Esistono parole che, pur essendo brevi, portano con sé un peso enorme. Per Francesca Barra, giornalista, scrittrice e madre, una di queste parole è il “No”. Ma non un “no” autoritario o punitivo, bensì un “no” che suona come un sospiro di sollievo, un argine necessario in un mondo che sembra aver perso il senso del limite.
Viviamo nell’epoca dello scrolling infinito, della gratificazione istantanea dei “like”. Un’epoca caratterizzata da una vicinanza tra genitori e figli che rischia spesso di trasformarsi in una pericolosa confusione di ruoli. Francesca Barra, con il suo nuovo libro, “Il no che vorrei dirti“, parte dalle proprie fragilità e dai propri errori per esplorare la sfida educativa più grande del nostro tempo: proteggere l’infanzia e l’adolescenza dalle insidie del digitale.
“Il no che vorrei dirti”, intervista a Francesca Barra
In questa intervista, Francesca ci racconta come ha trasformato la sua casa in un laboratorio di “disconnessione creativa”, spiegandoci perché la noia può diventare un’alleata preziosa e perché, per salvare i nostri figli dallo schermo, dobbiamo prima di tutto avere il coraggio di posare il nostro smartphone. Un dialogo intimo e necessario sulla “grammatica dei sentimenti” e sulla responsabilità di restare guide sicure, anche quando dire di no sembra la strada più difficile.
Il titolo del libro ruota attorno a un “No” che sembra quasi un sospiro di sollievo, più che un divieto. In un’epoca in cui la velocità digitale sembra aver annullato la riflessione, quanto è diventato difficile, e al tempo stesso rivoluzionario, per un genitore oggi recuperare la forza educativa di un confine?
Per me, quel “no” di cui parlo nel libro non è un muro invalicabile, ma un vero sospiro di sollievo. Pronunciarlo è difficilissimo: temiamo di mortificare i nostri figli, di sembrare autoritari come i genitori di una volta o di perdere quel rapporto di complicità che abbiamo faticosamente costruito. Oggi i ragazzi negoziano fino allo sfinimento e noi spesso molliamo per stanchezza.
Tuttavia, dobbiamo capire che stabilire un confine è un atto di cura, esattamente come insegnare ad attraversare la strada o mettere il casco. Non possiamo lasciare che i nostri figli affrontino da soli pericoli ormai certificati dagli specialisti. Abbiamo il vantaggio di una comunicazione più fluida con loro rispetto al passato, ma non dobbiamo confondere questa vicinanza con l’essere “amici”: educare significa restare al timone, anche quando costa fatica e conflitto.
Sei cresciuta in Basilicata e hai spesso dichiarato che i libri ti hanno salvata dalla noia e offerto sogni. Oggi la noia è quasi proibita dagli algoritmi, sostituiti da uno scrolling infinito. Come possiamo riportare i ragazzi a preferire la “fatica” gratificante di una pagina scritta rispetto alla gratificazione istantanea di un like? La lettura può essere l’unico vero spazio di “disconnessione” rimasto per proteggere l’immaginazione dei più giovani?
Non ho ricette magiche e mi sento un genitore fallibile, pieno di dubbi e sensi di colpa. Però ho capito una cosa fondamentale: siamo lo specchio dei nostri figli. Se voglio che loro leggano o non restino ipnotizzati dallo smartphone, devo essere io la prima a posarlo. Ad esempio ho eliminato dal mio smartphone le app inutili e i passatempi digitali.
Ho imparato a non temere i capricci di mia figlia Athena quando le nego la TV. Dopo il pianto, arriva la creatività: la noia è salvifica perché ti costringe a inventare un “piano B”.
Con i miei figli abbiamo istituito il “martedì della lettura” e svolgiamo insieme attività manuali come l’uncinetto. In questo percorso, la coerenza tra genitori è vitale: anche se separati, bisogna mantenere punti fermi comuni per non disorientare i ragazzi.
Spesso tendiamo a colpevolizzare i ragazzi per l’uso dei social, ma il tuo libro sposta il focus sui genitori. Qual è l’errore più comune che gli adulti commettono quando entrano in competizione con lo smartphone dei propri figli per attirare la loro attenzione?
Smettiamola di colpevolizzare i ragazzi per l’uso dei social: non sono nati con il cellulare in mano, siamo noi ad averglielo consegnato. Per orientarmi in questo mondo complesso, non mi improvviso maestra (infatti mi sono iscritta a psicologia e mi consulto con veri specialisti), ma cerco di dare loro gli strumenti giusti.
Hai vissuto sulla tua pelle l’odio social e hai lottato contro le discriminazioni. Nel libro offri una guida pratica: oltre alle regole tecniche, qual è la “grammatica dei sentimenti” che dobbiamo insegnare ai ragazzi affinché lo smartphone non diventi un’arma ma uno strumento di espressione?
La cosa più importante che ho scoperto vivendo sulla mia pelle l’odio social è, innanzitutto, che esso non risparmia nessuno. Quelli che hanno tanti followers e che incitano all’odio, alle vendette, allo scherno hanno avuto cattivi maestri che li hanno educati e li hanno legittimati a poter dire e fare di tutto.
Ai ragazzi dobbiamo insegnare a non sentirsi in colpa, a ridimensionare gli attacchi, a volte a perdonare e, quando serve, a difendersi nelle sedi opportune, senza mai perdere la propria bussola emotiva.
Condivideresti con noi un piccolo consiglio concreto, un “trucco” da genitore grazie al quale sei riuscita a cambiare la routine nella tua famiglia?
Se dovessi dare un consiglio concreto, direi: rendete la tavola una zona smartphone-free. In cucina, senza schermi, abbiamo visto rifiorire il benessere di tutti.
Se dovessi scegliere un libro della letteratura classica da mettere sul comodino di un adolescente “iperconnesso” oggi, per aiutarlo a capire che il mondo è molto più grande di uno schermo, quale sceglieresti e perché?
Per quanto riguarda la lettura, non impongo un unico titolo, non ho peclusioni. Porto le mie figlie in libreria e scelgo con loro: dall’epica a Cime tempestose, l’importante è che il libro diventi un punto di partenza per parlarne insieme. Il mondo è molto più grande di uno schermo, e la pagina scritta resta lo spazio più prezioso per proteggere la loro immaginazione.
