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Voltaire e la tolleranza

Cosa ci insegna Voltaire sulla tolleranza

"Il trattato sulla tolleranza" è un opera di Voltaire del 1763. Partendo da un fatto di cronaca, il filosofo illuminista, riflette sui concetti di tolleranza e libertà.

Nel 1763 Voltaire scriveva un vero e proprio gioiello della letteratura Francese: Il trattato sulla tolleranza. Un libro di un’attualità sconcertante, che ci fa riflettere sul concetto di tolleranza, un concetto su cui ancora oggi dobbiamo soffermarci. Ci fa riflettere sul cosa, ancora oggi, dobbiamo ricordarci della nostra libertà. In un mondo che oggi vive in mezzo all’odio, alla mancanza di empatia, rileggere un libro così denso di significato, servirebbe a chiunque.

La libertà e la tolleranza

Imparare a vivere insieme, sembra una cosa banale ma non lo è; non è per niente scontata. 

Dopo l’esecuzione, nel 1762, del protestante ugonotto Jean Calas, Voltaire decise di scrivere questo trattato. Calas, giustiziato per motivi religioso, suscitò grande indignazione al filosofo Francese, che scelse di ripercorrere la storia delle esecuzioni, attraverso la critica verso i dogmi religiosi che lo permettevano. 
È proprio per questo motivo che auspicava e parlava di una convivenza pacifica tra persone con credi o idee diverse. 

Questo Trattato di Voltaire non rimane circoscritto alla contingenza storica, non viene rivolta esclusivamente alla corte cattolica francese, ma estende la sua riflessione generale a tutti e in tutti i settori, rendendo la tolleranza una dimensione universale che riguarda tutti gli uomini.
La riflessione si estende anche al concetto di Libertà generale e, soprattutto, libertà di culto.

Sembra assurdo come, nel ‘700, ci fosse bisogno di parlare di argomenti così tanto attuali. In fondo, dopo un anno di pandemia, abbiamo avuto modo di conoscere, desiderare e sviscerare il concetto di libertà ma anche di intolleranza. Ahimè, aprendo anche semplicemente una bacheca social, è possibile incappare in commenti e post di odio e discriminazione. Lottiamo, ancora oggi, per una legge finalizzata alla tutela della comunità LGBT, per cercare di dare un freno all’intolleranza. Siamo immersi in un mondo che versa sangue in nome di religioni o culti e, per questo, siamo nella posizione per riflettere ancora di più grazie a Voltaire. 

Lettera a Dio di Voltaire

Voltaire conclude il suo libro con una delle riflessioni più belle di sempre. Scrive ad un entità superiore, chiamato Dio, ma non identificabile in solo Dio. Ricordiamo che Voltaire non credeva in una religione specifica, ma per appigliarsi ad un futuro migliore, sceglie di parlare a qualcosa che va oltre gli uomini.
La richiesta di rispetto e tolleranza, è difficile ancora oggi da comprendere a pieno. Voltaire sapeva della lungimiranza del suo trattato. Per questo, al “Dio di tutti i mondi”, è dedicata una lettera-preghiera che va oltre oltre luogo e tempo. 

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura. Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.

Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi. 

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica! Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

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