La Shoah vista dai ragazzi

Carlo Greppi, “I ragazzi vogliono capire la Shoah per imparare a guardare avanti”

L’autore spiega perché ricordare la Shoah rappresenta un’occasione per riflettere sulla nostra storia e sul nostro futuro
Carlo Greppi, “I ragazzi vogliono capire la Shoah per imparare a guardare avanti”

MILANO – Il Giorno della Memoria rappresenta una grande opportunità, se riempito di contenuti. È quanto affermato da Carlo Greppi, dottore di ricerca in Studi storici e autore del libro “Non restare indietro”, romanzo nel quale l’autore prova a far emergere tutto quello che ha notato in questi anni lavorando con i ragazzi e partecipando ai viaggi ad Auschwitz. In questa intervista, l’autore ci spiega perché ricordare la Shoah rappresenta un’occasione per riflettere sulla nostra storia, sul nostro presente e quindi sul nostro futuro.

 

Come nasce la storia di questo libro?

Nasce da una lunga esperienza di viaggi della memoria con tanti ragazzi di tutta Italia. Con questo libro volevo comunicare ai ragazzi la forza del rapporto con la storia: cosa ci può comunicare, cosa si può imparare dell’essere umano e di noi stessi viaggiando nella storia. Ho quindi deciso di farlo attraverso un romanzo, che racconta la storia di un sedicenne che si trova a dover cambiare scuola, e scopre di dover fare un viaggio ad Auschwitz. Non ne ha voglia: ha un lutto alle spalle, ha i suoi problemi da gestire. Attraverso la fiction ho provato a tirare fuori tutto quello che ho osservato in questi anni, lavorando con i ragazzi e partecipando io stesso a questi viaggi.

 

Qual è la sensibilità dei ragazzi nei confronti del tema della Shoah?

Sono molto interessati a temi così importanti e profondi, se trattati da “esseri pensanti”, senza retorica o vuota ripetizione, con una proposta formativa critica che sappia essere anche autocritica. I ragazzi tendono a scivolare verso il presente, ed è naturale, fisiologico. E si chiedono perché questa epoca dolorosa e lontana dovrebbe interessare loro. La storia non si ripete mai, è vero, ma fa le rime: esistono una serie di segnali nel nostro presente che ci possono ricordare quel passato. Loro lo sanno, e si fanno molte domande. In questi anni mi sono sempre trovato di fronte a ragazzi con una grande voglia di immaginare un futuro, nonostante il presente spesso non sia incoraggiante. Vogliono guardare indietro, è vero, ma per imparare ad andare avanti.

 

Quanto è importante ricordare la Shoah non solo oggi, ma tutto l’anno?

È normale che nei giorni intorno al 27 gennaio ci siano le luci dei riflettori accesi su questo tema, del quale tanti miei colleghi e “addetti ai lavori” (storici, operatori culturali, insegnanti) si occupano tutto l’anno. Io credo che questo periodo dell’anno sia un’occasione per rinnovare il linguaggio e i temi che emergono di volta in volta, svuotandoli dalla retorica e dimenticando le iniziative scontate. Quanti altri eventi o processi storici hanno la possibilità di avere un momento a loro dedicato, in cui tutto il Paese guarda all’indietro, contemporaneamente? Il Giorno della Memoria è una grande opportunità, se riempito di contenuti.

 

C’è il rischio che, col passare degli anni e la scomparsa degli ultimi testimoni diretti della Shoah, questa memoria storica venga un po’ meno?

Non penso: abbiamo la fortuna di avere avuto testimoni straordinari, che ci hanno lasciato in eredità le loro voci attraverso libri e interviste che rimarranno a nostra disposizione, come tante altre fonti. Stiamo parlando di una tragedia di dimensioni impressionanti che è stata largamente documentata e che ha lasciato sul terreno un numero incalcolabile di documenti, prodotti in primis dai nazisti. Gli strumenti per continuare a raccontare la tragedia della Shoah li avremo sempre. Ce li avremo come storici, e ce li avremo come cittadini. Qualche anno fa, nello slancio retorico del Giorno della Memoria, si parlava spesso di “passaggio del testimone”. Che ci piaccia o no, iniziamo a trovarci in questa fase cruciale: la mia generazione e quelle che verranno hanno la responsabilità di rinnovare la memoria della Shoah e degli altri stermini con un linguaggio proprio, per dare continuità al grande lavoro fatto dai testimoni in tutti questi anni.

 

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