L’equazione dell’amore: ciò che si riceve è uguale a quello che si dona?

In “Quel che facciamo dell’amore” Massimo Maugeri intreccia musica, memoria e affetti lontani, raccontando come l’amore possa manifestarsi nelle forme più inattese e come le coincidenze della vita possano trasformarsi in eventi che cambiano per sempre la nostra esistenza.

L'amore che si riceve è uguale a quello che si dona L'equazione dell'amore secondo Massimo Maugeri

C’è un verso dei Beatles, inciso alla fine dell’album Abbey Road, che risuona come un testamento spirituale: “And in the end, the love you take is equal to the love you make”. È da questa suggestione, tradotta in un’indagine profonda sui legami umani, che prende le mosse il nuovo romanzo di Massimo Maugeri, “Quel che facciamo dell’amore“.

Tra il tema della lotta alle discriminazioni razziali e i riferimenti alla storia dei Beatles, Massimo Maugeri firma un romanzo che intreccia musica, memoria e affetti lontani, raccontando come l’amore possa manifestarsi nelle forme più inattese e come le coincidenze della vita possano trasformarsi in eventi che cambiano per sempre la nostra esistenza.

L’equazione dell’amore: intervista a Massimo Maugeri

In questa intervista, l’autore ci conduce tra le pieghe di una narrazione che sfida il tempo e lo spazio, unendo la Roma dei grandi concerti all’aperto alla New York ferita dall’uragano Sandy. Al centro del racconto troviamo il legame tra uno scrittore e Martha Suffenlaw, una donna solare ma segnata da traumi profondi, la cui vita si intreccia inevitabilmente con i grandi eventi della cronaca collettiva: dalle lotte per i diritti civili dopo la morte di George Floyd alla “magia” curativa della musica di Paul McCartney.

Maugeri ci svela il dietro le quinte di un libro che è allo stesso tempo un gioco di specchi metaletterario e una riflessione nuda sulla responsabilità: quella che ci assumiamo ogni volta che decidiamo di “mettere in circolo” amore, nonostante le perdite, le distanze e il caos della vita moderna.

Il libro mescola con precisione eventi storici reali (l’uragano Sandy, la morte di George Floyd) con la vita dei protagonisti. Qual è stata la sfida più grande nel far convergere la cronaca collettiva con il dramma privato della famiglia Suffenlaw?

Mi interessava mettere in risalto il fatto che la famiglia Suffenlaw, e Martha in particolare, vivesse in un contesto caratterizzato da problematiche tutt’altro che trascurabili. Nel contesto della narrazione, l’uragano Sandy – un evento catastrofico piuttosto epocale per la città di New York (siamo nell’ottobre del 2012) – diventa fondamentale per l’evoluzione di questo legame speciale, nato quasi un decennio prima, tra i due protagonisti del romanzo.

Ciò in quanto Martha e lo scrittore voce narrante (che in quel periodo è a New York per ragioni di lavoro) si trovano costretti a fronteggiare insieme una situazione di pericolo, o comunque di disagio, rintanati all’interno dell’appartamento di lei. Analogamente, la morte di George Floyd entra a far parte della vita di Martha per via del suo ruolo di attivista contro le discriminazioni razziali. In generale credo che la sfida più grande sia sempre quella di far convergere, in maniera credibile ed equilibrata, gli eventi collettivi realmente accaduti con i fatti narrati che interessano le vite dei personaggi. Spero di esserci riuscito.

Martha appare come una donna vitale e solare, eppure custodisce per decenni un trauma legato alla sua amica Lucy. Ritieni che il suo impegno instancabile contro il razzismo sia una forma di espiazione legata proprio a questo trauma?

Martha è decisamente una donna vitale e solare. Su questo non c’è dubbio. Ma come capita a tanti, il suo passato risente di ferite profonde mai rimarginate. E di certo il trauma legato alle vicende di Lucy (non possiamo dire altro in proposito per evitare di “spoilerare” e di rischiare di rubare agli amici lettori il piacere della scoperta) ha una valenza preponderante per la sua intera esistenza. Il suo impegno contro le discriminazioni è connaturato alla sua essenza; ma è pur vero che lei, Martha, diventa la donna che è anche – e forse soprattutto – per via di questo trauma.

La musica di Paul McCartney viene definita una “panacea” contro le ferite dell’esistenza. Pensi che oggi, in un mondo così frammentato, la cultura pop possa ancora fungere da collante identitario e spirituale come accade per i protagonisti del suo libro?

