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Il conformista: quando il cinema diviene vita

Film cult degli anni ’70, "Il conformista" di Bernardo Bertolucci rappresenta una svolta rivoluzionaria per l’efficacia con la quale viene ritratta la società d’epoca fascista

Film cult degli anni ’70, “Il conformista” di Bernardo Bertolucci rappresenta una svolta rivoluzionaria non solo nella carriera del regista, da sempre dipinta fra sogno, desiderio e rivoluzione, ma anche per l’efficacia con la quale viene ritratta la società d’epoca fascista, consumata dall’ipocrisia di un popolo cieco, visceralmente legato ad un conformismo perlato di insicurezza e terrore che inevitabilmente genera la banalità del male.

Il conformista: dal libro al film

Adattato dal romanzo “Il conformista” del Moravia, se da un lato si attiene piuttosto fedelmente alla sua fonte letteraria dal punto di vista della fabula e nel ritratto di Marcello Clerici, protagonista e docente di filosofia che collabora con l’OVRA, interpretato dal celebre Jean Louis Trintignant; dall’altro stravolge la struttura del libro di Moravia: l’incipit costituisce infatti un flashforward a partire dal quale la narrazione torna indietro nel tempo, secondo un meccanismo che segue i pensieri e la memoria del protagonista, e che, anticipando l’esito degli avvenimenti, costruisce non solo un senso di fatale ineluttabilità rispetto alle sorti dei personaggi, ma crea una focalizzazione interna, donando ampio respiro alle inevitabili leggi del cuore.

Lo stile della pellicola

L’approfondimento visivo attraverso primi piani e sequenze del film mediante il gioco di luci, costituisce una grande capacità psicoanalitica nell’evidenziare i colori e lo spessore dell’animo di ogni personaggio.

La prima e l’ultima scena de “Il conformista” sono infatti un’alternanza fra il rosso vivido e il nero, fra la luce proveniente dall’insegna davanti alla finestra e le tenebre che si accendono e spengono sui titoli di testa de Il conformista e sul volto immobile di Jean-Louis Trintignant che appare costantemente sospeso fra il “qui e ora” del presente e un “altrove” che appartiene alla memoria, al sogno, o magari alla propria trasfigurazione del reale.  L’inquadratura è fissa su un angolo di una camera d’albergo; un uomo disteso sul letto, con gli occhi aperti; ove il rosso simboleggia la passione e la sfera emotiva, che guida e condiziona la mente del protagonista tanto quanto le sequenze del film.

L’incipit cosi come il finale è situato su un piano liminare fra il sonno e la veglia: l’oscillazione vaga dell’uomo in balia dell’inconscio, una realtà alterata in cui la dimensione interiore del protagonista penetra con la stessa regolare cadenza di quella luce rossa e dell’alternarsi continuo fra luci e ombre.

La contraddizione di colori, il rosso emotivo e la freddezza razionale dell’aspetto politico, la veglia e il sonno, sono presenti anche nel protagonista in un dualismo interiore che lacera l’agognato conformismo di Marcello, lasciando all’esterno l’impronta del suo inconscio.
Marcello Clerici, interpretato da un Trintignant dallo sguardo enigmatico e laconico, gelido e composto, figura un personaggio ove convergono gli orrori del regime italiano, la guerra e le leggi razzali, che si intrecciano in una sotterranea inquietudine di matrice psicologica: “l’isolamento terrificante dell’anormalità”, la drammatica consapevolezza di una diversità da dissimulare.

Tale diversità converge in Marcello dando vita ad un personaggio doppio che affonda le proprie radici nell’infanzia: sfugge al mondo, ma ne è al centro. La violenza e la malattia del padre scatenano nel protagonista un forte complesso edipico che lo perseguita soffocando il suo labirinto emotivo. Nelle scene intime de “Il conformista” Marcello non prefigura mai nudo, non accetta le proprie radici maschili come osserviamo nel flashback dell’omicidio di lino: simbolo del rifiuto della propria omosessualità come anti-borghese.

Il sottile distacco di Marcello dietro cui si cela un tormento senza nome crea un contrasto ancora più stridente con la leggerezza frivola e sgraziata della Giulia di Stefania Sandrelli, fidanzata e poi moglie di Marcello. L’innamoramento per Anna, per converso donna molto più simile a lui, diviene segreto e tormentato come la personalità di Marcello; ella da un lato è attratta da una donna, Giulia, ma nasconde i propri impulsi, dall’altro rappresenta l’amante perfetta, elemento fondamentale per il conformismo al quale Marcello aspira.

La psicologia dei personaggi

Ne “Il conformista” la profondità delineata da una psiche labirintica e ambigua e la morbosità singolare di ogni personaggio trovano origine nei romanzi di Moravia.  Egli infatti aveva fatto propria la questione sulla crisi del romanzo; la cultura decadente, caratterizzata in narrativa dalla paralisi dell’azione e dalla dissoluzione del personaggio, era quella che lo scrittore romano non rifiutava, ma che voleva riequilibrare ripristinando il ruolo del personaggio e dell’azione tragica; poiché proprio la tragedia costituiva per lui l’apice dell’arte.

Marcello, Maria Corti, Cecilia, Dino, ognuno viene rappresentato in balia delle proprie “passioni”, degli impulsi naturali, in una vicenda diluita nel tempo e tuttavia concentrata in pochi giorni, come in due atti di un dramma: fisionomia alla quale lo scrittore mirava.

Due giorni separati nel tempo permettono di concentrarsi solo sulle passioni dei personaggi, ma se i due giorni diventano anche consecutivi, proprio tale continuità di svolgimento impone la necessità di descrivere anche avvenimenti privi di passione, avvenimenti non tragici, ma semplicemente quotidiani. Ed è a questo punto che il romanzo si fa modellizzazione dell’universo familiare borghese.

