Le parole del virus

L’origine delle parole più utilizzate durante la pandemia del Covid

Le ha analizzate Massimo Sebastiani, giornalista del'Ansa, all'interno del libro "Le parole (ai confini) del virus"
L'origine delle parole più utilizzate durante la pandemia del Covid

Risalire la corrente come fanno i salmoni per riconoscere l’origine delle parole più utilizzate durante il Covid. E’ questo il percorso realizzato da Massimo Sebastiani, caporedattore centrale dell’Ansa e direttore di ansa.it, dapprima nella rubrica “La parola della settimana” e poi all’interno del libro “Le parole (ai confini) del virus“. Qui Sebastiani ha voluto analizzare alcune parole di uso comune che durante la pandemia abbiamo usato con più frequenza, spingendoci magari a conoscerne la storia, analizzarne le loro trasformazioni.

Le parole protagoniste della pandemia

Un percorso che  ha portato a vedere, sotto una luce diversa, anche la realtà di tutti i giorni. Nel libro si analizza parole come vuoto, virus, stanza, scuola, confine, rispetto, panico, maschera, goccia e altre ancora. Di seguito, l’intervista all’autore Massimo Sebastiani.

Come nasce questo libro?

Da ottobre dello scorso anno per l’Ansa ho iniziato a curare la rubrica “Le parole della settimana”, un podcast che va nel weekend. Comincia la rubrica esplorando l’etimologia della parola “mite”, utilizzata dal Presidente Conte per presentare il governo “giallo-rosso”, in controtendenza con il linguaggio in quel momento degli haters sui social e di Salvini. Il lavoro di un giornalista ha sempre a che fare con le parole, spesso ne abusiamo e contribuiamo a banalizzarle.

Mi sono quindi detto perché non analizzare la complessità che c’è dietro ad una parola, anche la più comune e di cui ci siamo dimenticati i vari significati. Ho voluto trasporre parte della rubrica del podcast per realizzare questo libro, che vede protagonista parole pronunciate da tutti durante l’emergenza Covid.

Il libro analizza le parole che hanno riguardato l’emergenza Covid. Quali di queste ha avuto un’evoluzione in questo periodo?

Una parola che a me piace tantissimo, che è stata utilizzata in modo distratto è la parola “confine”. Abbiamo iniziato ad utilizzarla per definire il confine di un territorio, di una regione. Ad un certo punto, il confine riguardava anche la famosa distanza dal droplet, le goccioline che emettiamo, per passare al confine della nostra stessa pelle.

Al di là del gioco dell’etimologia, è importante sapere che la parola deriva dal latino “cum – finis”: da un lato separa, ma dall’altro avvicina. La bellezza dei confini consiste proprio nell’esistenza di uno sbarramento che prevede dall’altra parte l’esistenza di qualcosa che vogliamo incontrare.

 

Quale di queste parole invece ha registrato un’inflazione rispetto al passato?

La parola goccia la utilizzavamo poco. Un’altra parola è maschera, nella sua derivazione “mascherina”: essa è stata al centro delle nostre preoccupazioni ed ossessioni. All’inizio non si trovavano, costavano troppo, addirittura ci sono state polemiche tra il commissario Arcuri ed i farmacisti. Abbiamo cominciato a vedere le persone mascherate ed a “parlare” più con gli occhi. Essa ha un’origine ambigua e misteriosa.

Questo è il bello delle parole: l’avere più significati. Alla fine, la bellezza e la ricchezza delle parole consiste nel percorso che hanno fatto, nella loro evoluzione avvenuta nel corso delle fasi storiche durante le quali sono state utilizzate.

Non solo le parole: anche il nostro modo di comunicare è cambiato: in che modo?

Difficile rispondere con certezza. Spero che di fronte ad un fatto così grande almeno una cosa possa restare utile: una maggiore attenzione all’uso delle parole. Disastro, catastrofe sono parole usate purtroppo con leggerezza. La stessa parola “virale” è utilizzata legata alle nuove tecnologie, ma in realtà dietro questa parola ci può essere un dramma. Spero in una maggiore attenzione all’uso delle parole, dire le cose che hanno un senso in quel momento. Altro caso è quello della parola “untore” è emblematico: un termine che sui media italiani si è tentato di usare al minimo, come in occasione dell’individuazione del “paziente zero”.

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