Fulvio Ervas al Salone del Libro, ”Preferisco conquistare i lettori con lo stile”

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE A TORINO - Presso lo stand della casa editrice Marcos y Marcos ospite d'eccezione è Fulvio Ervas, salito agli onori della cronaca con il libro 'Se ti abbraccio non aver paura' che parla di autismo, ma soprattutto di speranza...

Lo scrittore protagonista presso lo stand Marcos y Marcos scambia con noi qualche battuta sulla professione, sul pubblico e soprattutto sui giovani

 

TORINO – Presso lo stand della casa editrice Marcos y Marcos ospite d’eccezione è Fulvio Ervas, salito agli onori della cronaca con il libro "Se ti abbraccio non aver paura" che parla di autismo, ma soprattutto di speranza. Tra un impegno e l’altro lo scrittore scambia con noi qualche battuta sulla professione, sul pubblico e soprattutto sui giovani.

 

Come è nata, per te, la passione per la scrittura? Hai sempre voluto fare questa professione oppure ci sei arrivato con il tempo?
Io rientro nella categoria dei sognatori. Per anni ho scritto volantini politici; da ragazzo stendevo nero su bianco, per gli altri, grandi programmi rivoluzionari. Dovevo dire come si passava dal grigio quotidiano al bel sole dell’avvenire. Avevo già allora una grande immaginazione. Mi sforzavo moltissimo di dire molte cose in poco tempo, sbagliando clamorosamente, come si può vedere dallo stato della politica oggi. Poi, quattordici o quindici anni fa, è subentrata una sorta di presunzione: ho pensato di avere letto così tanto da potermi permettere a mia volta di scaricare qualche file. Ho iniziato con dei raccontini, ma quasi subito sono passato alle grandi storie. Le prime cose che ho scritto sono quelle che ho ancora oggi nel cassetto, non sono certo libri pubblicati. Sono chiuse a chiave perché si tratta più che altro di pastrocchi, forse illeggibili. Ma è proprio in quelle prime storie che ho tentato veramente di creare dei mondi. Avevo la presunzione, forse sbagliando, che il compito del narratore fosse proprio quello: dare vita a qualcosa. Sinceramente lo credo ancora adesso, anche se andando avanti ho aggiustato il tiro. Nella mia carriera da scrittore, se così si può chiamare, ho sempre immaginato cose. Poi ho imparato e mi sono sentito coinvolto anche da storie vere, gialli, altri generi, ma se io davvero potessi fare quello che voglio starei lì a inventare mondi, scrivendo probabilmente cose senza senso.

I giovani spesso guardano agli scrittori come figure lontanissime, quasi mitologiche. Partendo dalla tua esperienza personale, è davvero così difficile, oggi, arrivare?
Esistono migliaia di percorsi, io posso raccontare il mio. Sono partito scrivendo a quattro mani con mia sorella, ho inventato il rapporto con lei. Di fondo io sono un confuso, uno che non ha veri progetti di scrittura. Non parto mai con un’idea chiara di quello che farò, ad esempio dicendo ‘Oggi scrivo un libro di genere giallo’. Per me non funziona così. Mi vengono in mente delle cose, voglio raccontarle e lo faccio. Ma sono una persona molto caotica, quasi al limite del patologico. Ad esempio in fase di editing, il mio modo di scrivere fa impazzire l’editor. In quello che scrivo spesso ci sono dentro 500 storie e lui mi chiede di completarne almeno una.

Un momento che ha cambiato la tua storia da scrittore?
La mia fortuna è stata vincere il premio Calvino e dopo trovare delle persone, nella casa editrice Marcos y Marcos con cui ho fatto tutto il percorso di pubblicazione, che abbiano davvero creduto in me. Ho trovato un editore che ha pensato: ‘Sì, questo è un matto, però forse ha qualcosa da dare’. All’inizio i libri venduti non sono stati molti, ma la casa editrice non ha smesso di credere in me, nel fatto che, essendo un narratore, prima o dopo avrei trovato la storia giusta. Ed è quello che è successo. Così sono passato da un gran numero di storie raccontate un po’ così a una storia sola, anche più vendibile. Ma soprattutto, con Se ti abbraccio non aver paura ho avvicinato un pubblico molto più ampio dei soliti lettori.

Quindi è questo che bisogna fare per coinvolgere le persone, per avvicinarle ai libri, scrivere delle storie di cui ci si possa innamorare?
Si devono certamente trovare storie che sappiano prendere. Poi parliamoci chiaro, vendere i libri è una questione di scelte. Si possono trovare gli spunti giusti e solleticare il lettore con lo stile, oppure più semplicemente si può fare appello ai desideri più bassi delle persone. Il successo della trilogia delle 50 sfumature insegna. Personalmente, preferisco la prima strada.

Per finire, immagina di dover promuovere la lettura tra i giovani con una sola frase.
Direi agli insegnanti: leggete davanti ai vostri studenti. Sedetevi al tavolo della biblioteca scolastica, in classe, al bar delle scuola e fatevi vedere con un libro aperto tra le mani. Non c’è modo migliore di dare il buon esempio.

 

Roberta Turillazzi

19 maggio 2013

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