Ne sono assolutamente convinto, soprattutto per quella parte della cultura pop legata agli spettacoli musicali dal vivo. A differenza di molti anni fa, oggi non si comprano più dischi (a parte quelli acquistati dai collezionisti). La musica si ascolta prevalentemente in streaming sulle varie piattaforme digitali disponibili. E l’intera industria musicale si è dovuta adattare a tali cambiamenti. Gli eventi musicali dal vivo, invece, continuano a riscontrare grande successo.

Anzi, ho l’impressione che siano in crescita. In tal senso – persino in un mondo “iper-frammentato” come il nostro – la musica continua a unire le persone, a creare ponti, a favorire occasioni d’incontro; così come è avvenuto tra i due protagonisti del romanzo (entrambi fan dei Beatles) nel contesto del grande concerto di Paul McCartney del maggio 2003 lungo via dei Fori Imperiali e con il Colosseo alle spalle del palco. Un evento musicale storico che ha unito mezzo milione di persone. Questo romanzo parte da lì.

Per quanto concerne il riferimento alla “panacea”, Martha è convinta che nello sconfinato repertorio musicale di Paul McCartney e dei Beatles (i riferimenti alla storia dei Beatles diventano altro elemento narrativo di questo romanzo) ci siano canzoni che in un modo o nell’altro possano aiutare a fronteggiare qualunque tipo di problematica (“canzoni contro la solitudine, contro la depressione; canzoni per favorire l’amicizia, la fratellanza; per rinsaldare i propri sentimenti amorosi e così via”). Credo che Martha abbia ragione. Potere della musica. O “magia” della musica (per usare un termine a lei tanto caro).

Nel capitolo 9, introduci un “meta-romanzo” (Un amore tra Roma e New York) scritto dal protagonista sotto pseudonimo. Qual è la funzione di questo gioco di specchi? È un modo per dire che solo attraverso la finzione il narratore riesce a elaborare il suo dolore reale?

Questa breve parentesi del libro, dedicata al “meta-romanzo” che citi, si innesta nella dimensione – appunto – metaletteraria e in quella attinente al “tema del doppio” e della crisi d’identità, che sono trasversali nei miei romanzi. Crisi d’identità che ritengo ancora più significativa oggi, in questo nostro mondo “iper-frammentato” (come dicevamo prima), che nei secoli passati.

Nella fattispecie il protagonista, lo scrittore, si inventa uno pseudonimo per pubblicare un romanzo all’interno del quale tenta di “sublimare” le sue sofferenze. Dunque, sì: è un gioco di specchi che gli serve per elaborare queste sofferenze.

Il titolo e il tema centrale riflettono sull’equazione: “l’amore che ricevi è uguale a quello che crei”. Tuttavia, il narratore vive un amore non corrisposto (o meglio, inespresso nella quotidianità) per gran parte della vita. È un invito a considerare l’amore come un sentimento che basta a sé stesso, indipendentemente dal possesso?

Diciamo che la vita sentimentale del narratore è piuttosto disordinata, per non dire fortemente caotica. Si ritrova a passare da una relazione sentimentale all’altra in un contesto di generale insoddisfazione. Il suo legame speciale con Martha è altra cosa, ma è gravato da difficoltà di vario genere.

Il titolo del romanzo si rifà a un celebre verso di una canzone dei Beatles. La canzone in questione (scritta da Paul McCartney) si intitola “The End” e dice (traduco in italiano) “E alla fine, l’amore che prendi è uguale all’amore che fai”. L’amore che fai viene interpretato da Martha come l’amore che crei intorno a te, che metti in circolo. Questa è la visione di Martha che, in un certo senso, il narratore finisce con il subire… per quanto anch’egli sia convinto della validità di questa sorta di “equazione dell’amore”. Ma è un’equazione applicabile a tutti i rapporti umani, non solo all’amore che può legare una coppia.

Se “l’amore che ricevi è uguale a quello che dai”, quanto contano le nostre responsabilità e le nostre scelte nel costruire un legame che sappia resistere al tempo e alla distanza?

Contano tantissimo. E sono determinanti. Quello del rapporto tra “amore” e “responsabilità” è un altro dei temi fondamentali di questo romanzo. E può riguardare sia le nostre scelte nel costruire un legame che sappia resistere al tempo e alla distanza, sia la conduzione della nostra vita in generale. Ed è una problematica molto attuale, a mio avviso, giacché viviamo in un’epoca di grandi egoismi e irrisolte insofferenze.

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