La critica alla borghesia

Ed è proprio la critica alla borghesia a costituire l’ingrediente fondamentale ne “Il conformista” per Moravia e ancor più per Bertolucci che adotta la prospettiva di una borghesia che ha abbracciato il fascismo non tanto per un’autentica adesione ideologica, ma per preservare la propria condizione di privilegio.

Marcello è un borghese che decide di sposare una donna che non ama (ma anzi disprezza) per pura convenzione, per conformarsi e che, nelle parole di Moravia, “paga l’integrazione col delitto”: in viaggio di nozze a Parigi, l’uomo coglierà l’occasione per consegnare alla polizia segreta fascista il suo ex professore di filosofia, il dissidente e antifascista Luca Quadri e la moglie, nonché amante segreta, Anna.

Il fascismo diviene ossigeno per una borghesia visceralmente conformista, sempre più tradizionalista e ignorante, alimentata dall’ingenuità del popolo. È la cecità a presentarsi come uno dei sintomi più principali dell’ignoranza italiana, essa rappresenta il carattere tipico dei fascisti, di tutti quei italiani che non vedono fuori dal palmo dei propri interessi, mietendo vittime e rinnegando l’etica delle proprie idee.

A tal scopo la scelta nel film “il conformista” di dar voce a personaggi non vedenti, uno dei quali Italo Montanari, giornalista e attivista politico dichiaratamente fascista al quale Marcello domanderà: “Com’è un uomo normale?”; e ancora gli invitati della festa di matrimonio fra Marcello e Giulia sono tutti ciechi, metafora dell’adesione al fascismo, l’incapacità di vedere la realtà. 

Fotografia e scelte cromatiche

La biforcazione sociale quanto umana dei personaggi e delle scene viene fedelmente rappresentata attraverso la fotografia di Vittorio e la scenografia degli interni affidata a Ferdinando Scarfiotti. Benché la vicenda segua i canoni del più classico thriller di spionaggio, Bernardo Bertolucci incrina costantemente il realismo del racconto per suggerire una sorta di impalpabile substrato onirico: talvolta attraverso l’utilizzo della luce e dei colori che Storaro riesce a far vibrare, talaltra grazie a quei raccordi proustiani nel passaggio dal presente al passato e viceversa.

È infatti nelle scelte cromatiche che il film “Il conformista” prende vita: Storaro si discosta dalla luce naturale per far leva su cromatismi spesso portati all’eccesso, tinte cangianti in contrasto le une con le altre, volte a dar risalto alle contraddizioni della società e dei personaggi doppi, come Marcello.

Nelle prime sequenze del film, ambientate a Roma alla vigilia del matrimonio fra Marcello e Giulia, Bertolucci sfrutta gli imponenti edifici dell’Eur, con i loro maestosi interni in marmo, per evocare un’atmosfera spettrale, quasi metafisica, evidente più che mai durante la visita al padre in un istituto psichiatrico: una scena con contorni da incubo, immersa in un bianco assoluto e straniante che rappresentano la condizione dell’uomo moderno e lo stato d’animo del protagonista: straniato quasi a se stesso.

Le scelte scenografiche de “Il conformista”

La scenografia di Scarfiotti realizzata per “Il conformista” è da un lato più geometrica, fatta di un razionalismo architettonico che aliena il singolo con le sue inquadrature e atmosfere spettrali; dall’altro riprende la pittura metafisica, ove la presenza umana scompare nelle piazze vuote, in atmosfere sospese e irreali, cosi come la logica umana del popolo scompare dinanzi al fascismo per lasciar posto ad un senso di angoscia, solitudine e scorci d’ombre che lasciano pensare ad una parvenza ormai sbiadita e fioca di umanità.

Gli italiani hanno perso la ragione e la loro matrice umana, sembra che restino solo ombre di corpi privi di ragione e consistenza. Ciò spiega le inquadrature attraverso specchi, vetri e riflessi; simbolo della duplice natura umana e dell’inconsistenza degli uomini, privi d’identità anche nella loro immagine, proprio come i manichini e le statue nei quadri di De Chirico.

L’agguato ai coniugi Quadri, che culmina con il primo piano disperato sul viso di Anna è una sequenza magistrale nella sua costruzione della suspense, ma segna anche il punto di non ritorno della dannazione morale di Marcello: la conseguenza, estrema e irreparabile, di quel conformismo vigliacco alla radice stessa del fascismo.

La conclusione

Nella conclusione de “Il conformista”, se Moravia chiudeva tragicamente il suo romanzo con la ‘punizione’ di Marcello, l’explicit scelto da Bertolucci è ben più provocatorio: l’ennesimo tradimento del protagonista, spia al soldo del regime che prima proietta le proprie colpe su qualcun altro, poi denuncia e abbandona l’amico Italo al cospetto di una folla che sventola bandiere rosse.

Nell’ultima scena del film, l’inquadratura del corpo nudo di un ragazzo di strada è la conferma della nuova trasformazione di Marcello, la cui psiche è un labirinto di stagioni: l’ex fascista modello ha preso il posto di Lino, il pederasta che segnò la sua infanzia e quel suo sguardo finale alla macchina da presa punta direttamente sullo spettatore è forse un’ultima richiesta alla fatidica domanda posta anche all’amico Italo Montanari: “Com’è un uomo normale?”

Del resto “il conformista”, come spiegava Moravia, si annida in ciascuno di noi: “Ho raccontato un dramma che era il mio dramma, lo ammetto: ma che in fondo era anche il dramma, per dir così, di una intera civiltà”.

Maria Elena Centonze

 

 

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