L'"atto di ribellezza" dello scrittore

Alessandro D’Avenia, il mio Leopardi è un cacciatore di bellezza

Lo scrittore e insegnante celebre per "Bianca come il latte, rossa come il sangue", ci racconta il suo nuovo libro, "L’arte di essere fragili", dedicato al poeta di Recanati

MILANO – Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante celebre per “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, ci racconta il suo nuovo libro “L’arte di essere fragili”, dedicato a Giacomo Leopardi. Un romanzo che, contrastando il pregiudizio sull’infelice e pessimista poeta, ci mostra non solo la sua sensibilità ma anche la sua sete di vita e di gioia. Non a caso nello Zibaldone c’è un appunto – uno dei tanti sul tema – che recita: “La felicità non è che il compimento”. D’Avenia parte da ciò muovendosi fra estetica e liriche, accompagnato dal “predatore di bellezza” Leopardi. La narrazione tende così alla poesia in un dialogo continuo fra lo scrittore siciliano e il recanatese che ci insegnano, con un “atto di ribellezza”, a cogliere il bello ed essere felici.

 

Come nasce “L’arte di essere fragili”?

È il paradosso di Leopardi. Spesso viene ridotto a una categoria psicologica mentre i ragazzi si aggrappano alla sue parole con un rinnovato senso della felicità. Un paradosso che ho vissuto in prima persona nell’incontrare Leopardi a 17 anni. Il mio insegnante di allora esordì spiegandoci il pessimismo leggendoci poi “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. Il poeta con i suoi versi ci dà due possibilità: “Forse se io avessi le ali (…) sarei più felice” o forse il dì natale è solo l’anticipazione della nostra morte. C’è lo slancio del cuore, dell’immaginazione e dall’altra il cammino sbarrato dalla morte. Non dice è l’uno o l’altro, dice forse. Come se Leopardi mi suggerisse “Alessandro devi abitare la terra del forse, vivere è tenere insieme questa tensione”. Il mio è un atto di ribellione dettato dagli occhi, dal cuore e dai ragazzi che ho avuto di fronte. L’ho ribattezzato “atto di ribellezza”, come ribellione contiene bellum (dal latino guerra) propongo una lotta a colpi di bellezza.

 

Perché Leopardi è così attuale oltre al fatto che sia il guru inaspettato che ci insegna ad essere felici?

Lo ricordiamo così perché ce l’hanno raccontato così, deve interessarci invece ciò che gli autori hanno scritto e non la loro vita. Nelle opere di Leopardi c’è una sete di vivere, di felicità, vissuta anche attraverso i sensi. Non è però una ricerca che rifugge nel sogno ma che lotta con la fragilità della vita tutti i giorni. Visse solo 37 anni a causa anche delle sue condizioni fisiche, del suo studio matto e disperatissimo. Lui che si chiudeva in biblioteca per cercare il senso della vita fino al momento in cui comprese che i libri non bastavano. Gli bastò una primavera per capire. Scrisse a 19 anni una lettera con le sue aspirazioni all’intellettuale Pietro Giordani che gli disse di dedicarsi almeno 20 anni alla prosa ma il giovane rispose che non poteva aspettare, non c’era tempo, voleva essere un poeta. Non poteva sprecare il suo ardore giovanile. Un insegnamento da non dimenticare per chi vuole credere nei propri sogni.

 

 

 

Come è stato il suo rapporto col poeta durante la scrittura del libro?

Doveva essere un saggio ma poi mi sono reso conto che ho fatto amicizia con Leopardi ed è venuto fuori un romanzo, una sorta di dialogo con il poeta, della serie sono i classici a leggere noi e non il contrario. Ci aggrappiamo alla loro parole, perché sappiamo che in quella bellezza c’è anche verità. Come diceva un contemporaneo di Leopardi (John Keats, ndr) “La bellezza è verità, la verità è bellezza”, ed è l’unica cosa che dobbiamo sapere. Due poeti che non si conoscevano, ma vissuti negli stessi anni, hanno lottato perché la bellezza fosse la ricerca della verità. Questo entusiasma non solo me ma anche i ragazzi.

 

Cosa ne pensano i ragazzi di Leopardi dunque?

Un giorno chiesi a un’ex studentessa “Cosa ti ricordi di Leopardi?” e lei: “La sua malinconia e il non essersi dato per vinto sino all’ultimo”. Mi sembra che questo sia importante e significativo. La malinconia è la reliquia dell’assoluto nel nostro cuore, Leopardi si dedica per questo alla ricerca di una pienezza che cerca per tutta la vita scagliandosi contro la Natura che ci dà questo desiderio infinito ma non i mezzi per raggiungerlo. I ragazzi ricordano però anche un lottatore, uno che non si arrende. Ricordano quindi una fragilità forte, paradossale.

 

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Lucia Antista

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