Cristina Zagaria, ”Taranto non deve scegliere tra salute e lavoro, deve riprendersi la libertà”

Il volto coraggioso e umile di Taranto, di chi ha dedicato la propria vita alla lotta all’inquinamento a costo di grandi sacrifici personali, senza mai arrendersi. E’ questa Daniela Spera, la giovane chimica che da anni nel capoluogo ionico raccoglie dati sull'inquinamento dell'Ilva, protagonista di un romanzo scritto dalla giornalista Cristina Zagaria dal titolo 'Veleno'.
La giornalista di origine tarantina con il libro ”Veleno” porta alla ribalta nazionale la storia di Taranto e del dramma vissuto dalla sua gente

MILANO – Il volto coraggioso e umile di Taranto, di chi ha dedicato la propria vita alla lotta all’inquinamento a costo di grandi sacrifici personali, senza mai arrendersi. E’ questa Daniela Spera, la giovane chimica che da anni nel capoluogo ionico raccoglie dati sull’inquinamento dell’Ilva, una sorta di Erin Brokovic italiana che ora è anche protagonista di un romanzo scritto dalla giornalista Cristina Zagaria dal titolo "Veleno". L’autrice presenta questo romanzo-reportage, attraverso il quale ha voluto portare la storia di Taranto e del dramma vissuto dalla sua gente “ostaggio dei 256 camini dell’Ilva” in tutta Italia.

Come nasce l’idea di affrontare l’argomento “Ilva di Taranto” attraverso questo romanzo-verità?
Sono cresciuta a Taranto, per la precisione a Lido Azzurro, a due passi dall’Ilva. La polvere rossa sui balconi, i tramonti fluorescenti, l’aria che luccica la notte sono parte della mia infanzia. Prima per studiare e poi per motivi di lavoro, però, sono andata via da Taranto. Ogni volta che torno a casa conto i morti o i nuovi ammalati nella mia famiglia, tra i vicini, gli amici, i conoscenti. Ogni volta che torno il mostro mi assale e mi ricorda: “Tu sei andata via, ma io sono qui a falcidiare i tuoi affetti”. È stato forse il senso di colpa, il mio essere lontana dalla mia città a spingermi a scrivere un libro come Veleno (Sperling&Kupfer). Volevo dare il mio contributo per sentirmi vicina a chi da anni vive a Taranto e chiede una città sana, libera, in cui la scelta del lavoro non debba essere una scelta di morte. Ecco perché un romanzo, per raggiungere il pubblico più vasto possibile, ma anche un reportage (tutti i fatti narrati sono veri), perché il lettore ha diritto a sapere la verità, con nomi e cognomi. Lo devo a Taranto e a tutti coloro che a Taranto non ci hanno mai messo piede e non immagino quello che sta accadendo.

Protagonista del libro Daniela Spera, definita la “Erin Brockovich dell’Ilva”, diventata simbolo della lotta all’inquinamento ambientale. Quali sono le sue principali caratteristiche che emergono nel libro? Quante persone come lei ci sono a Taranto?

Daniela non è una donna eccezionale. Daniela potrebbe essere tutte le donne di Taranto, perciò ho scelto di raccontare la sua storia. L’unica cosa che la rende unica è il suo impegno civile. La sua vita è dedicata alla lotta all’inquinamento (che si chiami Ilva o Eni l’impegno è lo stesso), a costo di grandi sacrifici personali.  La sua ormai è una missione. Proprio come Erin Brockovich, Daniela in questi anni ha raccolto storie, dati, informazioni, parlando con la gente e non scendendo mai a compromessi con la politica. Daniela è il volto coraggioso e umile di Taranto. Quello che tutti dovrebbero conoscere.

