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Perché Dante, Petrarca e Boccaccio sono i padri della letteratura italiana

Perché Dante, Petrarca e Boccaccio sono considerati i padri della letteratura italiana? Scopriamolo in occasione della Giornata Mondiale del Libro.

Dante, Petrarca e Boccaccio sono i padri fondatori della letteratura italiana. I capolavori che ci hanno consegnato – oltre ad essere le fabbriche dell’Italiano – sono delle « opere mondo » all’interno delle quali ottengono licenza poetica tutti gli aspetti della nostra umanità. Invito ad associare a ognuno dei tre capolavori una immagine allegorica.

Dante e la Divina Commedia

La Commedia dantesca ( definita « divina » da Giovanni Boccaccio ) possiamo immaginarcela come una semiretta ascensiva, nel senso che ha un punto di origine ( la selva selvaggia ) e una traiettoria ascensionale indirizzata verso il Paradiso, verso l’infinità di Dio.

I maestri della letteratura mondiale del XX secolo hanno profondamente rinnovato l’esegesi dantesca. Secondo il poeta statunitense Ezra Pound Il viaggio di Dante consiste in un attraversamento degli stati della mente compiuto da l’everyman, l’ogni uomo, nel senso che il protagonista del poema è la concrezione individuale del genere umano: l’obiettivo di Dante è di tipo extra – letterario, ossia « removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis » ( allontanare gli uomini dalla miseria morale di questa vita e condurli verso uno stato di felicità ).

L’allievo di Ezra Pound, T. S. Eliot, aveva scritto che l’oggetto della Commedia è « la più esauriente, e la più ordinata presentazione di sentimenti che sia mai stata fatta […]. La struttura dei sentimenti, per i quali l’allegoria è l’impalcatura necessaria, è in Dante completa e va dai più sensuali ai più intellettuali e spirituali ».

Petrarca e Il Canzoniere

Diversamente dalla Commedia, Il Canzoniere di Petrarca, altro padre fondatore della letteratura italiana, appare come un labirinto. In quest’opera è possibile registrare un irrisolto, appunto labirintico, andirivieni tra romanzo e radicale atemporalità lirica, narrazione e stasi contemplativa. Quella di Petrarca è un’inchiesta poetica sulla logica del cuore umano, dove l’aristotelico principio di non contraddizione non esiste. Possiamo immaginarci il protagonista del Canzoniere come un Dante che è rimasto intrappolato nella selva oscura, vittima della fascinazione delle sue fiere interiori ( le passiones ).

Il Canzoniere è un theatrum memoriae che mette in scena, leopardianamente, la storia di un’anima che medita sul proprio rapporto con l’esistenza. I grandi artisti riescono a rendere universale l’esistenza individuale. Chi non si riconosce in un verso come « Pace non trovo e non ò da far guerra», che in soli undici sillabe scandisce ogni nostra nevrosi ?

La poesia – ci ha insegnato Italo Calvino – è « l’arte di far entrare il mare in un bicchiere » ( la frase di Calvino è simile a quella dello scrittore americano W. Faulkner, secondo il quale « la poesia è la storia del cuore umano su una capocchia di spillo » ).

Il Decameron di Boccaccio

Il terzo capolavoro, il Decameron può essere paragonato a un cerchio. Oltre a essere circolare la disposizione dei ragazzi che narrano le storie, l’esordio del libro – esattamente come il poema dantesco – apre allo sguardo uno scenario infernale, apocalittico, ossia la Firenze appestata, theatrum mortis, dalla quale la lieta brigata si allontana. Il messaggio sul quale è incentrata la Commedia umana boccacciana è il seguente: la letteratura salva la vita, e tiene lontano il comune destino, la Morte.

La fortuna di questo ultimo libro conobbe fasi alterne: in epoca controriformistica le novelle licenziose vennero espunte; i paladini dello stile classicistico ebbero sempre qualche perplessità verso i racconti più salaci. La verità è che molti secoli prima del Romanticismo, Boccaccio aveva imparato, sulla scia della Commedia dantesca – il grande esempio post-classico di confusione degli stili – che le vie dell’arte sono infinite e capaci di implicare qualunque referente.

I padri della letteratura italiana

Il trecentesco culto dell’ubiquità stilistica rappresenta così l’elaborazione dello specifico letterario moderno.
Dante, Petrarca, Boccaccio sono ritenuti i padri fondatori della letteratura italiana. Sono passati settecento anni, e questi autori continuano ad essere amati e studiati. Uno dei racconti più affascinanti e paradossali del Novecento è Pierre Meynard autore del «Chisciotte». È una invenzione che nasce dalla penna del grande scrittore argentino J. L. Borges.

Pierre Meynard, un poeta minore dell’ 800 francese che gode di scarsa fama, un giorno è visitato da un’idea: riscrivere il Don Chisciotte. Non nel senso in cui diciamo che Calvino ha in qualche modo, raccontandolo, riscritto l’ Orlando Furioso, trasformandolo nel suo Furioso. Il protagonista del racconto riscrive letteralmente il libro di Cervantes. Il testo di Meynard e quello di Cervantes sono verbalmente identici ma il secondo, commenta Borges, « è quasi infinitamente più ricco» ed esprime i grandi temi della cultura contemporanea.

Come è possibile che un testo interamente riprodotto cambi di significato rispetto a sé stesso? Quello che Borges insinua attraverso questo paradosso è che leggere è sempre riscrivere. Le parole che un autore ha consegnato alle pagine sedimentano nell’animo del lettore dei significati che questo ricompone in base alla propria sensibilità.
Marcel Proust ci ha insegnato che ogni lettore è lettore di sé stesso, nel senso che noi usiamo i libri degli altri come strumenti ottici per vedere meglio entro di noi. Nel momento in cui compiamo questa operazione diamo anche qualcosa, a quei libri, che prima non avevano.

In questo modo l’atto della lettura è una vera e propria esecuzione dell’opera d’arte e tutti naturalmente sappiamo che non esistono due esecuzione perfettamente identiche di una sonata di Mozart o di Chopin!

Quando Dante, giunto all’ultima tappa del suo viaggio, riceve in dono il privilegio supremo della visione di Dio, nell’intimità del mistero trinitario ritrova il proprio volto ( Pd XXXIII, v. 129-132: « dentro di sé, del suo colore stesso / mi parve pinta della nostra effigie / per che il mio viso in lei tutto era messo» ).

Nei grandi capolavori del Trecento scritti dai padri della letteratura italiana noi ritroviamo noi stessi, al punto che – citando Dante – potremmo esclamare « ch’io mi specchiai in esso qual io paio ». La grande letteratura italiana ha la prerogativa di essere la scienza dell’io che diventa scienza del noi.

Dario Pisano

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