Storia d'amore

“Che tu possa ritrovar la poesia nella tua anima”, la lettera di Sibilla Aleramo

Fra arte ed desiderio: una vicenda amorosa così travolgente da bruciare in pochissimo tempo le energie di entrambi
"Che tu possa ritrovar la poesia nella tua anima", la lettera di Sibilla Aleramo

 

Lui è Dino Campana. Lei è Sibilla Aleramo, pseudonimo dietro a cui si nasconde l’insopportabile vita di Marta Felicina Faccio, ma che da Dino sarà sempre chiamata soltanto “Rina”. Il loro primo incontro avvenne sulla carta, materiale ad entrambi caro, panorama di tutta la loro vita artistica. Esistenza solitaria e sofferta quella di Campana; vigorosa, combattiva, solare, scanzonata e impegnata quella di Aleramo. E’ l’estate del 1916 e mentre tutto parla di guerra, lei, scrittrice femminista, prende della carta e scrive a lui, oscuro poeta nato nell’appennino. L’Italia si è impantanata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, la mobilitazione è totale. Tutti gli uomini sono al fronte: tutti tranne lui, Dino, che la guerra la combatte ogni giorno contro una forma grave ed incurabile di psicosi schizofrenica.

Aleramo è fra i pochi ad aver letto il componimento di Campana “Canti Orfici”, e scrive per dichiarargli il suo amore per la raccolta di poesie. I versi l’ha lasciata “incantata e abbagliata insieme” come essa ha a dire.  Passano poche settimane ed avviene il primo incontro, il 3 agosto, nelle montagne del Mugello. Da quell’incontro vivranno una passione amorosa così travolgente e dolorosa da bruciare in pochissimo tempo le energie di entrambi. Si scrivono, si cercano ed incontrano, si amano e si distruggono l’un l’altra. Nelle lettere dei numerosi amici della cerchia artistica della scrittrice si leggono le frasi di preoccupazione per questa passione che si trasforma in lotte e lacrime.

Con l’inizio del nuovo anno lei lo convince a farsi visitare da un influente psichiatra: la diagnosi è una condanna. Per lui si aprono i cancelli dell’ospedale psichiatrico Villa di Castelpulci, dove rimarrà fino alla sua morte, avvenuta nel 1932. Lei sceglie il ritorno alla vita mondana, ai salotti progressisti. Scrive spesso al poeta: dichiarazioni di amore e smentite, annunci di viaggi e rifiuti.

Le lettere che si scambiarono sono diventate un libro “Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918” a cura di Bruna Conti.

Eccone una delle molte che si scambiarono:

 

Firenze, 25 aprile 1917

Ti mando dei versi qualunque, soltanto perché tu veda che anch’io in questi giorni pensavo che la “vita è un circolo vizioso”… Ma lo pensavo diversamente da te, mio povero Dino. Del resto, se ho ancora la grazia di sentire in qualche attimo il ritorno eterno della purezza nel mondo, non soffro però meno. Dino, ti amo ancora. In questi tre mesi son rimasta fedele alla mia passione, in un modo che tu non puoi forse neppur immaginare. Ma, mentre sono ancora cosi tua, ti dico a mia volta addio. Non so che cosa mi aspetta. Forse le primavere, se torneranno per me, torneranno tutte come questa, deserte. Sia fatta la volontà di Iddio. È morta mia madre, l’ho saputo troppo tardi per rivederla. Forse partirò domani, non importa per dove. Non ho da mandarti le traduzioni che mi richiedi, e non vedo come procurartene in questo momento. Addio, Dino, che tu possa ritrovar la poesia nella tua anima – e ricordarti qualche volta dell’anima mia.
Ma si, sempre

Sento che sorrido,
intenerita,
c’è pudore e c’è grazia puerile
in questo che m’investe,
sola,
tremore improvviso,
oh luce tra le rame gemmate,
sera che avvicini la primavera,
sento che sorrido,
intenerita,
cosi tersa cosi lieve e presente
la vita,
con un suo senso anch’essa di casto bene,
ridente,
di un’ora che torna, torna, ma si, sempre
di un’ora sospesa,
oh nuova!

Sibilla Aleramo

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