Cosa sarà dopo la pandemia

Giuseppe Ippolito (dir. Spallanzani), “Dobbiamo imparare a convivere con il virus”

L’infettivologo Giuseppe Ippolito insieme a Salvatore Curiale, science communicator dello Spallanzani, è autore del libro “Cosa sarà”, libro che analizza come cambierà la nostra vita dopo la pandemia
Giuseppe Ippolito (dir. Spallanzani), “Dobbiamo imparare a convivere con il virus”

“Dobbiamo convivere col virus. Occorrerà avere un nuovo modello con cui relazionarci con le persone, altrimenti rischiamo di creare una nuova discriminazione.” Ad affermarlo l’infettivologo Giuseppe Ippolito, dal 1998 direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, membro del Comitato tecnico-scientifico che supporta il governo nelle azioni di contrasto al virus COVID-19.

Cosa sarà dopo il virus?

Insieme a Salvatore Curiale, science communicator dello stesso Istituto, Ippolito è autore del libro “Cosa sarà”, una riflessione sulle tante contraddizioni e problemi del nostro vivere quotidiano che ha fatto maturare una nuova consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca, creando le premesse per una riflessione collettiva su come cambiare le cose per il meglio. Abbiamo intervistato entrambi gli autori per raccontarci nel dettaglio il progetto legato al libro.

Come nasce il libro “Cosa sarà”?

All’inizio pensavamo di raccogliere i bollettini quotidiani di Salvatore Curiale sull’avanzamento della scienza legata al Covid. Poi ci siamo resi conto che così rischiavamo di essere troppo tecnici, mentre volevamo contribuire ad una lettura di ciò che stava succedendo, in una prospettiva migliorativa dopo la crisi.

Non potevano descrivere l’epidemia, in quanto cambia rapidamente. Abbiamo quindi provato a leggere cosa ci fosse dietro al virus, facendo tesoro di esperienze passate e mettendole insieme per stimolare il lettore. Attorno a questo libro abbiamo raccolto i contributi di autorevoli giornalisti, economisti, scienziati, artisti come Lucia Annunziata, Ferruccio de Bortoli, Francesco De Gregori, Raffaella Sadun e Antonio Zoccoli.

Prepararsi alle epidemie è importante: lo Spallanzani due anni fa organizzò un evento intitolato “Siamo pronti per la prossima epidemia?” coinvolgendo giornalisti autorevoli per informare i cittadini sui problemi sanitari. Tutto questo è rimasto molto nel cuore delle persone e poco nei sistemi.

La politica si occupa dei problemi quando sono acuti, cercando risposte dalla scienza. Poi, terminato il periodo epidemico, nessuno pensa al futuro. Se i politici avranno il coraggio di reagire, si potrà fare il bene del Paese. Ciò significa realizzare un vero piano per la sanità, definire come essa si integri con il sociale, stanziare adesso gli investimenti in cultura e tecnologia.

Cosa ha messo a nudo la pandemia all’interno della nostra società?

A livello globale la pandemia ha evidenziato risposte diverse a seconda della leadership politica, che hanno portato a degli esiti diversi. Il modello cinese non era esportabile in altri Paesi, mentre in Europa c’è stato per esempio un approccio tedesco e uno inglese che han comportato risultati opposti. I numeri sull’andamento dell’epidemia evidenziano la differenza degli approcci: dove si è affrontato correttamente il problema, impostando un corretto rapporto tra la scienza e la politica, le cose sono andate meglio rispetto ad altri Paesi come l’America e il Brasile.

In Italia le decisioni vanno condivise con la base democratica del Paese, e quindi le persone devono essere informate in maniera corretta. La pandemia ha fatto emergere il fatto che è impossibile prendere decisioni corrette se non ci sono dei dati seri sui quali ragionare.

Pensate che a livello mediatico, anche attraverso gli interventi di medici e virologi, si sia comunicato nel giusto modo ai cittadini cosa stava accadendo e cosa occorreva fare?
Tutto sommato sì. La risposta dei cittadini italiani è stata complessivamente positiva e matura. Non so quanto ciò sia dovuto ai media oppure alla presa di coscienza delle persone, dovuta anche alla memoria storica. Come recitava una canzone di De Gregori, quando la storia bussa alla porta, la gente, anche quella che non sa leggere, si mette subito dalla parte giusta.

Il libro analizza il rapporto tra scienza e potere. In che modo?

Come in tutte le epidemie, la scienza interviene quando la conoscenza politica è confusa. I politici sono chiamati a dover prendere decisioni in assenza di informazioni sufficienti, ed è qui che han bisogno della scienza, assolutamente imperfetta in questa situazione: ci siamo trovati di fronte ad una rapida integrazione delle conoscenze, tanto che ciò che veniva detto un giorno, non era più valido 24 ore dopo.

La debolezza della scienza rispecchia anche la debolezza dimostrata dalle agenzie internazionali, in particolare dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che a volte ha voluto prendere le decisioni tenendo troppo in considerazione le esigenze della politica. Essa da anni ha bisogno di una riforma. Un altro errore è stato l’approccio diverso tra Paese e paese: ne è una dimostrazione il Sud America, dove nazioni come Brasile, Messico e Cile stanno vivendo una situazione più difficile rispetto ad altri territori, nonostante in nazioni come il Brasile ci siano ingenti investimenti in ricerca e sviluppo.

La pandemia ha resettato le nostre abitudini e certezze. Dalla scuola al lavoro, come deve essere la ripartenza?

Occorre trasformare un dramma in un’opportunità. La scuola va ripensata per organizzazione, dimensionamento delle aule, rapporto insegnanti-studenti, strumenti digitali. Anche le università non possono rimanere chiuse. La didattica non può essere soltanto a distanza: occorrono i laboratori, bisogna stare insieme agli altri. Si cresce solo insieme.

Adesso c’è la possibilità di fare grossi investimenti su questi settori per migliorare l’Italia. Ciò vuol dire caricare di debiti ulteriori sia noi sia le future generazioni: ciò dà a chi dovrà decidere l’allocazione di questi investimenti una grande responsabilità. È necessario rinnovare sanità, giustizia e tutti i servizi pubblici, senza i quali l’attività economica privata non può esercitarsi.

Per quanto riguarda il lavoro, lo smart working ha dimostrato di avere delle potenzialità. Ciò influenzerà i prossimi mesi e anni con le aziende che rivedranno i loro budget. Ci saranno degli impatti negativi sul versante immobiliare degli uffici, del trasporto, sull’investimento in infrastrutture fisiche a favore di quelle digitali. Non dimentichiamoci, però, che durante il lockdown a mandare avanti il Paese sono stati i cassieri dei supermercati, coloro che facevano consegne a domicilio, gli infermieri e i medici che tutti i giorni andavano a lavorare.

Qual è la situazione attuale? C’è il rischio di una seconda ondata?

Non potremo chiudere progressivamente il mondo, quindi occorre prendere consapevolezza del problema e gestirlo per garantire l’adeguato livello di apertura. Dobbiamo convivere col virus. Non sappiamo se ci sarà una seconda ondata. Il virus circola di meno perché c’è meno densità di infetti. Ci sono regioni come la Puglia e più in generale tutto il Mezzogiorno, dove il virus ha avuto una bassa densità, ma queste aree non possono fare a meno del turismo e chi arriverà da fuori necessita una grande attenzione. Occorrerà avere un nuovo modello con cui relazionarci con le persone, altrimenti rischiamo di creare una nuova discriminazione.

© Riproduzione Riservata
Commenti