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Dostoevskij, l’importanza di leggere “L’idiota” oggi

Dostoevskij, l’importanza di leggere “L’idiota” oggi

Uno dei romanzi più belli di Fëdor Dostoevskij è “L’idiota”: scopri cosa vuol dire leggere un capolavoro come questo oggi, in un mondo carico di violenza ed egoismo.

Dostoevskij, l'importanza di leggere L'idiota oggi

Esistono grandi scrittori, intellettuali e pensatori che hanno consegnato alle generazioni future autentici tesori senza tempo. Ricchezze immortali, perché indagano pregi e difetti dell’umanità, offrendo risposte originali e, talvolta, persino profetiche. Uno di questi è Fëdor Dostoevskij e una delle sue opere più profonde e perturbanti è il romanzo “L’idiota“.

Romanziere e filosofo, Dostoevskij ha dato vita ad opere e personaggi immortali, che hanno cambiato per sempre la storia della letteratura mondiale. Sin dalla prima uscita, a puntate, del capolavoro “Delitto e castigo“, l’autore russo si è distinto per la magistrale capacità di creare storie che assomigliano tanto alle nostre, con uomini e donne che accompagnano le nostre ore di lettura coi loro dubbi amletici e le loro vite straordinarie.

La singolarità dei romanzi di Dostoevskij risiede nella potenza dei messaggi che lo scrittore veicola con grande semplicità: temi come la dualità fra bene e male, l’amore, la relazione con il prossimo, il legame con la spiritualità, il sacrificio, la sofferenza, il castigo, vengono affrontati con parole in cui ogni lettore riesce a riconoscersi. “L’idiota” è uno degli esempi più alti della maestria di Dostoevskij. Scopriamo perché.

“L’idiota” di Dostoevskij

Il racconto prende avvio con una famiglia di proprietari terrieri di Pietroburgo, caduta in rovina: il padre ha dissipato le proprie sostanze all’estero, mentre la madre ha sperperato ciò che restava, abbandonandosi tra le braccia del fidanzato della figlia — un ufficiale che presta denaro — e di uno zio usuraio, condannato a una vita solitaria. Dei tre figli, la figlia suona il piano; il Bello è il prediletto della madre; il più giovane, invece, è disprezzato e soprannominato “l’idiota”.

Uomo di orgoglio smisurato e di passioni violente, questo “idiota” è capace tanto di grandi azioni quanto di profonde abiezioni, incarnando una contraddizione umana che continua a interrogare il lettore. Per Dostoevskij questo personaggio incarna la forza e la passione di una generazione contemporanea che non crede più in nulla. Da un lato manifesta uno smisurato idealismo, dall’altro uno sconfinato sensualismo: due poli opposti che convivono in modo lacerante, in un contemporaneo che non lo capisce.

Lo scrittore russo individua infatti nel socialismo uno dei mali dell’uomo, poiché riduce la presunta felicità dell’essere umano all’effimero materialismo. Per lui, l’uomo non è sulla terra per esaurirsi in una finitezza così limitante, ma per svilupparsi come essere incompiuto e di transizione, privo di senso se non proiettato verso una vita futura oltre la morte. La vita diventa così il Vangelo di una Passione catastrofica e, insieme, l’Apocalisse di una Tragedia serena.

I temi del libro

Ne “L’idiota”, per ammissione dello stesso Dostoevskij, c’è tutto quel che nel suo animo premeva. Sulla vita del grande romanziere russo si stanno addensando le ombre del dolore e della tragedia e il suo genio sta formando i panorami più vasti e terribili della sua opera. È al culmine del suo travaglio creativo. Scrive, nella storia delicata e drammatica del principe Myskin, un romanzo che si interroga sul senso della bellezza della natura umana, e sul tentativo di far vincere il bene sul sopruso e sul male. Le doti di finezza e di crudità psicologica, il senso dello smisurato mistero della libertà umana danno vita a una vicenda affascinante e avvincente.

“L’idiota” racconta quindi la storia di un principe, Myskin, che incarna tutti gli ideali di dolcezza e bontà. Un uomo che sembra non conoscere male, che vive la sua esistenza totalmente votato al bene, all’amore, alla relazione con l’altro. Siamo dinanzi all’ultimo erede di una nobile famiglia decaduta. Myskin è un minuscolo granello gettato in un’immensa distesa di sabbia, un uomo estremamente generoso che quasi non sa stare al mondo.

E quando si innamora, il protagonista del romanzo di Dostoevskij non è più in grado di tornare alla vita di prima. La sua vicenda personale, già complicata per via della solitudine causata dall’animo gentile e dai modi d’altri tempi, si ingrigisce, diventa drammatica. Il principe Myskin dovrà infatti assistere a un terribile evento, che lo segnerà per tutta la vita, portandolo alla follia.

