I versi di Pablo Neruda sulla felicità che a volte viviamo

30 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi versi che aprono la poesia "Ode al giorno felice", di Pablo Neruda. Versi che ci ricordano che la felicità può toccarci.

I versi di Pablo Neruda sulla felicità che a volte viviamo

Questi versi, tratti dall’inizio dell'”Ode al giorno felice” di Pablo Neruda, racchiudono una delle più radicali dichiarazioni di libertà emotiva della poesia contemporanea. In apparenza semplici, quasi disarmanti nella loro immediatezza, questi versi sovvertono secoli di concezioni letterarie e filosofiche sulla felicità, proponendo una visione rivoluzionaria: la felicità come stato gratuito, immotivato, autosufficiente.

“Questa volta lasciate
che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo
che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.”

“Lasciate che sia felice”, implora Pablo Neruda

Il primo verso – “Questa volta lasciate” – introduce immediatamente un elemento perturbante. A chi si rivolge il poeta? Chi sono questi interlocutori da cui deve chiedere il permesso di essere felice? La risposta è molteplice e stratificata. Neruda si rivolge forse alla società, con le sue aspettative e i suoi giudizi; alla tradizione letteraria, che aveva sempre legato la felicità a una causa esterna; al lettore stesso, abituato a poesie che giustificano ogni emozione con eventi narrativi precisi; e infine, forse soprattutto, a quella parte di se stesso condizionata a sentirsi in colpa per la gioia non giustificata.

L’uso dell’espressione “questa volta” è particolarmente significativo. Implica che altre volte il poeta non si sia concesso questa libertà, che abbia represso la propria felicità o l’abbia sentita illegittima. La felicità, sembra dirci Neruda, è qualcosa per cui spesso ci sentiamo di dover chiedere scusa, di dover fornire spiegazioni. Ma “questa volta” – e c’è qualcosa di vagamente sfidante in questa espressione – il poeta decide di rivendicare il suo diritto alla gioia senza giustificazioni.

La richiesta stessa di essere “lasciato” felice rivela quanto profondamente interiorizzata sia l’idea che la felicità debba sempre avere una ragione, una causa, una giustificazione esterna. Come se la felicità fosse un lusso da permettersi solo in circostanze eccezionali, non una condizione legittima dell’esistenza umana.

L’assenza di causa: la felicità immotivata

Ed è qui che Neruda opera la sua rivoluzione più radicale: “non è successo nulla a nessuno”. Con questa negazione apparentemente banale, il poeta smantella l’intera architettura causale che tradizionalmente ha sorretto il discorso sulla felicità. Non c’è stato un evento felice, non è arrivata una buona notizia, non è stato raggiunto un obiettivo, non si è verificata alcuna circostanza favorevole. Nulla è successo – e proprio questa assenza di causa diventa la vera novità, il vero scandalo poetico.

Nella cultura occidentale, siamo stati educati a pensare la felicità come conseguenza: si è felici perché si è innamorati, perché si è ottenuto un successo, perché è accaduto qualcosa di positivo. La felicità è sempre stata concepita come reattiva, mai come condizione primaria. Neruda invece propone l’idea di una felicità ontologica, che precede e non segue gli eventi, che esiste indipendentemente dalle circostanze esterne.

“Non sono da nessuna parte” aggiunge un ulteriore livello di astrazione. Il poeta non è in un luogo particolarmente bello o significativo, non si trova in una situazione geograficamente o contestualmente privilegiata. La felicità non dipende nemmeno dal dove, non è legata a uno spazio specifico. È una condizione interiore che si porta ovunque, che non ha bisogno di coordinate esterne per manifestarsi.

La pura esistenza della gioia: “succede solo”

“Succede solo / che sono felice” è forse il cuore pulsante di questi versi. L’espressione “succede solo” in italiano (come “sucede solo” nello spagnolo originale) ha una leggerezza quasi casuale, come se la felicità fosse un evento atmosferico, qualcosa che semplicemente accade senza bisogno di spiegazioni complesse. Non c’è niente di più, niente di meno: la felicità è, semplicemente.

Questa formulazione minimalista contrasta deliberatamente con la tendenza umana a complicare, analizzare, sezionare ogni emozione. Quante volte ci chiediamo perché siamo felici, come se la felicità senza causa fosse sospetta, non del tutto affidabile? Neruda ci invita invece ad accettare la felicità nella sua immediatezza, senza sottoporla all’interrogatorio della ragione.

