I versi di Nazim Hikmet sull’amore che cambia il mondo
Leggiamo assieme questi versi di Nazim Hikmet pieni d’amore in cui è proprio la visione innamorata a modificare il mondo che ci sta intorno.

I versi di Nazim Hikmet tratti dalla raccolta Poesie d’amore «I miei giorni son fette di melone / profumato di vita / grazie a te…» — esprimono con limpida intensità una delle cifre più riconoscibili della sua poesia: la capacità di trasformare l’esperienza amorosa in energia vitale, in luce che trasfigura il quotidiano. Hikmet, poeta turco del Novecento, ha conosciuto il carcere, l’esilio, la persecuzione politica. Eppure la sua poesia d’amore non è mai evasione ingenua: è un atto di resistenza, un’affermazione luminosa contro la durezza della storia.
I miei giorni son fette di melone
profumato di vita
grazie a te
i frutti si protendono verso la mia mano
come se fossi il sole
grazie a te
grazie a te
succhierò solo il miele della speranza
anche le mie serate più solitarie sorridono
come un tappeto d’Anatolia
appeso sulla parete
grazie a te
Nazim Hikmet e l’amore che cambia il mondo
Fin dal primo verso, l’immagine sorprende per la sua concretezza sensoriale: «I miei giorni son fette di melone / profumato di vita». Il tempo non è astratto, non è un concetto filosofico: è qualcosa che si può vedere, toccare, gustare. Le “fette di melone” evocano colore, dolcezza, succo, freschezza estiva. L’amore non viene descritto in termini retorici o sublimi, ma attraverso un’immagine domestica, familiare, quasi contadina. È una metafora semplice, ma potentissima: grazie all’amata, i giorni acquistano sapore.
L’espressione «profumato di vita» amplia il campo sensoriale. Non solo gusto, ma anche olfatto. La vita diventa fragranza, presenza piena. L’amore non è solo sentimento interiore, ma modifica la percezione del mondo. Ciò che prima poteva apparire opaco o monotono, ora è impregnato di intensità.
Il verso «grazie a te», ripetuto più volte nel componimento, ha un valore centrale. È un ritornello, una dichiarazione di gratitudine che scandisce il testo. La ripetizione crea ritmo, ma soprattutto rafforza il senso di dipendenza affettiva: tutto ciò che è luminoso, tutto ciò che è dolce, deriva dalla presenza dell’altro. L’amore è una forza generativa che trasforma l’esistenza.
Quando Hikmet scrive: «i frutti si protendono verso la mia mano / come se fossi il sole», introduce un’immagine ancora più significativa. Il soggetto non è più soltanto colui che riceve, ma diventa fonte di attrazione. I frutti — simbolo di maturazione, di abbondanza — si orientano verso di lui come le piante verso la luce. L’amore conferisce una centralità nuova, una dignità quasi cosmica. Non è superbia: è l’effetto di uno sguardo che riconosce e valorizza.
Il paragone con il sole è fondamentale. Il sole è energia, calore, principio vitale. Essere “come il sole” significa sentirsi capace di irradiare, di nutrire, di illuminare. L’amore ricevuto diventa amore che si espande. In questa dinamica reciproca si coglie una visione relazionale dell’esistenza: non si è soli, non si è chiusi in sé stessi; si vive in una rete di scambi.
Il verso «succhierò solo il miele della speranza» introduce un’altra immagine gustativa. Il miele è dolce, ma è anche il risultato di un lavoro paziente. La speranza non è un’illusione vaga, ma qualcosa di concreto, che si può “succhiare”, assimilare. L’amore orienta lo sguardo verso il futuro, rende possibile una fiducia che forse, in altre condizioni, sarebbe difficile mantenere.
È importante ricordare che Hikmet ha scritto molte poesie d’amore durante periodi di detenzione. La speranza, in quel contesto, non era un sentimento superficiale, ma una necessità vitale. L’amore diventa allora uno spazio di libertà interiore, un modo per non soccombere alla disperazione. “Succhiare il miele della speranza” significa nutrirsi di un sentimento che permette di resistere.
Anche il verso «anche le mie serate più solitarie sorridono» è particolarmente significativo. La solitudine non scompare; esiste ancora. Ma viene trasfigurata. Le serate non sono più cupe o oppressive: “sorridono”. L’amore non elimina la distanza o l’assenza, ma le rende sopportabili, addolcite dalla memoria e dall’attesa.
L’immagine conclusiva del «tappeto d’Anatolia / appeso sulla parete» aggiunge una dimensione culturale e simbolica. Il tappeto anatolico è oggetto tradizionale, ricco di colori e di disegni, frutto di una lunga arte artigianale. Appeso alla parete, diventa decorazione, memoria, calore domestico. Paragonare le serate solitarie a un tappeto significa attribuire loro una bellezza composta, una dignità silenziosa.
In questa immagine si avverte anche il legame profondo di Hikmet con la sua terra. L’Anatolia non è solo un luogo geografico, ma un universo culturale fatto di tradizioni, di colori, di radici. L’amore personale si intreccia con l’appartenenza a una comunità, a una storia.
“Grazie a te”
La ripetizione finale di «grazie a te» chiude il componimento in modo circolare. È un ringraziamento che non ha bisogno di spiegazioni ulteriori. Tutto è stato detto attraverso le immagini: il melone, i frutti, il sole, il miele, il tappeto. La semplicità del linguaggio è la forza della poesia. Nazim Hikmet non ricorre a metafore oscure o complesse; usa elementi della vita quotidiana, trasformandoli in simboli universali.
Ciò che colpisce è la gioia senza retorica. Non c’è enfasi eccessiva, non c’è idealizzazione astratta. L’amore è corporeo, concreto, radicato nella materia. E proprio per questo appare autentico. La felicità non è descritta come uno stato permanente, ma come una trasformazione dello sguardo: i giorni, i frutti, le serate acquistano un senso nuovo.
In conclusione, questi versi di Nazim Hikmet celebrano l’amore come forza rigeneratrice. Attraverso immagini semplici e luminose, il poeta mostra come la presenza dell’altro possa cambiare la percezione del tempo, della solitudine, della speranza. È una poesia che unisce sensualità e gratitudine, radicamento culturale e apertura universale. E nel ritornello «grazie a te» risuona non solo il ringraziamento di un amante, ma la consapevolezza che la vita, quando è condivisa, può diventare dolce come il miele e luminosa come il sole.