La bontà: una virtù inattuale

Il principe Lev Myškin diventa così l’incarnazione dell’uomo ideale. “L’idea di Dostoevskij era quella di rappresentare l’uomo perfetto, amato e benvoluto da tutti, capace di comprendere gli altri in un mondo fatto di persone malvagie e meschine”, si legge su l’autorevole portale letterario Polka. Dostoevskij intendeva raffigurare Myškin come un vero e proprio “principe Cristo”, e il ritratto che ne emerge è quello di un Cristo del XIX secolo: una figura colma di amore e di perdono, radicalmente estranea ai sentimenti di rabbia e di odio.

Nel mondo di Myškin (e nel nostro), la bontà non è premiata: è sospetta. Chi non compete, non manipola, non si protegge con maschere viene visto come ingenuo, debole o fuori luogo. In una società dominata da performance, immagine e interesse personale, Myškin è inattuale — e per questo profondamente attuale. Nel romanzo, tuttavia, le persone che lo circondano finiscono per considerarlo un imbecille, un idiota.

Questa convinzione è alimentata anche dal fatto che egli soffre di problemi di salute, che ne accentuano l’apparente fragilità e lo rendono ancora più incomprensibile agli occhi degli altri. In filigrana alle vicende dei personaggi si intravedono così i segni di una Russia in profonda trasformazione. Essi emergono nell’insoddisfazione di Aglaja, nelle letture giudicate pericolose da lei e dalle sorelle, ma anche nelle continue digressioni affidate ai personaggi secondari, primo fra tutti Ippolit, simbolo di una gioventù che cerca un ordine nuovo denigrando aprioristicamente tutto ciò che esiste.

Dostoevskij chiude il romanzo insoddisfatto della riuscita del proprio progetto. Eppure, il suo “idiota” verrà assorbito dalla cultura del Novecento, diventando il simbolo di un compromesso impossibile tra l’uomo e le pressioni della società. Si tratta, tuttavia, di una lettura limitata.

Se è vero che il principe Myškin possiede connotati inequivocabilmente cristologici, la sua parola di compassione — intesa come l’assunzione volontaria e responsabile della sofferenza altrui — era ed è tuttora una parola rivoluzionaria. Una parola che tentava di rispondere a un mondo fondato sulla violenza e sulla sopraffazione reciproca. Una parola che andrebbe recuperata, perché potrebbe forse rivelarsi l’arma più autentica di cui disponiamo.

L’incipit de “L’idiota”

Ma andiamo a leggere insieme l’incipit de “L’idiota”, in cui Dostoevskij fa sprofondare il lettore in una bizzarra scena corale, ambientata in un treno, che ci fa conoscere i personaggi principali del romanzo.

“Alla fine di novembre, durante il disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia si andava avvicinando a tutta velocità, verso le nove del mattino, a Pietroburgo. L’umidità e la nebbia erano tali che s’era fatto giorno a fatica; dai finestrini del vagone era difficile distinguere alcunché a dieci passi a destra e a sinistra. Fra i passeggeri c’era anche chi tornava dall’estero, ma erano affollati soprattutto gli scompartimenti di terza classe, pieni di piccoli uomini d’affari che non venivano da troppo lontano. Tutti, com’è logico, erano stanchi, gli occhi appesantiti per la nottata trascorsa, tutti infreddoliti, i visi pallidi, giallastri, color della nebbia”.

Leggere “L’idiota” di Dostoevskij oggi

“Non importa amare o odiare, fare il bene o fare il male, se ciò conduce inesorabilmente a commettere l’unico vero peccato, che è quello di distrarsi dal prossimo perché travolti dalla propria passione”.

Sarebbe sufficiente questo breve estratto per comprendere quanto sia importante leggere “L’idiota” di Dostoevskij oggi. Nell’epoca in cui tutto va veloce, in cui ciascuno di noi è impegnato nella ricerca del proprio benessere e si cura poco di chi e cosa lo circonda, questo capolavoro dell’autore russo potrebbe insegnarci molto. Il principe Myskin è colui che pronuncia la celebre, meravigliosa frase “la bellezza salverà il mondo”.

Allora, la domanda sorge spontanea: perché il titolo dell’opera di Dostoevskij è “L’idiota”? Perché il principe Myskin è ritenuto un idiota? La colpa è della società, che non è pronta ad accogliere la bellezza del personaggio, così non lo comprende e lo deride, o Myskin è davvero un idiota, perché non si rende conto che la sua condotta estremamente votata al bene non lo porta che a sofferenza e isolamento? Quanto è vero che un barlume di bellezza in questa terra martoriata dal male, dalla violenza, dalle guerre, dall’egoismo, può portare uno spiraglio di luce contagioso? Vi auguriamo di scoprirlo con questa splendida lettura.