Poche righe, eppure dentro quella frase Giacomo Leopardi comprime una diagnosi della civiltà che attraversa i secoli e arriva intatta fino a noi. Scritta nel vivo del laboratorio intellettuale più straordinario della letteratura italiana — lo Zibaldone di pensieri — questa sentenza sull’egoismo non è un aforisma da calendario, non è un’intuizione fulminante isolata dal contesto: è il nodo di una riflessione lunga e coerente sul rapporto tra individuo e società, tra desiderio e limite, tra felicità possibile e felicità negata.
«L’egoismo è sempre stata la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società.»
Leopardi aveva meno di trent’anni quando scrisse queste parole. Era già il poeta dei grandi idilli, già il filosofo del pessimismo cosmico, già il giovane di Recanati che aveva consumato la salute sui libri della biblioteca paterna. Ma nello Zibaldone non c’è solo il poeta malinconico che contempla la luna e piange il «vago, luminoso» dei ricordi: c’è un pensatore sistematico, un osservatore acuto della storia e della psicologia umana, capace di anticipare temi che solo nel Novecento troveranno una piena elaborazione teorica.
Lo Zibaldone: il cantiere segreto del pensiero leopardiano
Lo Zibaldone di pensieri è un’opera unica nella storia della letteratura mondiale: un diario intellettuale di oltre quattromila pagine, tenuto da Leopardi tra il 1817 e il 1832, che non fu mai pubblicato dall’autore né pensato per la pubblicazione. È un cantiere, un laboratorio, un deposito di frammenti in cui il poeta gettava osservazioni filosofiche, linguistiche, filologiche, storiche, psicologiche — spesso in forma di appunti rapidi, altre volte come veri e propri saggi brevi. Il risultato è un’opera senza forma fissa, eppure percorsa da fili tematici fortissimi che le danno una coerenza profonda.
Tra questi fili, uno dei più persistenti è quello che riguarda il rapporto tra individuo e collettività, tra amor proprio e benessere sociale. Leopardi è convinto che esista una tensione irriducibile tra la natura dell’individuo — portato per costituzione a cercare la propria soddisfazione — e le esigenze della convivenza, che richiedono invece la capacità di uscire da sé, di riconoscere l’altro, di limitare il proprio desiderio in nome di qualcosa di più grande. Quando questa tensione si risolve a favore del solo individuo, quando l’amor proprio diventa egoismo — ovvero chiusura sistematica e cinica verso l’altro — la società si ammala.
La parola peste non è scelta a caso. È una metafora medica, biologica, che trasforma la critica morale in diagnosi clinica. La peste non è un difetto estetico, non è una mancanza di eleganza o di buone maniere: è una malattia letale, contagiosa, che si propaga silenziosamente e devasta chi la ospita. Usare questo termine significa dire che l’egoismo non è semplicemente brutto o sgradevole: è strutturalmente distruttivo, incompatibile con la vita associata così come il bacillo della peste è incompatibile con la salute del corpo.
Egoismo e civiltà: la visione storica di Leopardi
La seconda parte della citazione è altrettanto densa: «quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società». Leopardi non si limita a condannare l’egoismo in astratto — stabilisce una proporzionalità diretta tra la sua intensità e il grado di deterioramento sociale. È un’affermazione di carattere storico e quasi quantitativo: più egoismo, più miseria collettiva. Meno egoismo, migliore convivenza.
Questa proporzionalità chiama in causa la visione leopardiana della storia. Leopardi crede — in polemica aperta con il progressismo illuministico e con l’ottimismo romantico — che la modernità non abbia portato progresso morale, ma regressione. Le società antiche, greche e romane in particolare, avevano secondo lui un senso della collettività, un’etica del sacrificio per la patria, una capacità di subordinare il particulare al bene comune che si è progressivamente erosa con l’avanzare della civiltà moderna. Il Cristianesimo, l’individualismo borghese, la dissoluzione dei legami comunitari: tutti fattori che, nella prospettiva leopardiana, hanno alimentato l’egoismo a spese della solidarietà.
