William Cowper è uno di quei poeti che ogni generazione riscopre con sorpresa, trovando in un nome quasi dimenticato una voce di sorprendente modernità e profondità. Nato a Great Berkhamsted nell’Hertfordshire nel 1731, figlio di un pastore anglicano, Cowper trascorse una vita segnata da crisi nervose gravi, da periodi di abbattimento profondo che oggi riconosceremmo come depressione clinica, e da una fede religiosa intensa e tormentata che fu al tempo stesso la sua ancora e la fonte di alcune delle sue angosce più grandi.
Eppure da questa vita difficile uscirono poesie di una chiarezza e di un’eleganza straordinarie. Cowper è considerato un precursore del Romanticismo inglese: scrisse della natura rurale con una tenerezza e un’attenzione al dettaglio che anticipano Wordsworth; espresse dubbi religiosi con una sincerità che prefigura le crisi di fede del XIX secolo; mostrò una sensibilità per la condizione degli oppressi — fu tra i primi poeti inglesi a condannare la schiavitù — che lo colloca in una tradizione di impegno civile raramente associata alla letteratura del suo tempo.
E diversi giudizi servono solo a dichiarare
che la verità è da qualche parte. Se solo sapessimo dove.
Il poemetto «Hope», da cui provengono i versi qui analizzati, appartiene alla raccolta pubblicata nel 1782 e costituisce una delle sue opere più riflessive e più filosoficamente dense. «Hope» — la speranza — non è trattata come sentimento facile o consolatorio: è esplorata nelle sue tensioni, nelle sue ambiguità, nel suo rapporto con la verità e con l’incertezza.
Due righe, un abisso
I due versi citati sono di una concisione straordinaria. La prima riga afferma qualcosa: i giudizi diversi, i contrasti di opinione, le dispute intellettuali e teologiche servono a dichiarare — a rivelare, a testimoniare — che la verità esiste. Non che sia raggiungibile: che esiste, che è «da qualche parte». La seconda riga sospende tutto in un’esclamazione dolorosa: «se solo sapessimo dove».
La costruzione retorica è quella della concessio seguita da adversatio: si concede qualcosa — sì, la verità c’è — e poi si nega il conseguente necessario: ma non sappiamo dove. L’effetto è quello di un pavimento che si apre sotto i piedi: il lettore pensa di stare per ricevere una rassicurazione e si trova invece di fronte a un vuoto.
Il «If we knew only where» finale è grammaticalmente una frase ipotetica senza apodosi: manca la conseguenza. Non dice «se sapessimo dove, potremmo raggiungerla»: si ferma prima, lascia la condizione sospesa nel silenzio. Questa reticenza non è un difetto retorico: è la forma linguistica più onesta che Cowper potesse scegliere. L’apodosi mancante dice: se sapessimo dove si trova la verità, tutto cambierebbe. Ma non lo sappiamo. E dunque tutto rimane com’è.
I «giudizi diversi»
Il punto di partenza dei versi è l’osservazione che gli esseri umani hanno giudizi diversi. Questa è un’esperienza di ogni giorno: due persone intelligenti e oneste possono guardare la stessa realtà e trarne conclusioni opposte. Due teologi possono leggere lo stesso testo sacro e ricavarne dottrine incompatibili. Due filosofi possono seguire la stessa tradizione razionale e arrivare a esiti contraddittori. Due scienziati possono interpretare gli stessi dati in modi diversi. Questa diversità di giudizi non è un’anomalia: è la condizione normale del pensiero umano.
Cowper non si ferma a lamentare questa diversità: la usa come argomento. «Serve solo a dichiarare che la verità è da qualche parte». Il ragionamento implicito è questo: se non ci fosse una verità, non ci sarebbero giudizi diversi che cercano di raggiungerla — ci sarebbero solo opinioni equivalenti senza nessun riferimento esterno. Il fatto che ci si contraddica, che si discuta, che si combatta per avere ragione presuppone che ci sia qualcosa per cui avere ragione. Il conflitto tra le opinioni è paradossalmente la prova che la verità esiste.
Questo argomento ha una lunga storia nella filosofia. La posizione di Cowper non è né relativismo — che nega l’esistenza di una verità oggettiva — né dogmatismo — che pretende di possederla. È una posizione intermedia e difficile: la verità c’è, ma non l’abbiamo. Esiste, ma è sfuggente. È l’oggetto di ogni ricerca, ma nessuna ricerca finora l’ha trovata in modo definitivo. È la posizione del cercatore onesto: né scettico né sicuro.
La teologia dell’umiltà epistemica
Per comprendere pienamente i versi di Cowper bisogna tenere presente il loro contesto: sono tratti da un poemetto sulla speranza cristiana, scritto da un uomo di fede profonda ma tormentata. Il problema della verità che Cowper affronta non è solo filosofico in astratto: è il problema della verità religiosa, della certezza della fede, del rapporto tra la mente umana limitata e la Parola divina che si pretende assoluta.
L’Inghilterra del Settecento era un campo di battaglia teologico. Anglicani, metodisti, calvinisti, deisti, cattolici, nonconformisti di ogni tipo si scontravano su questioni fondamentali: la natura della grazia, la predestinazione, la salvezza, l’interpretazione delle Scritture. Cowper aveva vissuto dall’interno queste dispute, aveva attraversato conversioni e crisi, aveva conosciuto la certezza e il dubbio nella stessa vita. La sua osservazione che i «giudizi diversi» servono solo a dichiarare che la verità è da qualche parte nasce da questa esperienza concreta di vedere persone intelligenti e sincere arrivare a conclusioni opposte a partire dagli stessi testi.
