Il ritorno della Didattica a Distanza (DaD) non è più legato a un’emergenza sanitaria, ma a una questione di geopolitica ed economia. Se il virus sembra un ricordo lontano, a scuotere le fondamenta delle aule italiane è oggi la crisi in Medio Oriente, con il rischio di un’impennata dei costi energetici che potrebbe portare a misure drastiche di risparmio.
Mentre il dibattito politico si infiamma, gli studenti hanno già emesso il loro verdetto: la scuola deve restare un luogo fisico, di carta e di sguardi, non un insieme di pixel su uno schermo.
Il peso della geopolitica sugli zaini degli studenti
La tensione internazionale, in particolare la delicata situazione in Iran, sta innescando il timore di una crisi energetica globale. In questo scenario, l’ipotesi di ricorrere allo smart working di massa per ridurre i consumi di carburante è diventata un’opzione concreta sul tavolo della discussione pubblica.
Il sindacato Anief ha lanciato una provocazione che ha gelato il mondo della scuola: ipotizzare un ritorno alla DaD già dal mese di maggio per docenti e personale scolastico. Nonostante la smentita immediata del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha ribadito come la DaD non sia attualmente contemplata, lo “spettro” è tornato ad aggirarsi tra i banchi.
Il sondaggio: 2 studenti su 3 dicono “No” alla DaD
Il portale Skuola.net ha intercettato questo malumore attraverso un sondaggio che ha coinvolto oltre 1.500 studenti. I risultati sono inequivocabili: il 65% degli intervistati rifiuta categoricamente l’idea di tornare a studiare da casa a causa del caro-benzina.Questo dato non è solo una statistica, ma il riflesso di un trauma collettivo non ancora del tutto elaborato.
Per la Generazione Z, la DaD rappresenta limiti didattici ed emotivi, un modello che ha già mostrato le proprie carenze durante la pandemia. Uno dei rischi più temuti dagli studenti è rappresentato dalla perdita di socialità, il timore di essere “chiusi di nuovo in casa” e perdere anni preziosi di relazioni umane. Inoltre, gli studenti che dicono “No” alla DaD perché hanno già potuto constatare durante il Covid l’efficacia dell’apprendimento, ovvero la consapevolezza che davanti a un PC l’attenzione cala drasticamente.
“La DaD non è vera scuola”, sentenzia uno degli studenti intervistati, riassumendo una frustrazione diffusa: perché deve essere sempre l’istruzione a pagare il prezzo delle crisi internazionali?
Il fronte del “Sì”: tra pragmatismo e caro-vita
Nonostante il netto rifiuto della maggioranza, esiste una minoranza del 35% che accoglierebbe con favore la chiusura delle aule. Le ragioni di questo schieramento non sono legate a una mancanza di voglia di studiare, ma a una necessità economica stringente.
Per molti studenti pendolari, il costo del carburante e degli abbonamenti dei mezzi pubblici è diventato un peso insostenibile per il budget familiare. In questo contesto, restare a casa diventa una strategia di sopravvivenza economica: “Aiuterebbe non poco l’economia della mia famiglia”, spiega realisticamente un ragazzo. Accanto a chi guarda al portafoglio, c’è anche chi vede nella DaD piccoli vantaggi logistici, come la possibilità di riposare di più o evitare le attese gelide alle fermate dell’autobus, promuovendo l’idea di una scuola ibrida e più comoda.
Una riflessione necessaria
Il dibattito sollevato dal sindacato Anief e dal sondaggio di Skuola.net ci pone davanti a un interrogativo profondo: la scuola è solo un erogatore di contenuti o è, prima di tutto, una comunità?.Se per una parte di studenti la tecnologia rappresenta un paracadute contro il carovita, per la stragrande maggioranza la presenza fisica resta un baluardo insostituibile.
La lezione che ci arriva dai ragazzi è chiara: la cultura e l’istruzione non possono essere sacrificate sull’altare del risparmio energetico. Il rischio è quello di scambiare un risparmio in bolletta con un costo sociale e formativo incalcolabile per le future generazioni.