Leopardi

L’infinito di Leopardi sulle note di Roberto Vecchioni

Con il suo album "Infinito", Roberto Vecchioni ripercorre i luoghi più amati e preziosi della poetica leopardiana
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Dopo il caso del Premio Nobel assegnato nel 2016 a Bob Dylan, musica e letteratura si incontrano nuovamente in occasione della tredicesima edizione del Premio Ginestra, che ogni anno premia figure che si siano distinte nell’approfondimento e nella divulgazione del pensiero e dell’opera di Leopardi. Quest’anno la scelta è ricaduta infatti sul cantautore Roberto Vecchioni e sul suo ultimo album, dal titolo “Infinito“, un omaggio a Leopardi e al suo periodo napoletano.

Leopardi, il più cattivo dei trapper

Oltre a essere uno stimato cantautore, Roberto Vecchioni è prima di tutto un insegnante. Nel racconto che Vecchioni fa del presente sono infatti rintracciabili i segni del suo mestiere, che è tensione verso la conoscenza, ma anche trasmissione della stessa. Si tratta di rendere accessibile, di sciogliere la complessità del mondo in una narrazione in grado di toccare l’animo dei più giovani. Perché in fondo quel malessere e quella malinconia che tanti autori del passato hanno tradotto in versi, è la medesima dei ragazzi di oggi. Ragazzi che sono spesso spaesati di fronte al caos della vita e alle sue contraddizioni insolubili.
Giacomo Leopardi era più cattivo dei trapper di oggi – commenta Roberto Vecchioni – A un livello poetico più alto, certo, ma non mascherava l’ipocrisia e la rabbia contro le ingiustizie sociali che vedeva. Era il capofila di chi non si sentiva capito dalla vita”.

Perché Leopardi?

Scegliere Leopardi per celebrare la vita potrebbe sembrarci assurdo, ma nelle sue canzoni Vecchioni ha deciso di ritrarre il Leopardi del periodo napoletano, quello che passeggia fra Toledo e Santa Lucia, quello che al Caffè “Due Sicilie” gusta gli insuperabili gelati al limone di Vito Pinto, quello che al padre scrive “Pure la dolcezza del clima, le bellezze della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli”. Insomma, un Leopardi immischiato nella tragica vitalità di Napoli, che in fondo è anche un po’ la sua.

Ho affrontato un Leopardi 2.0, un Leopardi che, chiuso nel suo pessimismo cosmico, sapeva anche ridere o quantomeno sorridere. Soprattutto nel suo periodo napoletano. Anche a scuola, l’ho insegnato partendo dall’assunto che il poeta aveva amore per la vita, ma che questo è stato continuamente tradito. Un modo diverso di guardare alle cose

Quando musica e letteratura si incontrano

Considerata la Cenerentola delle arti, la musica moderna reclama da qualche tempo una dignità artistica che a lungo non le è stata riconosciuta. A partire dal Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan nel 2016, è sempre più evidente che musica e letteratura non possano considerarsi due monti distinti, ma siano sempre più intrecciate in un connubio vitale. Antico e moderno, alto e basso, vecchio e giovane: l’elettricità generata da questo scontro/incontro è quanto di più rivoluzionario si possa consegnare alle nuove generazioni.

Era ora. Dylan con le sue canzoni ha toccato tutti i temi, ma formalmente non è il più bravo in assoluto. Noi italiani siamo più colti, ma non ci conosce nessuno

L’infinito di Vecchioni

“Nessun’altra poesia è così indissolubilmente legata al suo nome – racconta ancora Vecchioni -. Quella siepe che il guardo esclude, costringe ciascuno a guardare nel proprio cuore”.
Vecchioni sceglie di iniziare la propria canzone, citando una lettera che Leopardi scrisse al padre appena arrivato a Napoli nel 1834, in preda allo smarrimento che l’impatto violento con la città gli aveva provocato. Già nella sequenza successiva, Leopardi inizia a guardare alla città di Napoli e ai suoi abitanti con occhi diversi: inizia ad amarne la vitalità, la vivacità insolente e la sua bellezza sfrontata (l’orda dei piccirilli scalzi, l’euforia dei grilli…).
Così fra una citazione e l’altra (“non muore il dì di festa), Vecchioni ripercorre i luoghi più amati e preziosi della poetica leopardiana, quelli che ci hanno emozionato e sui quali almeno una volta ci siamo fermati, per ritrovarci un pezzetto di noi.

Testo della canzone

Non posso sopportare questo paese,
semi-barbaro e semi-africano,
dove sono isolato da tutti.
Ogni affare di una spilla porta a un’eternità di tempi
ed è difficile muoversi, e viverci, senza crepare di noia.
I napoletani sono tutti lazzaroni e pulcinelli,
nobili e plebei, tutti ladri e baron fottuti,
degnissimi di Spagna.. e delle forche.
Eppure questo vento che odora di limoni,
questo continuo grido e canto di vicoli e rioni.

Questa discesa a mare, questo lunare abbaglio…è Capri,
che ti appare stesa come Nausicaa al bagno,
lorda dei piccirilli scalzi di primavera.
E l’euforia dei grilli nella mia sfera mi va diritto al cuore.
Questo vivere intorno, questo sole nell’aria, questo cadere in sogno.
E per la prima volta da quando sono al mondo
non muore il dì di festa, non chiedo e non rispondo.
Tutto passa e non resta, si fa cenere e fumo,
eppure alla ginestra le basta il suo profumo.
Di universi e di stelle, disperate parole,
non ne ho più voglia, basta, vattene via dolore.
E poi, Totonno, qui ho conosciuto gli ostricari,
e sono sempre al banco del lotto, che bello il banco del lotto.
E quel pulcinella di Petito che fa ridere pure.
E poi Piedigrotta, che festa.
E che genio quel signor Sacco:
“Io te vojo bene assai e tu nun piensi a me”,
In due versi ha detto quello che io ho scritto in settemila pagine.
Amare la vita…e la vita che non ti ama e non ti vuole.
E forse l’infinito non è al di là, è al di qua della siepe.

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