Enrico Mottinelli, ”Nel Giorno della Memoria fermiamoci a pensare a quanto la tragedia della Shoah ci riguardi da vicino”

Auschwitz ha svelato una nostra identità oscena, lasciandoci in eredità un senso di vergogna con cui dobbiamo convivere. Per questo è importante, il 27 gennaio, fermarsi a riflettere, magari rivolgendosi a un buon libro che ci aiuti a comprendere, anziché strumentalizzare questa giornata come opportunità commerciale. È quanto affermato da Enrico Mottinelli, che ici presenta ''La neve nell'armadio. Auschwitz e la 'vergogna del mondo'''. Al termine dell'articolo, un estratto del libro in anteprima..
L’autore presenta “La neve nell’armadio. Auschwitz e la ‘vergogna del mondo’”, in cui riflette sull’eredità lasciataci dai campi di sterminio e sul significato attuale che questi hanno per noi, e parla del valore della memoria

MILANO – Auschwitz ha svelato una nostra identità oscena, lasciandoci in eredità un senso di vergogna con cui dobbiamo convivere. Per questo è importante, il 27 gennaio, fermarsi a riflettere, magari rivolgendosi a un buon libro che ci aiuti a comprendere, anziché strumentalizzare questa giornata come opportunità commerciale. È quanto affermato da Enrico Mottinelli, che ci presenta “La neve nell’armadio. Auschwitz e la ‘vergogna del mondo’” in occasione del Giorno della Memoria. Il libro riporta, in appendice, una conversazione con Edith Bruck, scrittrice di origine ungherese sopravvissuta all’internamento nei campi di concentramento di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen.

Su quali fonti ha lavorato per la stesura del saggio “La neve nell’armadio. Auschwitz e la ‘vergogna del mondo’”?

Mi sono rivolto principalmente alla letteratura, ormai immensa. Su tutti, alcuni capisaldi imprescindibili: innanzitutto Primo Levi, un autentico gigante, e poi Raul Hilberg, Gitta Sereny, Robert Antelme, Hermann Langbein e tanti altri. Ma ho scelto di partire dal film di Claude Lanzmann, “Shoah”, per la sua unicità e la sua forza, tra tutti forse il documento più incisivo per chi è “venuto dopo” e vuole provare a capire qualcosa di quanto è successo andando un po’ oltre il mero dato storico e museale.

La vergogna, emerge nel libro, sembra essere l’unico sentimento adeguato attraverso cui confrontarsi con quanto accaduto. In una prospettiva futura, a cosa serve continuare a coltivare questa vergogna? Come si fa a elaborare il lutto per quanto successo in modo proficuo, facendone una spinta a costruire un futuro migliore?
È quello che mi è parso di cogliere dopo anni di letture e di ricerche. Che cosa resta a noi che apparteniamo alla medesima specie vivente che ha costruito Auschwitz? La vergogna, credo. Che non è il senso di colpa per le atrocità commesse, ma il riconoscimento che in quel denudamento estremo della vita umana ridotta al niente e al non senso c’è il volto più riposto del nostro stesso essere. Su questo piano credo non si possa parlare propriamente di un lutto, ma semmai di uno svelamento, che come tale è irrevocabile e irrimediabile. Dobbiamo semmai cercare di capire cosa significa esistere con la consapevolezza di questa nostra identità oscena. Perché, come scrive George Steiner, “noi oggi siamo Homo Sapiens post-Auschwitz”, una nuova specie antropologica costretta a convivere con la negazione di se stessa.

