I versi di Pablo Neruda sullo scorrere del tempo

11 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questi versi del poeta Pablo Neruda che ci ricordano come il tempo passi in maniera inesorabile e quanto sia prezioso.

I versi di Pablo Neruda sullo scorrere del tempo

Nei versi di Pablo Neruda tratti dalla poesia È ormai sparita la città  si concentra una meditazione intensa e malinconica sul tempo, sulla sua natura inesorabile e sulla percezione umana del suo scorrere. In poche immagini, Neruda riesce a evocare una riflessione esistenziale che riguarda ogni individuo: il tempo come forza silenziosa, regolare, apparentemente innocua eppure capace di consumare l’intera vita.

«Come procede l’orologio senza fretta
con tale sicurezza che si divora gli anni:
i giorni sono piccoli e fugaci chicchi d’uva,
i mesi si stingono staccati dal tempo»

Pablo Neruda e lo scorrere ineluttabile del tempo

Il primo elemento che colpisce è l’immagine dell’orologio che «procede senza fretta». Non c’è ansia, non c’è accelerazione: l’orologio non corre, non si affanna. Avanza con calma, con un movimento costante e imperturbabile. Eppure proprio questa mancanza di fretta è ciò che rende il tempo più potente. Non ha bisogno di affrettarsi, perché sa che vincerà comunque. La sua sicurezza è totale. L’orologio, simbolo della misurazione umana del tempo, diventa quasi una figura allegorica: una presenza discreta, che non minaccia apertamente, ma che “si divora gli anni” con metodica regolarità.

L’espressione «si divora gli anni» introduce una dimensione più drammatica. Il verbo divorare richiama un’immagine predatoria, quasi animale. Il tempo, dunque, pur procedendo senza fretta, consuma, inghiotte, erode. È un paradosso apparente: lentezza e distruzione convivono. In realtà, Neruda suggerisce che la forza del tempo risiede proprio nella sua continuità. Non occorre la violenza improvvisa per trasformare la realtà; basta la costanza. Il tempo non ha bisogno di accelerare, perché ogni istante che passa è un frammento sottratto alla vita.

Nei due versi successivi, la riflessione si fa ancora più concreta e sensoriale attraverso la metafora dei giorni come «piccoli e fugaci chicchi d’uva». L’uva è un frutto delicato, succoso, dolce ma fragile. I chicchi sono piccoli, si staccano facilmente dal grappolo, possono essere consumati uno dopo l’altro quasi senza accorgersene. Così sono i giorni: unità minime dell’esistenza che scorrono con leggerezza, apparentemente insignificanti, eppure capaci di costruire — o dissolvere — un’intera vita.

L’aggettivo “fugaci” accentua questa dimensione di rapidità e transitorietà. I giorni non solo sono piccoli, ma sfuggono, si dissolvono tra le dita come il succo di un frutto. La metafora è tanto semplice quanto efficace: come si mangia un grappolo d’uva quasi distrattamente, così si attraversano i giorni, spesso senza piena consapevolezza. Solo dopo, guardando il raspo ormai vuoto, ci si accorge che il tempo è passato.

Ancora più intensa è l’immagine dei mesi che «si stingono staccati dal tempo». Qui la metafora si complica e si arricchisce di una sfumatura visiva. “Stingersi” rimanda alla perdita di colore, allo sbiadire progressivo. I mesi, una volta trascorsi, non solo si allontanano, ma perdono intensità, si fanno pallidi nella memoria. L’esperienza vissuta, con il passare del tempo, si attenua, si scolorisce. È il destino dei ricordi: anche quelli più vivi finiscono per smorzarsi.

L’espressione “staccati dal tempo” è particolarmente suggestiva. I mesi, che pure sono misura del tempo, sembrano separarsi da esso. È come se, una volta trascorsi, non appartenessero più al flusso vitale, ma diventassero qualcosa di estraneo, sospeso. Questa frattura suggerisce una riflessione sulla memoria e sull’identità: ciò che abbiamo vissuto, una volta passato, non è più tempo in atto, ma tempo sedimentato, trasformato in ricordo, in nostalgia, talvolta in rimpianto.

Nel contesto più ampio della poesia, il titolo stesso — È ormai sparita la città — suggerisce una dimensione di perdita collettiva, non solo individuale. La città che scompare può essere letta come simbolo di un’epoca, di un mondo, di una stagione della vita. Il tempo non agisce solo sui singoli, ma sulle comunità, sulle civiltà, sui luoghi. Ciò che era vivo e presente diventa assenza. La città sparisce come i mesi si stingono.

Neruda, poeta profondamente legato alla materia del mondo, alla natura, ai sensi, sceglie immagini concrete per parlare di un tema astratto. L’orologio, l’uva, il colore che sbiadisce: sono elementi quotidiani, familiari. Proprio questa concretezza rende la riflessione universale e accessibile. Non c’è filosofia esplicita, non c’è dichiarazione teorica sul tempo; c’è invece una serie di immagini che invitano il lettore a riconoscere nella propria esperienza ciò che il poeta evoca.

In questi versi si può cogliere anche una tensione tra il tempo oggettivo e quello soggettivo. L’orologio procede con sicurezza matematica, misura il tempo in modo regolare. Ma la percezione dei giorni come “chicchi d’uva” e dei mesi che “si stingono” appartiene alla dimensione interiore. Il tempo esterno è lineare e uniforme; quello vissuto è fatto di sapori, colori, ricordi che si trasformano. La poesia mette in dialogo queste due dimensioni, mostrando come la freddezza dell’orologio si intrecci con la fragilità dell’esperienza umana.

Infine, in questa meditazione si avverte una sottile malinconia, ma non una disperazione assoluta. Il tempo consuma, è vero, ma nel frattempo offre anche l’esperienza della dolcezza (i chicchi d’uva), della luce (il colore), della memoria. Se i mesi si stingono, è perché prima hanno avuto una tonalità intensa. Se gli anni vengono divorati, è perché sono stati vissuti.

Il tempo non è un nemico, ma un compagno per la vita

Neruda non propone una ribellione contro il tempo, né una resa rassegnata. Piuttosto, suggerisce una presa di coscienza. L’orologio procede senza fretta, ma proprio per questo invita a guardare con maggiore attenzione i piccoli giorni che compongono la vita. Ogni chicco d’uva, ogni giorno, è fragile e fugace: sta a noi assaporarlo prima che venga consumato.

In questa capacità di trasformare l’esperienza quotidiana in visione poetica risiede la forza dei versi. Il tempo, che potrebbe apparire come un concetto astratto e lontano, diventa qualcosa di tangibile, quasi visibile. E il lettore, riconoscendosi in quelle immagini, è spinto a interrogarsi sul proprio modo di vivere il fluire silenzioso degli anni.

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