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Discriminazione femminile

Discriminazione femminile, 5 libri da leggere per riflettere

Siamo nel XXI secolo e ancora, nel nostro Paese e non solo, la discriminazione femminile è una questione calda e attuale

Siamo in Italia, è il 2021, eppure il problema della discriminazione femminile non sembra essere superato. Battute sessiste e scelta dei ruoli, stipendio e colloqui di lavoro, tutti casi in cui le donne, purtroppo, sono ancora considerate un gradino sotto agli uomini. Capacità fisica? Conoscenze inferiori? No, semplice discriminazione di stampo medievale che perdura nei secoli. In questo articolo vi proponiamo 5 libri che mettono in chiaro il problema del sessismo e della discriminazione femminile e la loro ancora forte presenza.

Discriminazione femminile e pandemia

La pandemia da coronavirus non ha fatto che aumentare le differenze che la società ancora si ostina a vedere tra uomo e donna. Soprattutto nell’ambiente lavorativo, che durante questo periodo si è integrato quasi completamente con quello familiare, la discriminazione femminile è aumentata drasticamente. Basti semplicemente pensare al fatto che nell’immaginario comune, purtroppo, è tornata l’idea della donna casalinga in dovere di occuparsi dei figli e dell’ambiente che la circonda quando invece, come l’uomo, ha precisi doveri lavorativi da rispettare nonostante non si trovi più in ufficio. Per non parlare poi, della sempre maggiore violenza subita all’interno delle mura domestiche trasformatesi in questo ultimo anno di reclusione forzata, in vere e proprie prigioni.

Oggi, nel mondo, una donna su tre è vittima di abusi e quotidianamente oltre cento donne sono assassinate da uomini che dichiarano di amarle. Occorre intervenire prima che questo tsunami di violenza destabilizzi, con conseguenze fisiche e psicologiche, anche le prossime generazioni, perché la violenza si ripercuote su tutta la famiglia e su intere comunità, e Rula Jebreal lo sa bene. Dopo lunghi anni, soffocata dal silenzio, in queste pagine ha voluto restituire voce alla storia di sua madre Nadia, vittima della brutalità degli uomini, e a molte storie e testimonianze di altre donne coraggiose, sopravvissute, pronte a rialzarsi, donne che non hanno paura di combattere.

Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica.

Ci sono molti modi per sentirsi superiori, più forti, più bravi, più sapienti e potenti. La sopraffazione non passa solo per la violenza fisica, l’umiliazione, la dipendenza economica, ma anche da meccanismi più semplici, da comportamenti più sottili e socialmente accettati da tutti. La violenza sulle donne comincia anche da una conversazione dove le donne vengono messe a tacere. Cosa non funziona in queste conversazioni? Gli uomini pensano erroneamente di sapere cose che le donne non sanno e, senza farsi domande, iniziano a spiegarle. In questa selezione dei suoi scritti femministi più noti, Rebecca Solnit spiega perché ciò accade e ne sottolinea il lato grottesco.

Una quarantina di voci in ordine alfabetico che procedono dall’Anima alla Vita, rivelando, voce per voce, le insidie nascoste nelle parole, non solo nei confronti della donna, ma di tante altre creature che il linguaggio tende a ridurre in minoranza. “Per me,” scriveva Ceresa alla sua traduttrice francese, “l’inuguaglianza femminile è ancorata nella intera visione del mondo; ergo, se io faccio un dizionario, devo fare il giro anzitutto delle radici di quest’albero dell’inuguaglianza… Conclusione: il piccolo dizionario io non lo scrivo per le donne; lo scrivo perché va scritto”.

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Viviamo in una società “a gradini” che ancora oggi offre opportunità diverse a soggetti con caratteristiche differenti: non solo a uomini e donne, ma anche a bianchi e neri, persone etero- e omosessuali e via dicendo. Siamo talmente abituati a vederci attorniati da queste situazioni di privilegio e discriminazione che talvolta non le riconosciamo neppure come tali o le consideriamo “normali”. Ma siamo sicuri che possiamo vivere sereni in un mondo in cui una donna, a pari mansioni e competenze, guadagna meno di un uomo, o dove chi non risponde a canoni estetici più o meno espliciti si vergogna e magari non trova nemmeno lavoro, o dove un uomo non può permettersi di essere emotivo?

Alice Turiani

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