Questa citazione di Gigi Proietti (1940-2020), uno dei più grandi artisti del teatro e della televisione italiana, racchiude una filosofia di vita profonda espressa con quella semplicità e immediatezza tipicamente romanesche che caratterizzava il suo linguaggio. Dietro l’apparente leggerezza di queste parole si nasconde una riflessione seria sul valore dell’umorismo come indicatore di umanità, intelligenza e onestà.
“Potrei esserti amico in un minuto, ma se nun sai ride mi allontano. Chi non sa ride, mi insospettisce.”
Gigi Proietti: l’uomo che ha fatto ridere l’Italia
Per comprendere appieno il significato di questa citazione, è necessario collocarla nel contesto della vita e della carriera di chi l’ha pronunciata. Gigi Proietti è stato molto più di un attore comico: è stato un intellettuale popolare, un maestro di teatro, un divulgatore della cultura romana e italiana. La sua comicità non era mai gratuita o superficiale, ma sempre intelligente, colta, profondamente umana.
Proietti credeva profondamente nel potere liberatorio e umanizzante della risata. Per lui, far ridere non era semplicemente intrattenere, ma creare un momento di comunione umana, abbattere barriere, rivelare verità scomode attraverso il paradosso e l’ironia. Il suo teatro, dai monologhi ai musical, era sempre pervaso da questa filosofia: ridere per capire, ridere per resistere, ridere per restare umani.
Al centro della citazione c’è un’affermazione radicale: la capacità o incapacità di ridere è un criterio fondamentale per valutare una persona. Proietti non dice che è importante far ridere gli altri (cosa che lui faceva magistralmente), ma che è importante saper ridere, essere capaci di quella esperienza umana fondamentale che è l’umorismo.
Questa affermazione implica che il riso non è semplicemente una reazione fisica a uno stimolo comico, ma un indicatore di qualità umane più profonde. Chi sa ridere dimostra:
Intelligenza: comprendere l’umorismo richiede capacità di cogliere incongruenze, paradossi, doppi sensi. L’umorismo è spesso un gioco intellettuale sofisticato.
Umiltà: ridere, specialmente di se stessi, richiede la capacità di non prendersi troppo sul serio, di riconoscere i propri limiti e le proprie contraddizioni.
Flessibilità mentale: l’umorismo spesso ribalta prospettive, sovverte gerarchie, mescola piani diversi. Chi sa ridere ha una mente elastica, capace di vedere le cose da angolazioni diverse.
Apertura emotiva: la risata è un momento di abbandono, di vulnerabilità. Chi riesce a lasciarsi andare alla risata mostra una certa disponibilità emotiva.
Equilibrio psicologico: la capacità di trovare leggerezza anche nelle situazioni difficili è segno di resilienza psicologica.
Il sospetto verso chi non sa ridere
La seconda parte della citazione è ancora più interessante: “Chi non sa ride, mi insospettisce.” Proietti non dice semplicemente che gli dispiace, o che lo annoia, ma che lo “insospettisce”. Questa scelta lessicale è significativa: suggerisce che l’incapacità di ridere sia un campanello d’allarme, un segnale di qualcosa che non va.
Di cosa ci dovremmo insospettire in chi non sa ridere?
Rigidità ideologica: i fanatici, gli ideologi inflessibili, i dogmatici raramente sanno ridere, specialmente di se stessi o delle proprie convinzioni. L’assenza di umorismo è spesso associata a visioni del mondo totalizzanti e intolleranti.
Mancanza di autenticità: chi costruisce accuratamente un’immagine di sé rigida e perfetta non può permettersi di ridere, perché la risata rivelerebbe contraddizioni e debolezze. L’umorismo è pericoloso per chi vive di apparenze.
Controllo eccessivo: chi non riesce ad abbandonarsi alla risata può avere problemi con la perdita di controllo. La risata è un momento di spontaneità che sfugge alla volontà razionale.
Mancanza di empatia: l’umorismo, specialmente quello più sofisticato, richiede la capacità di comprendere prospettive diverse, di mettersi nei panni altrui. Chi non ha questa capacità empatica difficilmente apprezza l’umorismo.
Presunzione: chi si prende troppo sul serio, chi si ritiene superiore, chi guarda il mondo dall’alto in basso raramente sa ridere genuinamente.
Il dialetto romanesco e l’autenticità
È significativo che Proietti abbia scelto di esprimere questo concetto in dialetto romanesco: “se nun sai ride” invece di “se non sai ridere”. Questa scelta linguistica non è casuale. Il romanesco di Proietti non era folclore o macchietta, ma espressione di un’identità culturale e di una visione del mondo.
La cultura popolare romana, con il suo scetticismo bonario, la sua capacità di ridere delle autorità e di se stessa, il suo rifiuto della retorica pomposa, è profondamente intrisa di spirito umoristico. Usare il romanesco per esprimere questo concetto significa ancorarlo a una tradizione culturale specifica, quella della “romanità” che fa dell’ironia e dell’autoironia valori fondamentali.
