I versi di Marina Cvetaeva sull’amore che ci trova

15 Gennaio 2026

Leggiamo questi versi di Marina Cvetaeva che sono tra gli ultimi inseriti nella raccolta di poesie "L'amore è arco teso" edita da Salani Editore.

I versi di Marina Cvetaeva sull'amore che ci trova

“E finalmente ho trovato / chi mi è necessario: / qualcuno ha bisogno di me / – come aria.” Con questi versi, tratti dalla raccolta “L’amore è arco teso”, Marina Cvetaeva (1892-1941), una delle più grandi poetesse del Novecento russo, esprime una delle intuizioni più profonde e inquietanti sull’amore: l’idea che il vero amore non sia tanto desiderio o passione, quanto necessità vitale reciproca. Questi versi condensano un’intera filosofia dell’amore che merita di essere esplorata in tutta la sua complessità, perché tocca qualcosa di essenziale e insieme di problematico nell’esperienza amorosa umana.

E finalmente ho trovato
chi mi è necessario:
qualcuno ha bisogno di me
– come aria.

Quanto più nero e mortale –
più necessario è il bisogno
dell’altro – di te. Di chi
non può fare a meno

di me – suo pane e respiro.
Occorro – a qualcuno:
accorro, rispondo
al primo richiamo.

Marina Cvetaeva: una vita di necessità e mancanza

Per comprendere la forza di questi versi, è utile conoscere qualcosa della vita di chi li ha scritti. Marina Cvetaeva visse un’esistenza segnata da perdite, privazioni, necessità materiali e affettive costanti. Attraversò la Rivoluzione russa, l’emigrazione, la povertà estrema, la fame (che portò alla morte di una delle sue figlie), relazioni amorose tormentate, l’incomprensione della critica, l’isolamento. Si suicidò nel 1941, dopo essere tornata in Unione Sovietica dove era stata accolta con ostilità.

La sua poesia è pervasa da un senso di urgenza, di fame esistenziale, di bisogno assoluto di amore, riconoscimento, connessione. Non è la poesia raffinata e distaccata di chi contempla l’amore da una posizione di sicurezza, ma la poesia viscerale di chi dell’amore ha fatto una questione di vita o di morte. E infatti, in questi versi, l’amore è letteralmente questione di sopravvivenza.

Il verso iniziale – “E finalmente ho trovato” – suggerisce che questa scoperta conclude una lunga ricerca. Il “finalmente” indica attesa, frustrazione precedente, forse disperazione. Quante volte Cvetaeva ha creduto di trovare ciò di cui aveva bisogno, salvo scoprire che non era quello? Quante volte ha amato senza essere amata con la stessa intensità? Quante volte ha offerto se stessa senza che questo dono fosse davvero compreso e accolto?

Ma ora, finalmente, qualcosa è cambiato. Ha trovato non semplicemente qualcuno da amare, ma “chi mi è necessario”. La scelta del termine “necessario” è cruciale: non dice “chi amo”, “chi desidero”, “chi mi attrae”, ma proprio “chi mi è necessario”. L’amore viene definito in termini di necessità, di bisogno vitale, non di scelta o preferenza.

La reciprocità come fondamento: qualcuno ha bisogno di me

Ma la scoperta vera non è solo aver trovato qualcuno di cui ha bisogno. La scoperta rivoluzionaria, quella che merita il “finalmente”, è la reciprocità: “qualcuno ha bisogno di me”. Ecco il nucleo del verso: non è sufficiente che io abbia bisogno di qualcuno; devo trovare qualcuno che abbia bisogno di me con la stessa intensità.

Questa reciprocità del bisogno è presentata come rara, preziosa, difficile da trovare. Quante relazioni sono squilibrate, con una persona che ama/desidera/ha bisogno più dell’altra? Quante volte offriamo amore a chi non ne ha davvero bisogno, o non con la stessa urgenza che abbiamo noi? Il dramma dell’amore non corrisposto non sta solo nel non essere amati, ma nel non essere necessari a qualcuno come quella persona è necessaria a noi.

La similitudine finale del primo movimento è folgorante: qualcuno ha bisogno di me “come aria”. Non come lusso, non come piacere, non come ornamento della vita, ma come l’aria che respiriamo. L’aria è la necessità più elementare, immediata, inderogabile. Possiamo vivere settimane senza cibo, giorni senza acqua, ma solo minuti senza aria. Privaci dell’aria e moriamo.

Ecco cosa significa, per Cvetaeva, l’amore autentico: essere aria per qualcuno, cioè essere quella presenza senza la quale l’altro semplicemente non può vivere. È un’immagine potente e insieme inquietante, perché dissolve completamente il confine tra amore e dipendenza, tra connessione profonda e bisogno patologico.

