Questa affermazione di Luigi Capuana (1839-1915), tratta dal suo romanzo “Il marchese di Roccaverdina” (1901), esprime con brutale chiarezza una visione materialista dell’esistenza che si pone in radicale contrapposizione con la tradizione religiosa cristiana. In poche parole, Capuana condensa un’intera filosofia della vita e della morte che merita di essere esplorata nelle sue implicazioni esistenziali, culturali e letterarie.
“Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo e viviamo. Dopo, si diventa un pugno di cenere e tutto è finito.”
Luigi Capuana e il verismo siciliano
Per comprendere appieno il significato di questa citazione, è necessario collocarla nel contesto dell’opera e della poetica di Capuana. Scrittore siciliano, teorico e praticante del verismo, Capuana fu una figura centrale della letteratura italiana di fine Ottocento. Amico e sodale di Giovanni Verga, condivise con lui l’ambizione di applicare alla letteratura i principi del positivismo e del naturalismo francese: descrivere la realtà in modo oggettivo, scientifico, senza interferenze moralistiche o idealizzazioni romantiche.
“Il marchese di Roccaverdina” è considerato uno dei capolavori del verismo maturo, un romanzo che esplora le ossessioni, i sensi di colpa, le tensioni psicologiche di un aristocratico siciliano che ha commesso un omicidio. È un’opera cupa, dove la dimensione tragica dell’esistenza emerge con forza, senza consolazioni religiose o morali.
La negazione dell’aldilà: materialismo radicale
L’affermazione di Capuana è innanzitutto una negazione netta di qualsiasi dimensione ultraterrena. “Il paradiso è quaggiù” significa che non esiste un paradiso dopo la morte, nell’aldilà promesso dalla religione cristiana. L’unico paradiso possibile è quello terrestre, corporeo, materiale: quello che possiamo sperimentare “mentre respiriamo e viviamo”.
Questa è una posizione di materialismo filosofico radicale: l’esistenza si esaurisce nella vita biologica, nella dimensione fisica del respirare e vivere. Non c’è anima immortale, non c’è vita eterna, non c’è giudizio divino, non c’è paradiso o inferno dopo la morte. C’è solo questo: il tempo limitato della nostra esistenza corporea.
La seconda parte dell’affermazione lo chiarisce senza possibilità di equivoci: “Dopo, si diventa un pugno di cenere e tutto è finito.” Non c’è sopravvivenza in alcuna forma. Il corpo si decompone, si riduce a cenere (o, più precisamente, a polvere, terra, materia inorganica), e con esso finisce tutto: la coscienza, la memoria, l’identità personale. È “tutto finito”, senza residui, senza continuazione in altre forme.
Il contrasto con la tradizione cristiana
Per apprezzare la radicalità di questa posizione, basta confrontarla con la visione cristiana tradizionale, che aveva dominato la cultura italiana e europea per secoli. Secondo la dottrina cristiana, la vita terrena è solo un passaggio temporaneo, una prova, una preparazione alla vita vera ed eterna che inizia dopo la morte. Il vero paradiso non è sulla terra ma in cielo, nella contemplazione beatifica di Dio. La vita terrena, segnata dal peccato originale e dalla sofferenza, è una “valle di lacrime” da attraversare con fede e speranza.
Capuana rovescia completamente questa prospettiva. Non solo nega l’esistenza del paradiso celeste, ma afferma che il paradiso – se di paradiso si può parlare – è proprio qui, nella vita materiale, corporea, finita che viviamo. È un capovolgimento totale dei valori: ciò che la tradizione cristiana considera effimero e transitorio (la vita terrena) diventa l’unica realtà; ciò che considera eterno e supremo (la vita ultraterrena) viene negato come illusione.
L’eredità illuminista e positivista
Questa visione di Capuana si inscrive in una tradizione di pensiero che attraversa l’Illuminismo e il positivismo ottocentesco. Gli illuministi avevano già criticato la religione come superstizione e avevano rivalutato la vita terrena contro le promesse ultraterrene. Il positivismo scientifico dell’Ottocento aveva poi rafforzato questa prospettiva materialista, spiegando l’uomo come prodotto dell’evoluzione biologica e la coscienza come epifenomeno dell’attività cerebrale.
Pensatori come Feuerbach, Marx, Darwin, Spencer avevano contribuito a dissolvere l’immagine tradizionale dell’uomo come creatura divina dotata di anima immortale, sostituendola con quella di un organismo biologico sottoposto alle leggi della natura. Capuana, immerso in questo clima culturale, ne fa propria la filosofia di base.
Le implicazioni esistenziali: carpe diem o nichilismo?
Ma quali sono le conseguenze esistenziali di questa visione? Se il paradiso è solo quaggiù e dopo la morte tutto finisce, come dovremmo vivere? L’affermazione di Capuana può essere letta in modi diversi:
Interpretazione epicurea/edonistica: se questa vita è tutto ciò che abbiamo, dobbiamo godercela, coglierne ogni momento, realizzare i nostri desideri e aspirazioni finché possiamo. È una versione del “carpe diem” oraziano: cogli l’attimo perché il tempo è breve e dopo non c’è nulla. Il paradiso quaggiù va creato e vissuto intensamente.
