I versi di Vicente Huidobro tratti da Tout à coup condensano in poche parole uno dei nuclei più profondi e radicali della poetica dell’autore cileno: la messa in crisi del tempo lineare, oggettivo, misurabile, e la rivendicazione di un tempo poetico autonomo, sottratto alla tirannia della cronologia. In questa breve immagine, apparentemente semplice e quasi enigmatica, si riflettono le istanze dell’avanguardia storica e, in particolare, del creazionismo, il movimento fondato dallo stesso Huidobro.
«Vado alla ricerca delle ore
che hanno smarrito il loro orologio»
Vicente Huidobro e chi si è smarrito
L’atto del “andare alla ricerca” introduce subito una dimensione dinamica e inquieta. Il poeta non possiede ciò che cerca: è in cammino, in uno spazio che non è fisico ma concettuale. Non cerca le ore in quanto tali, ma le ore che hanno “smarrito il loro orologio”. L’orologio, simbolo per eccellenza della misura, dell’ordine, della scansione razionale del tempo, viene qui perduto. Le ore, private del loro strumento di definizione, diventano entità erranti, slegate da una funzione pratica, libere — o forse smarrite — rispetto al sistema che le rende comprensibili.
In questa immagine si avverte una critica implicita alla concezione borghese e positivistica del tempo, dominante tra Ottocento e primo Novecento. Il tempo dell’orologio è il tempo del lavoro, della produttività, della causalità lineare. È un tempo che ordina la vita, ma al prezzo di ridurla a sequenza misurabile. Huidobro, poeta d’avanguardia, si colloca apertamente contro questa visione: la poesia non deve limitarsi a descrivere il mondo così com’è, ma deve crearne uno nuovo, con leggi proprie. E in questo mondo nuovo il tempo non obbedisce più all’orologio.
Il verbo “smarrire” è particolarmente significativo. Non si tratta di una distruzione violenta, ma di una perdita quasi accidentale, di una separazione silenziosa. Le ore non sono state spezzate, né annullate: hanno perso il loro riferimento. Questo le rende enigmatiche, indecifrabili, ma anche potenzialmente più autentiche. È come se Huidobro suggerisse che il tempo, per essere davvero vissuto o poeticamente colto, debba prima disfarsi dei suoi strumenti di controllo.
Da qui nasce la missione del poeta: cercare ciò che è fuori asse, ciò che non rientra nei sistemi consueti di significazione. Il poeta non è colui che misura il tempo, ma colui che va in cerca delle sue fratture, delle sue zone d’ombra, dei suoi momenti irregolari. Le “ore senza orologio” possono essere lette come le ore dell’esperienza interiore, del sogno, dell’attesa, dell’epifania improvvisa: ore che non si lasciano contare, ma solo attraversare.
Questa concezione si inserisce pienamente nella poetica creazionista di Huidobro, secondo cui il poeta deve essere un “piccolo dio”, capace di generare realtà autonome attraverso la parola. L’immagine delle ore smarrite non rimanda a un’esperienza concreta, ma nasce dalla potenza inventiva del linguaggio. Non descrive: crea. Non spiega: destabilizza. La poesia, in questa prospettiva, non ha il compito di chiarire il mondo, ma di renderlo più vasto, più misterioso.
Tout à coup
Non è un caso che Tout à coup sia un’opera segnata dalla discontinuità, dall’improvviso, dalla rottura logica. Il titolo stesso — “All’improvviso” — suggerisce un tempo non prevedibile, non pianificabile. I versi citati si collocano dunque in un orizzonte in cui il tempo non procede per successione ordinata, ma per scarti, balzi, illuminazioni. Cercare le ore senza orologio significa accettare l’irruzione dell’imprevisto, dell’istante puro, non addomesticato.
A livello più esistenziale, questi versi possono essere letti anche come metafora della condizione moderna. L’uomo del Novecento vive immerso in un tempo accelerato, frammentato, spesso privo di senso. Le ore si accumulano, ma non sempre significano qualcosa. Cercare le ore che hanno perso l’orologio diventa allora un gesto di resistenza: un tentativo di restituire al tempo una qualità, una densità emotiva, sottraendolo alla mera quantificazione.
Nei versi di Huidobro il tempo non è un dato oggettivo, ma un territorio poetico da esplorare. Le ore che hanno smarrito il loro orologio sono ore liberate, ma anche inquietanti; sfuggono alla presa razionale e chiedono di essere reinventate. Il poeta si fa esploratore di questa perdita, consapevole che solo là dove le certezze si dissolvono può nascere una nuova forma di senso. La poesia, ancora una volta, non misura: insegue, smarrisce, inventa.
