

Quali sono i tuoi modelli di scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi piace la scrittura asciutta, senza sbavature, fatta di parole concrete e di scarti improvvisi. Non so rispondere alla domanda sui maestri: certe influenze lavorano sotto la superficie e raramente ne siamo davvero consapevoli.

Fenoglio è un maresciallo che vive a Bari, affezionato e appassionato al mondo della letteratura e della cultura. Quanto c’è di Carofiglio in Fenoglio?

Parecchio direi. Ma c’è parecchio dell’autore anche nell’altro personaggio del romanzo, il giovane Giulio.

Come mai hai deciso, ad un certo punto della tua vita, di chiudere con la magistratura e dedicarti a tempo pieno alla scrittura?

Mi sono reso conto che la scrittura era diventato il mio primo lavoro e l’idea di fare il magistrato come secondo lavoro mi pareva discutibile sul piano esito e anche, come posso dire, sul piano estetico. A quel punto mi sono reso conto che c’era una sola cosa giusta da fare e cioè dare le dimissioni da magistrato, lavoro che ho fatto per tanti anni e che ho molto amato. Non è stato facile ma credo fosse giusto.

Perché il genere del giallo è ancora considerato di serie b rispetto agli altri generi?

È un tema – e una distinzione – che mi interessa poco. Chesterton (il creatore del personaggio di Padre Brown) diceva che i romanzi si dividono in due sole categorie: quello scritti bene e quelli scritti male. Io sono d’accordo.

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