”A volte ritornano” di Stephen King, la prima raccolta di racconti del maestro dell’horror

Stephen King è uno di quegli autori che meritano considerazione non solo perché è un maestro di un genere il più delle volte ritenuto di leggero spessore, ma soprattutto perché è positivamente ossessionato dal suo mestiere...

Pubblichiamo la recensione di Francesco Scarlata per la sua capacità di restituire il senso di coinvolgimentocreato dalla lettura

Stephen King è uno di quegli autori che meritano considerazione non solo perché è un maestro di un genere il più delle volte ritenuto di leggero spessore, ma soprattutto perché è positivamente ossessionato dal suo mestiere.
Negli spazi che egli dedica al racconto di se stesso e di quello che fa si presenta al lettore investendolo con una tale ondata di empatia che non puoi far altro che continuare a girare pagina e lasciare una luce accesa sul comodino, dopo aver finito di leggere l’ultimo foglio. Sì, perché col suo stile dinamico, semplice e colloquiale riesce a portare l’orrore e la paura ad una dimensione disarmante di quotidianità. Ogni cosa, ogni oggetto della vita di tutti i giorni, anche il più banale, diventa fonte di qualcosa di orribile che può sbucare da sotto le coperte e può afferrarti la caviglia mentre dormi e non lasciarti più.

In questa prima raccolta di racconti del 1978 il campionario è veramente molto vasto, e incontrare un “Camion” enorme che procede verso di voi non sarà più la stessa cosa, dopo aver letto l’omonimo racconto: sono sicuro che guarderete la cabina del conducente, mentre il mostro avanza verso di voi, e vi chiederete se lì dentro c’è qualcuno alla guida oppure no. Sarete assaliti dai dubbi più atroci anche quando aprirete il vostro armadio o quando vi troverete ad assaggiare qualcosa che ha un gusto strano, un sapore inusuale, inaspettato… quello della vostra birra preferita, ad esempio. E sono altrettanto certo che quando sui pacchetti di sigarette leggerete la scritta “Il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”, un brivido vi attraverserà la schiena e chissà che non smettiate perfino di fumare!

I litri di inchiostro e le tonnellate di carta riempite da Stephen King parlano con autorità più che sufficiente e non hanno di certo bisogno di una recensione che sottolinei la grande capacità dell’autore di inventare le situazioni strane, particolari, paurose e coinvolgenti per le quali è famoso… anche grazie al cinema. Ciò su cui voglio soffermarmi è piuttosto quell’empatia di cui vi parlavo all’inizio. Stephen King, vi dicevo, è maestro anche nel parlare di sé e del suo lavoro. “A volte ritornano” è la prima raccolta che contiene una prefazione scritta dall’autore, e con queste prime intriganti pagine egli inaugura una tradizione che lo accompagnerà sempre: non solo, con le sue storie, la dimensione della paura è fortemente “abbassata” nella quotidianità dei gesti o delle cose o ancora delle persone, ma anche la figura dello scrittore è tracciata in modo da essere per il lettore un vero e proprio compagno di viaggio. Lo scrittore non è un tizio che fa la sua lezione dalla cattedra, non sta su di un trono, non sta in una posizione alta o privilegiata rispetto al lettore. È piuttosto un amico che ti tiene per mano per farti perdere nel labirinto della sua fantasia.

King una volta ebbe a dichiarare da qualche parte che i libri per lui non sono qualcosa di intellettuale. Lui non scrive per insegnare qualcosa o per professare chissà quale dottrina o punto di vista – il fatto poi che sia abile a farlo attraverso l’arte della narrazione è un altro discorso. Lui scrive con l’obiettivo di farti dimenticare che hai la cena sul fuoco mentre sei tutto preso dalla lettura. Questo è il punto: il coinvolgimento definitivo del lettore… mortale direi. E Stephen King ci tiene a raccontarci il perché di quello che fa o cosa lo ha spinto a scrivere quella particolare storia: continuerà a farlo anche in altre introduzioni, in altre opere, in altre prefazioni e soprattutto in uno splendido saggio intitolato “On Writing – Autobiografia di un mestiere”. Per non parlare poi di quelle storie che hanno per protagonista la figura di uno scrittore. Secondo me, titoli come “Misery”, “Shining”, “1408”, “Mucchio d’ossa”, “La metà oscura” o ancora “Finestra segreta, giardino segreto” danno la misura di quanto egli sia perfettamente a suo agio nella parte di se stesso.