Nonostante questo, la città rimane ostaggio del famoso ricatto lavoro-salute. Nel libro ritorna frequentemente il concetto che “a Taranto se si lavora si rischia di morire di salute, ma se non si lavora si muore di fame”. Nonostante le proteste delle associazioni e la presa di posizione della magistratura, sembra che niente possa cambiare. Ultimo esempio è stato il quasi flop del referendum cittadino sul caso Ilva. Secondo lei cosa non permette un cambiamento di mentalità?
Innanzitutto non bisogna partire da una contrapposizione. Taranto non deve scegliere tra salute e lavoro. Taranto deve riconquistare la sua libertà. Lavoro non è uno stipendio, è dignità. Lavoro non è solo l’Ilva, ma è il mare di Taranto, l’agricoltura, il turismo, la storia della città. Taranto non deve più chiedere allo Stato, alla politica, ai sindacati che le cose cambino, ma si deve rimboccare le maniche e creare delle alternative concrete ai grandi complessi industriali imposti dall’alto.
Il referendum consultivo sulla chiusura dell’Ilva non ha raggiunto il quorum, perché Taranto, avamposto dell’Italia, non ha più fiducia nelle istituzioni. Perché Taranto crede che nulla ormai, dopo tante promesse e troppe menzogne, possa davvero cambiare. Ma se si muta il punto di osservazione e si parte, invece, proprio da quei 32 mila tarantini che lo scorso 14 aprile sono andati a votare e che hanno creduto nel voto, allora davvero si può parlare di “un cambiamento di mentalità”. Sono pochi, ma ci sono… e ognuno a suo modo, con le proprie forze, potrà e dovrà far sentire la sua voce. Ognuno di loro dovrà farsi carico di quei 160 mila tarantini che non credono più che la città possa tornare a vivere e a lavorare, libera dai ricatti e dall’incubo di ammalarsi.

Dossier, reportage, magistratura, ora anche un libro. Quanto è importante leggere per denunciare e prendere coscienza dei problemi della società?
Un libro come Veleno, che nasce come un reportage, ma è un romanzo vuole proprio arrivare a coinvolgere tutti coloro che sono stanchi dei soliti servizi dei tg, che passano senza cambiare la realtà, o dei dossier rivolti a un pubblico ristretto e specializzato. Racconto storie vere, ma con un linguaggio non tecnico, non giornalistico, per cercare di portare la storia di Taranto in tutta Italia, perché la vera presa di coscienza deve essere collettiva.

Cosa vuoi dire a quella parte della popolazione tarantina che si sente rassegnata all’idea di dover convivere con i 256 camini dell’Ilva?
Leggete la storia di Daniela Spera, una chimica, una cittadina, che ha deciso di non rassegnarsi, mai. La sua storia può diventare la storia di ciascuno di noi, perché Taranto non è solo la città dei 256 camini, Taranto è la città del coraggio. In un’Italia in crisi e allo sbando, il cambiamento può partire proprio da chi è ultimo, da chi è sempre stato usato dalla politica, sacrificato dalle leggi del mercato, da chi ha smesso di credere che l’aiuto possa arrivare dallo Stato, ma diventa “Stato” e si mette in gioco in prima persona, proprio come sta facendo Daniela Spera e come stanno facendo tanti altri uomini e donne comuni, come hanno fatto il 1 maggio i ragazzi e le ragazze del comitato dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, nato il 2 agosto a bordo di un’Apecar e che fino ad oggi non si è mai fermato.

Il tuo libro sta suscitando pareri contrastanti, in primis da parte degli stessi tarantini, molti dei quali ritengono che con questo libro non si stia dando una buona immagine di Taranto all’esterno. Questo, unito ad altri fatti di cronaca recenti (vedi il delitto Sara Scazzi) sta avendo ricadute negative dal punto di vista turistico e commerciale nel capoluogo ionico. Cosa ti senti di rispondere?
Veleno racconta Taranto così come è…non cerca di dare una buona o una cattiva immagine. Ma se per dare una "buona immagine" della città si intende nascondere la polvere (ed è proprio il caso di dirlo) sotto il tappeto, no, questo Veleno non lo fa. Anzi la polvere la alza. Il ragionamento di chi crede che un libro come "Veleno" possa danneggiare Taranto e far fuggire i turisti, è lo stesso di chi non denuncia uno stupro in famiglia, perché si macchierebbe l’onore di un congiunto. È il ragionamento di chi ha paura e si sente vittima. Attenzione, nascondere non aiuta mai. Anzi è una sconfitta. In Veleno c’è il mare di Taranto, ci sono i suoi colori e i suoi odori. A danneggiare la città non è un libro che fotografa la realtà, ma chi ha determinato questa realtà distorta e malata. Io racconto la Taranto sacrificata, usata, inquinata, ma anche la Taranto che ha alzato la testa e ha reagito, la Taranto orgogliosa e fiera. È questa Taranto che tutta l’Italia ( e magari, non solo l’Italia ) deve conoscere. Taranto ha bisogno di coraggio.
 
4 maggio 2013

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