Più nero e mortale: l’intensità del bisogno

La seconda strofa introduce una nota ancora più oscura: “Quanto più nero e mortale – / più necessario è il bisogno”. Qui Cvetaeva sembra dire che è proprio nelle situazioni più disperate, più “nere”, più vicine alla morte, che il bisogno dell’altro diventa assoluto. Quando tutto crolla, quando la vita si fa impossibile, quando si tocca il fondo, allora il bisogno dell’altro diventa letteralmente questione di sopravvivenza.

C’è qualcosa di profondamente vero in questa intuizione: nei momenti di massima crisi esistenziale, l’amore (o il suo equivalente: la presenza di qualcuno che ci è necessario e a cui siamo necessari) può essere l’unica ancora che ci tiene in vita. La depressione, la disperazione, il senso di inutilità possono essere combattuti solo dalla certezza di essere indispensabili a qualcuno.

Ma c’è anche qualcosa di inquietante: Cvetaeva sembra suggerire che l’amore più intenso, più vero, più necessario sia quello nato dalla disperazione, dalla “nerezza”, dalla vicinanza alla morte. È una concezione tragica dell’amore, lontana da qualsiasi ideale romantico di gioia e pienezza.

“Di chi non può fare a meno”: l’impossibilità della separazione

Il verso “Di chi / non può fare a meno” radicalizza ulteriormente il concetto. Non è che sarebbe difficile fare a meno dell’altro, non è che sarebbe doloroso: è impossibile. “Non può” indica impossibilità assoluta, non difficoltà o sofferenza. È un’affermazione che cancella qualsiasi autonomia, qualsiasi possibilità di esistere separati.

Questa idea dell’amore come fusione totale, come impossibilità di esistere separatamente, ha una lunga tradizione nella letteratura e nel mito (il mito degli androgini nel “Simposio” di Platone, per esempio). Ma Cvetaeva la esprime con una radicalità particolare, senza mediazioni romantiche o mitologiche: semplicemente, l’altro non può fare a meno di me.

“Di me – suo pane e respiro”: di nuovo, l’amore viene definito attraverso le necessità biologiche più elementari. Dopo l’aria, il pane e il respiro. Il pane è il nutrimento di base, il minimo per sostenersi; il respiro è l’atto vitale per eccellenza, quello che non può essere interrotto.

Essere “pane e respiro” per qualcuno significa essere incorporato nella sua vita allo stesso livello delle funzioni fisiologiche fondamentali. Non si è un’aggiunta, un supplemento, un arricchimento della vita altrui: si è parte integrante della sua possibilità stessa di vivere.

Occorro, accorro, rispondo: la prontezza totale

L’ultima strofa introduce una dimensione attiva: “Occorro – a qualcuno: / accorro, rispondo / al primo richiamo.” Qui Cvetaeva passa dal constatare il bisogno reciproco all’agire su di esso. Il gioco di parole tra “occorro” (sono necessaria) e “accorro” (corro in aiuto) crea una continuità tra essere e fare, tra essenza e azione.

“Al primo richiamo”: non c’è esitazione, non c’è valutazione, non c’è attesa. La risposta è immediata, istintiva, assoluta. È come se l’esistere per l’altro e il rispondere all’altro fossero la stessa cosa. Non c’è uno spazio di deliberazione tra il richiamo e la risposta: sono automaticamente, immediatamente disponibile.

Questa prontezza totale può essere letta come espressione di amore generoso e incondizionato, ma anche come annullamento di sé, come perdita di qualsiasi autonomia decisionale. “Al primo richiamo” suggerisce una sorta di automatismo, quasi un riflesso condizionato: l’altro chiama e io rispondo, senza mediazione del pensiero o della volontà.

Leggendo questi versi, è difficile non provare insieme ammirazione per la loro intensità poetica e disagio per la concezione dell’amore che esprimono. Cvetaeva descrive un amore che è dipendenza totale reciproca, fusione che annulla i confini individuali, bisogno che non lascia spazio all’autonomia.

La psicologia contemporanea definirebbe probabilmente questo tipo di relazione come “codipendente” o “simbiotica”, riconoscendovi elementi patologici. L’idea che si possa essere “aria” o “respiro” per qualcuno, che l’altro non possa letteralmente vivere senza di noi, è insieme romantica e terrificante. Implica una responsabilità schiacciante: se sono il respiro dell’altro, cosa succede se me ne vado? Se vengo meno, l’altro muore?

Eppure, al di là delle riserve psicologiche, questi versi toccano qualcosa di vero e profondo nell’esperienza amorosa. Chi non ha mai sperimentato, almeno in qualche momento, il desiderio di essere davvero indispensabile a qualcuno? Di non essere semplicemente amato o desiderato, ma di essere necessario come l’aria? Di sapere che la propria presenza o assenza fa la differenza tra la vita e la morte (simbolica o letterale) dell’altro?

E chi non ha mai sperimentato il sollievo, la gioia quasi disperata di aver finalmente trovato qualcuno che ci è necessario e a cui siamo necessari? La reciprocità della necessità, anche se problematica, anche se pericolosa, può dare un senso di appartenenza, di collocazione nel mondo, di scopo esistenziale che poche altre cose possono dare.

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