Ma torniamo al testo che abbiamo sotto mano. Leggiamo le prime righe della prefazione: “Parliamo, voi e io. Parliamo della paura. La casa è deserta, mentre scrivo; fuori cade una gelida pioggia di febbraio. È sera. A volte quando il vento soffia come sta soffiando ora, la luce se ne va. Ma per ora c’è, perciò parliamo molto francamente della paura. Parliamo molto razionalmente di come si arriva all’orlo della follia… e forse al di là del baratro. Mi chiamo Stephen King. Sono un uomo adulto con moglie e tre figli. Amo la mia famiglia, e credo che il sentimento sia ricambiato. Il mio mestiere è scrivere, un mestiere che a me piace molto. I miei lavori (Carrie, Le notti di Salem e Una splendida festa di morte) hanno avuto abbastanza successo da permettermi di scrivere a tempo pieno. È piacevole poterlo fare. A questo punto della mia vita, ritengo di essere ragionevolmente in buona salute. L’anno scorso sono riuscito a ridurre il fumo, passando dalle sigarette senza filtro che fumavo fin dall’età di diciotto anni a una marca con basso tasso di nicotina e catrame, e spero ancora di riuscire, col tempo, a smettere completamente. Vivo con la mia famiglia in una bella casa vicino a un lago relativamente non inquinato del Maine; l’autunno scorso, mi sono svegliato una mattina e ho visto un cervo fermo sul prato dietro la casa, accanto al tavolo da picnic. È una bella vita, la nostra. Sì, ma… parliamo della paura.”

La sensazione che ho leggendo queste parole? Ho l’impressione di essere già dentro una storia prima ancora che la vera storia cominci. È come se io e Stephen fossimo seduti su un comodo divano, di fronte ad una partita di baseball, sgranocchiando pop corn e bevendo galloni di Coca Cola. È se come se ti dicesse: “Ehi, è solo paura! Non c’è niente di cui aver paura, è naturale, fa parte della vita, della mia come della tua. Tutto qui.” A questo punto ci parli della paura, non è vero Stevie? Neanche per idea, dobbiamo soffrire, i battiti del cuore devono aumentare aspettando con ansia una risposta o una definizione o che so io. King prosegue parlando dello scrivere: è qualcosa, dice, che un vero artista continuerebbe a fare anche se non venisse pagato, se fosse costretto ad andare in prigione o addirittura se dovesse andare incontro alla morte. Le arti sono ossessive, sono qualcosa in cui i confini tra l’oggettività e la soggettività si disintegrano. Lo farà eh, parlerà della paura. E affronterà la questione sia dal punto di vista pragmatico, sia dal punto di vista letterario e lo farà con estrema dovizia di particolari, con acuta e sveglia capacità critica.

Non voglio anticipare nulla. L’unica cosa, però, che voglio ricordare è questa: prima di entrare nel merito della questione sulla paura e sul perché ne siamo così misteriosamente attratti, King tira fuori un esempio illuminante per farci capire di cosa stiamo parlando. E ciò che mi piace di tutto ciò è che non inizia dando una definizione, ma, come è nel suo modo di fare, radicalizza il problema nella vita di tutti i giorni: “Penso che la spiegazione di questo fenomeno si trovi in un paio di righe di una critica cinematografica apparsa sulla rivista Newsweek. Era la recensione di un film dell’orrore piuttosto scadente, e diceva più o meno così: ‘…un film meraviglioso per gente alla quale piace rallentare e guardare gli incidenti d’auto.’ È una buona battuta, molto secca; ma, se ci si riflette un momento, vale per tutti i film e i racconti dell’orrore… La verità (e la maggior parte di noi lo sa, in cuor suo) è che sono pochissimi quelli che possono astenersi dallo sbirciare, con un senso di disagio, i rottami illuminati dai riflettori e attorniati da macchine della polizia che appaiono all’improvviso sull’autostrada, dal buio.” La paura ci rende tutti simili. Fra i rottami di quella macchina potrebbe esserci un tuo caro amico, un tuo parente, la tua ragazza, o che so io. Sai benissimo che, rallentando, davanti ai tuoi occhi potrebbe dipingersi un paesaggio terrificante colorato di rosso, ma nonostante questo rallenti, ti fermi e guardi… E non hai “paura” di farlo. “Qui è ancora più buio e piove. È la serata ideale. C’è qualcosa che voglio mostrarvi, qualcosa che voglio farvi toccare. È in una stanza non lontano da qui: anzi, vicinissima, quasi quanto la pagina successiva. Vogliamo andare?”

8 dicembre 2013

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