Ma c’è nella sua posizione anche qualcosa di profondamente cristiano in senso tradizionale: l’umiltà epistemica, il riconoscimento che la mente umana è limitata e che la verità divina la supera. San Paolo scriveva nella Prima lettera ai Corinzi: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia». La verità piena è riservata all’escatologia: questa vita è tempo di ricerca e di speranza, non di possesso definitivo. Cowper fa propria questa tradizione e la esprime con la precisione di un epigramma.
Il titolo del poemetto — «Hope», la speranza — è la chiave interpretativa dei due versi. La speranza, per definizione, si orienta verso qualcosa che non si ha ancora: si spera ciò che non si possiede, si cerca ciò che non si è ancora trovato. La verità che è «da qualche parte» ma di cui non sappiamo il dove è precisamente l’oggetto ideale della speranza: presente quanto basta per giustificare la ricerca, distante quanto basta per renderla ancora necessaria.
C’è in questa struttura qualcosa che ricorda la dialettica platonica: la filosofia come «amore della sapienza», cioè desiderio di ciò che non si possiede ancora. Chi possiede già la sapienza non la desidera; chi non la ha affatto non la cerca. Il filosofo, il cercatore di verità, è nel mezzo: abbastanza vicino alla verità da sentirne l’attrazione, abbastanza lontano da non potersi fermare. Cowper descrive la stessa condizione in due versi: sappiamo che la verità c’è — abbastanza per non cedere al nichilismo — ma non sappiamo dove — abbastanza per non cedere al dogmatismo.
Dall’Illuminismo al pluralismo contemporaneo: la verità contesa
I versi di Cowper acquistano una risonanza particolare se letti attraverso la storia intellettuale dei secoli successivi. Il Settecento in cui scriveva era l’epoca dell’Illuminismo, dell’ottimismo sulla ragione come strumento sufficiente a raggiungere la verità. I philosophes francesi, i razionalisti inglesi, i materialisti tedeschi credevano che la luce della ragione avrebbe dissipato le tenebre del pregiudizio e della superstizione e rivelato la verità della natura e della società.
La storia successiva ha complicato questo ottimismo. Il XIX secolo porta il relativismo storico, la scoperta che ogni verità è situata in un tempo e in una cultura. Il XX secolo porta le guerre mondiali, i totalitarismi che si presentavano come portatori di verità assolute, il decostruzionismo che mette in discussione ogni fondamento. Il XXI secolo porta la «post-verità», la crisi dell’attendibilità delle fonti, l’infosfera che moltiplica le narrazioni incompatibili fino alla paralisi.
In questo percorso, la posizione di Cowper — la verità c’è, ma non sappiamo dove — appare sempre più come la posizione più onesta e più difficile. Più onesta del relativismo che nega l’esistenza della verità — ma che poi paradossalmente afferma come vera la propria negazione. Più onesta del dogmatismo che pretende di possederla — ma che soffoca la ricerca con la certezza precostituita. Più difficile di entrambe: perché richiede di vivere nell’incertezza senza cedere alla disperazione, di cercare senza la garanzia di trovare.
Il «somewhere»: la topologia dell’inafferrabile
C’è un dettaglio linguistico nei versi di Cowper che merita attenzione: la verità non è semplicemente «da qualche parte» in senso vago e generico. Il termine inglese «somewhere» porta con sé una precisa localizzazione spaziale: la verità ha un luogo, anche se non sappiamo quale sia. Non è ovunque — il che vorrebbe dire che la troverei in qualunque cosa penso. Non è da nessuna parte — il che vorrebbe dire che la ricerca è inutile. È da qualche parte: ha una collocazione precisa che la nostra ignoranza non è riuscita ancora a identificare.
Questa topologia dell’inafferrabile è una delle intuizioni più sottili dei versi. La verità non è un’astrazione: ha un luogo, un dove. Ma quel dove ci sfugge. È come sapere che in una grande biblioteca si trova il libro che contiene la risposta alla domanda che ci tormenta, senza sapere in quale scaffale si trovi. La biblioteca è reale, il libro è reale, la risposta è reale: ma noi vaghiamo tra gli scaffali senza trovarlo. E intanto — ecco la speranza — continuiamo a cercare.
L’eredità di William Cowper: la dignità del cercatore
Cowper è un poeta che non dà risposte: dà domande ben formulate. E questa è una delle forme più preziose di contributo intellettuale. I due versi di «Hope» non consolano, non risolvono, non indicano una via. Fanno qualcosa di più onesto e più duraturo: descrivono con precisione la condizione di chi cerca la verità sapendo che c’è ma non sapendo dove trovarla.
Questa condizione non è sconfitta: è la condizione normale della vita intellettuale e spirituale. Chi non la conosce probabilmente non ha mai cercato davvero. Chi la conosce sa che porta con sé qualcosa di prezioso: la capacità di restare aperti, di non chiudersi in una certezza che blocca la ricerca, di rispettare i «giudizi diversi» altrui come testimonianze della stessa ricerca condivisa.
La verità è da qualche parte. Se solo sapessimo dove. Forse il valore di questi versi non sta nel rimpianto che esprimono: sta nell’onestà con cui testimoniano che, anche senza sapere dove, la ricerca continua. E che continuare a cercare, con umiltà e con rigore, è già una forma di rispetto per la verità che non abbiamo ancora trovato.
