L'intervista

Jonathan Safran Foer, “Scrivere è il modo migliore per affrontare la sofferenza”

Per Bookcity Oliviero Ponte Di Pino ha intervistato Jonathan Safran Foer. L'autore ha presentato il suo ultimo saggio “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”
Jonathan Safran Foer, “Scrivere è il modo migliore per affrontare la sofferenza”

Durante la seconda serata di Bookcity, Jonathan Safran Foer, una delle figure letterarie più importanti del nostro tempo, intervistato da Oliviero Ponte Di Pino, ha presentato il suo ultimo saggio “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi” (Guanda), in cui tratta il tema del cambiamento climatico e di cosa noi, come individui, possiamo fare per tentare di salvare il pianeta.

Annuire non è più una risposta adeguata

Per l’autore, la consapevolezza del problema ambientale “è stato un flusso di informazioni nel tempo, che è diventato sempre più difficile ignorare. La consapevolezza cresce migliorando la nostra comprensione riguardo ciò che sta succedendo e allargando il dialogo culturale. Ecco perché è così importante promuovere questo tipo di conversazioni”. Ha poi sottolineato l’importanza di credere nell’informazione e in quello che ci dice la scienza, e reagire di conseguenza. “Annuire non è più una risposta adeguata e nemmeno partecipare a qualche marcia per il clima. Dobbiamo dedicare le nostre vite a risolvere il problema, ognuno di noi deve fare il massimo a seconda delle proprie possibilità”.

Quello che possiamo fare

Ma cosa può fare ogni individuo per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico? Nel suo libro, Safran Foer immagina una discussione tra se stesso e la sua anima, “tra la parte di me che sa cosa bisogna fare per salvare il pianeta, a livello individuale, e la parte di me che invece preferisce ignorare il problema e fingere che non stia succedendo niente”, perché salvare il pianeta richiede uno sforzo, un cambiamento nelle nostre abitudini. “Ci sono quattro cose importanti che possiamo fare: volare il meno possibile, non usare l’auto ma i mezzi pubblici o il car sharing, controllare il sovrappopolamento e mangiare meno prodotti di origine animale, perché gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause di ogni problema ambientale.”

Safran Foer e il passato come esempio

Paradossalmente, per salvare il futuro dobbiamo guardare al passato, “non dobbiamo smettere di fare queste cose, ma iniziare a farle con una moderazione a cui non siamo abituati, e a cui invece erano abituati i nostri nonni. Dobbiamo limitare le attività che vanno a discapito del pianeta e, facendolo, le nostre abitudini somiglieranno a quelle che l’umanità ha mantenuto per millenni. È allo stesso tempo rivoluzionario e conservativo, futuristico e all’antica.”

Le storie nascono da qualcosa di irrisolto

Parlando poi del suo lavoro, Safran Foer ha spiegato la sua visione della scrittura ricorrendo a una battuta: “’C’era una volta un uomo con una vita così bella che non c’è niente da raccontare’. Tutte le storie, sia i miei romanzi che i miei saggi, nascono da problemi, sofferenze, conflitti. La differenza è che nei romanzi non riesco sempre a esporre il problema, è solo qualcosa che sento o intuisco. Un romanzo non è uno sforzo per risolvere un problema, ma per esprimerlo. Mentre nel saggio conosco l’argomento, non è altrettanto intuitivo o naturale, è molto ponderato. Ma in entrambi i generi parlo di qualcosa che mi turba, qualcosa di irrisolto o agitato. Scrivere è il modo migliore che conosco per affrontare quella sofferenza e andare verso una soluzione. Un libro crea un contesto per riflettere in modo lento e sensibile, cosa che la vita di tutti i giorni non ci permette sempre di fare. Un contesto per sentire più a fondo di quanto facciamo di solito, e questo vale sia per lo scrittore che per il lettore.”

 Photocredits: David Shankbone

 

Cecilia Mastrogiovanni

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