Interpretazione tragica/nichilista: se tutto finisce con la morte, se diventiamo solo cenere, allora in fondo nulla ha senso ultimo. Le nostre fatiche, i nostri amori, i nostri successi e fallimenti sono ugualmente destinati all’oblio totale. Questa consapevolezza può generare angoscia, senso di vuoto, nichilismo.
Interpretazione stoica/lucida: accettare serenamente la finitudine, vivere con dignità e autenticità sapendo che la morte è il termine naturale dell’esistenza, senza illudersi con false speranze di immortalità. È una forma di saggezza disincantata che guarda in faccia la realtà senza bisogno di consolazioni trascendenti.
Il contesto narrativo: una visione disperata
Nel contesto del romanzo “Il marchese di Roccaverdina”, questa affermazione assume toni particolarmente cupi. Il protagonista è un uomo tormentato dal rimorso per un delitto commesso, ossessionato dalla colpa, incapace di trovare pace. In un universo senza Dio, senza possibilità di redenzione ultraterrena, senza perdono divino, la colpa diventa un peso insopportabile che non può essere scaricato.
Se il paradiso è solo quaggiù e il protagonista ha già rovinato il proprio paradiso terrestre con le sue azioni, non gli resta alcuna speranza di riscatto futuro. L’inferno non è dopo la morte, ma è qui e ora, nella coscienza tormentata. E la morte non porterà né punizione divina né possibilità di espiazione, ma solo l’annullamento totale.
La morte come annichilimento totale
L’immagine finale – “si diventa un pugno di cenere e tutto è finito” – è di una brutalità quasi insostenibile. Capuana non addolcisce la pillola con metafore poetiche o consolazioni filosofiche. Usa l’immagine concreta, fisica, materiale della cenere: il residuo inerte della combustione, polvere senza vita, materia morta.
“Tutto è finito” ha la perentorietà di una sentenza definitiva. Non dice “tutto cambia” o “tutto si trasforma” (che potrebbe lasciare spazio a qualche forma di continuità o di ciclo naturale), ma proprio “è finito”, punto. Fine della storia, fine della coscienza, fine di tutto.
Questa visione della morte come annichilimento totale è forse la più difficile da accettare per la psiche umana, che tende istintivamente a cercare forme di continuità, di sopravvivenza, anche solo nella memoria degli altri o nelle opere che lasciamo. Ma Capuana sembra negare anche questo: non c’è eredità spirituale, non c’è immortalità attraverso il ricordo. C’è solo la cenere.
In un paese come l’Italia di fine Ottocento, ancora profondamente cattolico nonostante le spinte laiciste post-unitarie, un’affermazione del genere rappresentava una provocazione culturale notevole. Negare pubblicamente, attraverso un personaggio letterario, l’esistenza dell’aldilà e dell’anima immortale significava sfidare uno dei pilastri della visione del mondo dominante.
Certo, Capuana mette queste parole in bocca a un personaggio (non le afferma necessariamente in prima persona come autore), ma è evidente che il romanzo nel suo complesso trasmette una visione materialista e disincantata dell’esistenza, priva di qualsiasi prospettiva religiosa o metafisica consolatoria.
A oltre un secolo di distanza, la questione posta da Capuana resta attualissima. Nelle società occidentali contemporanee, sempre più secolarizzate, sempre più persone vivono di fatto secondo una prospettiva materialista simile a quella di Capuana, anche se spesso in modo implicito e non dichiarato. La credenza in un aldilà personale si è indebolita, e molti vivono “come se” questa vita fosse tutto ciò che abbiamo.
Ma resta aperto l’interrogativo esistenziale: se davvero il paradiso è solo quaggiù e dopo tutto finisce, come trovare significato e scopo? Come affrontare la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore, sapendo che non ci sarà alcun risarcimento ultraterreno? Come vivere autenticamente in questa prospettiva senza cadere nel nichilismo o nell’edonismo più superficiale?
La citazione di Luigi Capuana ci consegna una visione dell’esistenza dura, disincantata, priva di illusioni consolatorie. Non c’è paradiso dopo la morte, non c’è anima immortale, non c’è aldilà. C’è solo questa vita, questa esistenza corporea e finita, e poi la dissoluzione totale nella cenere.
È una visione che può apparire deprimente o liberatoria, a seconda della prospettiva. Deprimente perché toglie ogni speranza di continuazione, ogni possibilità di dare un senso ultimo all’esistenza attraverso la dimensione trascendente. Liberatoria perché ci obbliga a prendere sul serio questa vita, a non posticiparla in attesa di una vita migliore dopo la morte, a cercare il nostro paradiso qui e ora, “mentre respiriamo e viviamo”.
In ogni caso, è una visione che non possiamo ignorare o liquidare facilmente. Capuana ci obbliga a confrontarci con la possibilità – per molti la certezza – che questa vita sia davvero tutto ciò che abbiamo, e che il modo in cui scegliamo di viverla non sia preparazione a qualcos’altro, ma sia esso stesso l’unico paradiso o inferno che sperimenteremo mai.
