Una frase di Leonardo Sciascia sulle idee e i loro rischi

Leggiamo questa citazione tratta dal diario “Nero su nero”, di Leonardo Sciascia, in cui lo scrittore mette in guardia sulle idee morte e i fanatismi.

Una frase di Leonardo Sciascia sulle idee e i loro rischi

Nel suo libro Nero su nero, Leonardo Sciascia annota una frase che, nella sua apparente semplicità, contiene una riflessione durissima e lucida sul rapporto tra idee, potere e fanatismo. In queste parole si riconosce tutta la cifra di Leonardo Sciascia: la capacità di incidere con precisione chirurgica nei meccanismi mentali e sociali che trasformano il pensiero in ideologia e l’ideologia in dogma.

«Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte»

Leonardo Sciascia e la lucidità civile che oggi manca

Che cos’è un’idea “morta”? E perché sarebbe proprio quella a generare fanatismo? L’espressione suggerisce, innanzitutto, una distinzione tra pensiero vivo e pensiero irrigidito. Un’idea viva è un’idea che si muove, che si mette in discussione, che accetta il confronto e il dubbio. È un’idea che cresce nel dialogo, che si modifica alla luce dell’esperienza, che non teme la critica. Un’idea morta, invece, è un’idea fossilizzata, cristallizzata in una formula, svuotata della sua tensione originaria e ridotta a slogan.

Sciascia, da scrittore profondamente legato all’Illuminismo, diffida delle certezze assolute e dei sistemi chiusi. Per lui la verità è un percorso, non un possesso. Quando un’idea smette di interrogarsi e diventa dogma, perde la sua vitalità. Non è più strumento di conoscenza, ma strumento di potere. E proprio in questa trasformazione nasce il fanatismo.

Il fanatico non ama l’idea in quanto ricerca, ma in quanto bandiera. Non è interessato alla complessità, ma alla semplificazione. L’idea morta, essendo immobile e rigida, offre sicurezza: non cambia, non vacilla, non si presta a dubbi. È rassicurante proprio perché non vive più. La vitalità implica rischio, incertezza, possibilità di errore. La morte, invece, implica stabilità. E chi teme il pensiero critico preferisce la stabilità alla verità.

La seconda parte della citazione è ancora più tagliente: «Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte». L’immagine è volutamente crudele. I corvi sono animali che si nutrono di carcasse; allo stesso modo, gli “stupidi” — termine che in Sciascia non indica solo mancanza di intelligenza, ma anche chiusura mentale — sono attratti dalle idee già morte, perché non richiedono sforzo interpretativo. Un’idea viva esige partecipazione, discernimento, spirito critico. Un’idea morta può essere ripetuta meccanicamente.

Leonardo Sciascia scrive queste parole in un contesto storico segnato da forti tensioni ideologiche. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie totalizzanti, dei sistemi che pretendevano di spiegare tutto e di organizzare la società secondo principi assoluti. In quel clima, il confine tra convinzione e fanatismo si è spesso assottigliato fino a scomparire. L’idea, trasformata in dogma, ha prodotto persecuzioni, censura, violenza.

Ciò che rende la riflessione di Leonardo Sciascia ancora attuale è il fatto che il meccanismo non appartiene soltanto ai grandi sistemi politici. Ogni volta che un pensiero viene sottratto al confronto e trasformato in verità indiscutibile, si compie lo stesso processo di “morte”. L’idea smette di essere dinamica e diventa oggetto di culto. E il culto, per sua natura, non tollera obiezioni.

Il fanatismo nasce dunque non dall’eccesso di pensiero, ma dalla sua assenza. È l’effetto di una riduzione, di una semplificazione estrema. L’idea viva, proprio perché è aperta, genera discussione, non fanatismo. Chi la condivide sa che può essere modificata, approfondita, perfino smentita. Chi abbraccia un’idea morta, invece, la difende come un feticcio.

C’è in questa citazione anche una riflessione sulla responsabilità individuale. Sciascia sembra suggerire che il fanatismo non è inevitabile: è il risultato di una scelta, quella di rinunciare al pensiero critico. L’“idea viva” è fragile, perché richiede impegno. L’idea morta è comoda, perché si può ripetere senza interrogarsi. In questo senso, la stupidità non è solo una condizione intellettuale, ma una forma di pigrizia morale.

L’immagine dei corvi introduce inoltre una dimensione sensoriale: “sentono solo le cose morte”. Non vedono la vitalità, non percepiscono il movimento. È come se la sensibilità stessa fosse atrofizzata. L’idea viva, con le sue sfumature, le sue ambiguità, sfugge a chi cerca solo certezze nette. Il fanatismo è sordo alla complessità.

Un altro aspetto interessante è che Sciascia non dice semplicemente che un’idea morta produce fanatismo, ma che solo quella morta lo produce. L’idea viva può generare passione, entusiasmo, impegno, ma non fanatismo. La differenza sta nella relazione con il dubbio. Dove il dubbio è ammesso, il fanatismo non attecchisce. Dove il dubbio è bandito, l’idea si irrigidisce e si spegne, pur continuando a essere proclamata con forza.

La citazione, oggi

Questa riflessione si collega al tema, caro a Sciascia, della verità come ricerca incessante. Nei suoi romanzi e saggi, lo scrittore siciliano mette spesso in scena personaggi che indagano, che cercano di capire, che si scontrano con sistemi opachi e chiusi. La verità non è mai un possesso definitivo, ma un processo. E proprio per questo è viva.

In conclusione, la citazione di Nero su nero non è solo una provocazione polemica, ma un monito. Ci invita a vigilare sulle idee che professiamo, a chiederci se siano ancora vive o se siano diventate formule ripetute senza pensiero. Ci ricorda che il fanatismo non nasce dall’intensità del pensiero, ma dalla sua cristallizzazione. E ci ammonisce sul rischio di trasformare il pensiero in carcassa, pronta a essere difesa con cieca ostinazione.

Leonardo Sciascia, con la sua lucidità disincantata, ci propone una lezione ancora attuale: mantenere vive le idee significa accettare il dubbio, il confronto, la possibilità di cambiare. Solo così il pensiero resta fecondo. Quando invece si smette di interrogarsi, l’idea muore — e, paradossalmente, proprio allora inizia a produrre fanatismo.