La citazione presenta una dinamica bipolare: da un lato, “potrei esserti amico in un minuto” – un’apertura immediata, generosa, quasi ingenua verso l’altro. Dall’altro, “mi allontano” – una chiusura altrettanto rapida se manca il requisito fondamentale.
Questa polarità riflette una visione delle relazioni umane basata su criteri essenziali piuttosto che superficiali. Proietti non dice che per diventare suoi amici servono credenziali, titoli, status sociale o bellezza. Dice che basta un minuto, ma quel minuto deve rivelare una qualità fondamentale: la capacità di ridere.
Questa è una forma di democrazia umana: chiunque può essere amico, indipendentemente dalle differenze sociali, culturali o economiche, purché condivida questo elemento essenziale. Ma è anche una forma di aristocrazia spirituale: non tutti ce la fanno, perché non tutti hanno questa qualità.
L’umorismo come resistenza
C’è anche una dimensione politica e sociale nell’affermazione di Proietti. Nella storia, i regimi totalitari e le ideologie oppressive hanno sempre avuto un rapporto problematico con l’umorismo. La satira, la parodia, l’ironia sono state spesso censurate perché rappresentano una forma di resistenza, un modo di dire “non ci prendiamo completamente sul serio le vostre pretese di verità assoluta.”
Charlie Chaplin che prendeva in giro Hitler ne “Il grande dittatore”, i dissidenti sovietici che raccontavano barzellette sul regime, la satira politica che smaschera ipocrisia e corruzione: l’umorismo è stato storicamente uno strumento di libertà e dignità umana. Chi non sa ridere, specialmente di chi detiene il potere, è più facilmente manipolabile e controllabile.
Il ridere di sé: la forma più alta
Implicitamente, quando Proietti parla della capacità di ridere, include anche – forse soprattutto – la capacità di ridere di se stessi. L’autoironia è la forma più alta e difficile di umorismo, perché richiede una sicurezza interiore paradossale: devi essere abbastanza sicuro di te per poter ridere delle tue insicurezze.
Proietti stesso era maestro di autoironia. Nei suoi spettacoli non risparmiava se stesso, i suoi difetti fisici, i suoi limiti, le sue contraddizioni. Questa capacità di non prendersi troppo sul serio, pur essendo un artista serissimo e preparatissimo, era parte integrante della sua grandezza.
Chi si prende troppo sul serio diventa rigido, fragile, difensivo. Chi sa ridere di sé mantiene una flessibilità, una resilienza che lo protegge dalle inevitabili frustrazioni e delusioni della vita.
C’è un aspetto profondamente veritiero nella risata genuina. È difficile fingere una risata autentica: o ridi davvero o no. In questo senso, il riso è un momento di verità, un’esperienza che rivela qualcosa di autentico della persona.
Ecco forse perché Proietti diffidava di chi non sa ridere: il riso è uno di quei momenti in cui le maschere cadono, in cui l’essere umano si rivela per quello che è. Chi non può o non vuole ridere sta forse nascondendo qualcosa, sta mantenendo un controllo troppo rigido su se stesso, sta recitando una parte anche quando potrebbe essere semplicemente se stesso.
Il riso come ponte tra le persone
Infine, c’è una dimensione profondamente sociale nel riso. Ridere insieme crea legami, abbatte barriere, crea complicità. Una risata condivisa è un momento di comunione umana immediata, che precede e supera le differenze.
Per Proietti, artista che ha dedicato la vita a far ridere il pubblico, questa dimensione era centrale. L’amicizia di cui parla nella citazione è forse anche quella relazione speciale che si crea tra l’artista comico e il suo pubblico: un legame immediato, basato sulla complicità del riso condiviso.
La citazione di Gigi Proietti, nella sua apparente semplicità, contiene una vera e propria filosofia di vita. Non è un invito al cinismo o alla superficialità – Proietti era tutt’altro che superficiale. È piuttosto un riconoscimento del fatto che l’umorismo, la capacità di ridere, specialmente di se stessi, è uno degli indicatori più affidabili di salute mentale, onestà intellettuale, apertura emotiva e profondità umana.
In un’epoca che spesso si prende tremendamente sul serio, dove le discussioni pubbliche sono dominate da toni apocalittici, dove l’ironia viene confusa con il sarcasmo e l’umorismo con l’offesa, il monito di Proietti suona particolarmente attuale. Chi non sa ridere, chi si prende troppo sul serio, chi vede in ogni battuta un attacco o una minaccia, è forse davvero qualcuno di cui diffidare.
Come diceva lo stesso Proietti in un’altra occasione: “L’umorismo è la distanza più breve fra due persone.” E chi rifiuta di percorrere questa distanza, chi si nega questa forma di connessione umana immediata e autentica, forse ha qualcosa da nascondere o ha perso qualcosa di essenziale della propria umanità. Il riso, in definitiva, è una delle cose che ci rendono umani – e Gigi Proietti lo sapeva bene.