Quali sono gli aspetti meno noti, ancora non sufficientemente indagati, dell’immane tragedia della Shoah?
Non so se esistono ancora degli aspetti rimasti in ombra relativi a quanto è accaduto, però segnalerei due temi che credo varrebbe la pena approfondire, o indagare un po’ di più di quanto sia stato fatto finora: il tema dell’Europa, che affonda le sue radici, oltre che in vari altri terreni, anche in quelli intrisi di sangue dei campi di sterminio (è il tema della responsabilità, o della corresponsabilità: l’aver lasciato che accadesse); e poi il silenzio dei testimoni, di chi ha vissuto per decenni portandosi dentro quell’esperienza devastante e non l’ha rivelata nemmeno alle persone a loro più vicine. Non si tratta di giudicare questa scelta (non si può e non si deve), ma credo sarebbe importante capire come è stato possibile e che cosa ha voluto dire portare avanti la vita pur avendo impressa nella carne così tanta morte.

Com’è avvenuto l’incontro con Edith Bruck, cosa l’ha colpito di più della testimonianza, riportata in appendice al libro?

Edith l’ho conosciuta innazitutto attraverso i suoi libri, da “Chi ti ama così” a “Signora Auschwitz”, fino a “Quanta stella c’è nel cielo” e “Privato”. Poi, come racconto nel mio libro, le ho scritto una lettera e un giorno ho alzato il telefono e le ho chiesto se potevo incontrarla. Non ha esitato un solo istante. Senza sapere chi fossi o cosa volessi veramente da lei, mi ha invitato a casa sua a pranzo. Parlando, sono rimasto colpito da un suo convincimento, ovvero che per opporsi al pericolo di una nuova Auschwitz l’unica cosa che conta veramente è la capacità di dividere il proprio pane con chi non ce l’ha, una sorta di “competenza umana” che anche la scuola e la politica dovrebbero avere come meta educativa. Al momento sono rimasto sconcertato, mi sembrava un rimedio effimero di fronte alla mostruosità della tragedia. Poi invece ho capito che in fondo ha ragione lei.

La giornalista Elena Lowenthal, in un articolo apparso su La Stampa dal titolo “Ma il rosa scolorisce la tragedia dei lager”, critica il fatto che il Giorno della Memoria sia diventato per le case editrici l’occasione per “una diversa declinazione della strenna”. Escono valanghe di titoli, e con la scomparsa dei testimoni diretti proliferano le rielaborazioni narrative, quest’anno in particolare il rosa: gli stereotipi di genere, sostiene, prevalgono sulla verità storica. Cosa ne pensa?
Questo è senza dubbio l’aspetto negativo che inevitabilmente l’istituzione di una giornata commemorativa porta con sé. Succede per tutte le situazioni analoghe. Alla lunga si fa strada la retorica e la strumentalizzazione, e si finisce per ridurre la memoria a occasione commerciale o sentimentale, di fatto annullando la memoria stessa. Succede anche per Auschwitz. D’altra parte se il Giorno della Memoria non fosse stato istituito, oggi probabilmente ci lamenteremmo della sua assenza. Penso che il 27 gennaio sia da valorizzare come occasione per fermarsi a riflettere su Auschwitz perché ci riguarda molto più da vicino di quanto possiamo pensare (o sperare), a parlarne con qualcuno, a leggere un buon libro (e ce ne sono davvero tantissimi), al limite anche solo restando in silenzio, come accade in Israele in occasione dello Yom HaShoah, quando per due lunghi minuti l’intero paese si ferma in silenzio al suono delle sirene.

Quale deve essere il ruolo e il valore dei libri in relazione al tema della memoria?
I libri sono fondamentali. Bisogna saperli scegliere. Direi che ci si può orientare puntando su quelli che documentano i fatti storici; su quelli che raccolgono la voce dei testimoni (in ogni loro forma); su quelli che hanno tentato di elaborarne il senso, in forma filosofica, politica, sociologica ecc. Lascerei perdere decisamente quella letteratura che denuncia anche la Loewenthal e che non è difficile da identificare. Forse mi sbaglio, ma penso che su Auschwitz non si possa costruire una narrazione di finzione, la cosiddetta fiction, perché Auschwitz è al di là della possibilità della nostra immaginazione e dunque va solo detta per quello che è, per quanto ci si riesce. Tutto il resto è un di più inutile e penso anche dannoso.

27 gennaio 2013

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