C’è qualcosa di quasi zen in questo approccio, un’eco delle filosofie orientali per cui l’illuminazione o la gioia possono sopraggiungere senza motivo apparente, come grazia improvvisa. Ma c’è anche una profonda umanità, perché Neruda sta descrivendo qualcosa che tutti abbiamo sperimentato almeno una volta: quei momenti in cui ci sentiamo inspiegabilmente bene, senza poter indicare una ragione precisa.

La totalità dell’esperienza: “fino all’ultimo profondo angolino del cuore”

L’immagine degli angolini profondi del cuore è di una tenerezza quasi fisica. Neruda non parla di una felicità superficiale o parziale, ma di una gioia che pervade ogni recesso dell’essere, anche quelli più nascosti e dimenticati. L’espressione “fino all’ultimo” suggerisce una completezza, un riempimento totale che non lascia spazio vuoto.

Gli “angolini profondi” evocano quegli aspetti di noi stessi che raramente raggiungiamo, quelle zone dell’anima che restano spesso in ombra. La vera felicità, sembra dirci Neruda, non è solo un’emozione di superficie ma una condizione che illumina anche le parti più riposte della nostra interiorità. È una felicità archeologica, che scava fino agli strati più antichi del sé.

L’uso del diminutivo “angolino” (in spagnolo “último rincón”) aggiunge una nota di affetto, quasi di coccola verso se stessi. C’è qualcosa di materno in questa cura della propria felicità, in questa attenzione a ogni piccola parte del proprio cuore.

L’ordinarietà delle azioni

La conclusione di questo frammento è forse la più rivoluzionaria di tutte: “camminando, / dormendo o scrivendo”. Neruda elenca tre azioni assolutamente ordinarie, quotidiane, quasi banali. Non dice “guardando il tramonto”, “abbracciando l’amata”, “contemplando la bellezza”. Dice camminare – l’atto più semplice e ripetitivo; dormire – uno stato di incoscienza; scrivere – il suo lavoro quotidiano.

Questa scelta è tutt’altro che casuale. Neruda sta affermando che la felicità non ha bisogno di momenti straordinari per manifestarsi. Non serve andare in luoghi esotici, vivere esperienze eccezionali, trovarsi in circostanze speciali. La felicità può abitare le azioni più semplici, più ripetute, più “normali” della nostra esistenza.

C’è qui un insegnamento profondo: la felicità non è qualcosa da cercare in eventi futuri o in condizioni ideali, ma può emergere dal tessuto stesso della vita quotidiana. Camminare per strada, addormentarsi la sera, scrivere al mattino – queste azioni che compiamo meccanicamente ogni giorno possono diventare vasi della gioia se solo le abitiamo con la giusta consapevolezza.

La sequenza “camminando, dormendo o scrivendo” copre anche simbolicamente l’intera gamma dell’esperienza umana: il movimento (camminare), il riposo (dormire), la creazione (scrivere). La felicità di Neruda abbraccia tutte le dimensioni dell’essere, dall’azione alla quiete, dalla veglia al sonno, dal corpo alla mente.

In un mondo che spesso ci chiede di giustificare ogni nostro stato emotivo, che mercifica la felicità trasformandola in un prodotto da acquistare o un obiettivo da raggiungere, la felicità immotivata di Neruda diventa un atto di resistenza. È una rivendicazione del diritto all’esistenza gioiosa senza condizioni, senza meriti, senza cause esterne.

Questa poesia fu scritta in un periodo storico segnato da tensioni politiche e sociali (Neruda era un poeta politicamente impegnato, comunista, spesso in esilio). Il fatto che proprio lui, un poeta della lotta e dell’impegno civile, rivendichi il diritto a una felicità gratuita e personale è significativo. Ci dice che la gioia individuale non è un tradimento della causa collettiva, ma una risorsa, una forza necessaria per continuare a vivere e a lottare.

Questi versi ci insegnano qualcosa di essenziale: che la felicità non deve essere sempre guadagnata, meritata, giustificata. Che può esistere senza causa apparente e che questa mancanza di causa non la rende meno vera o meno preziosa. Che possiamo essere felici nei gesti più semplici della vita quotidiana, se solo ci concediamo il permesso di esserlo.

Neruda ci invita a smettere di interrogare la felicità, di analizzarla, di cercarle fondamenta razionali. Ci invita invece ad accoglierla quando arriva, anche senza motivo, anche senza annuncio, e a lasciarla pervadere ogni angolino del nostro cuore mentre camminiamo per strada, mentre dormiamo, mentre facciamo le cose più normali del mondo.

“Questa volta lasciate che sia felice” non è solo un verso poetico: è un manifesto esistenziale, un’istruzione per vivere, un permesso che ci diamo finalmente di esistere nella gioia senza chiedere scusa a nessuno.

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