C’è in questo un paradosso che Leopardi coglie lucidamente: la civiltà — intesa come progresso materiale, intellettuale, tecnologico — non produce necessariamente un miglioramento della condizione umana. Può produrre invece un raffinamento dell’egoismo, una sua forma più sofisticata e dunque più difficile da riconoscere e combattere. Il barbaro che deruba è almeno visibile; il civilizzato che sfrutta attraverso i meccanismi del mercato, della legge, del contratto si rende invisibile — eppure il danno sociale è lo stesso, forse maggiore.
La solidarietà come antidoto: il «social catena»
Se l’egoismo è la malattia, qual è la cura? Leopardi la elabora soprattutto nella poesia, e in particolare in quella che è considerata la sua ultima grande canzone: La ginestra, o il fiore del deserto, scritta nel 1836, pochi mesi prima della morte. Qui il poeta immagina gli uomini come creature fragili sulle pendici di un vulcano indifferente — il Vesuvio — e formula la sua proposta etica: anziché combattersi l’un l’altro, illudersi di essere al centro dell’universo, coltivare la vanità dell’orgoglio individuale, gli uomini dovrebbero riconoscere la comune condizione di fragilità e stringersi in quello che Leopardi chiama il «social catena» — il legame sociale fondato sulla consapevolezza condivisa della propria debolezza.
Non si tratta di ottimismo: Leopardi non crede che la solidarietà possa redimere l’umanità, non crede in un progresso verso la felicità collettiva. Ma crede che la lucidità sul male sia già una forma di dignità, e che la scelta di non aggravare il male comune attraverso l’egoismo sia un atto razionale e persino eroico. La solidarietà non nasce dall’amore, non nasce dall’ottimismo: nasce dalla consapevolezza della miseria condivisa. È un’etica laica, spogliata di ogni illusione, che trova nel riconoscimento del limite la sua unica fondazione possibile.
Questo rende Giacomo Leopardi profondamente moderno. La sua critica dell’egoismo non passa attraverso l’appello alla bontà naturale dell’uomo (come in Rousseau), né attraverso la speranza nel progresso storico (come nei positivisti), né attraverso la trascendenza religiosa. Passa attraverso la ragione applicata alla condizione umana: se siamo tutti fragili, se siamo tutti esposti allo stesso vuoto, allora l’egoismo è non solo immorale ma anche irrazionale — è una forma di cecità nei confronti della realtà.
Egoismo e politica: da Leopardi ai nostri giorni
La diagnosi leopardiana acquista una risonanza straordinaria quando la si porta nel mondo contemporaneo. Il Novecento ha visto l’egoismo organizzarsi in sistemi: i totalitarismi, che hanno sacrificato l’individuo allo Stato, ma anche i neoliberismi, che hanno elevato l’interesse individuale a principio regolatore della società. In entrambi i casi — benché in forme opposte — il legame sociale si è assottigliato, la capacità di riconoscere l’altro come portatore di interessi legittimi si è ridotta.
Nel dibattito politico contemporaneo, l’egoismo si presenta spesso travestito da virtù: si chiama «meritocrazia» quando giustifica la disuguaglianza, «sovranismo» quando legittima la chiusura verso l’altro, «individualismo» quando celebra la de-solidarizzazione come espressione di libertà. Giacomo Leopardi ci aiuta a smascherare questi travestimenti: non con un’ideologia alternativa, ma con la semplicità di una proporzionalità empirica — più egoismo, peggiore condizione della società. È un’equazione che non chiede fede in nessun sistema: chiede solo di guardare i dati.
Le grandi crisi del nostro tempo — il cambiamento climatico, le pandemie, le migrazioni, le disuguaglianze globali — sono tutte, in misura diversa, crisi della cooperazione. Sono problemi che nessuno Stato, nessuna impresa, nessun individuo può affrontare da solo, ma che richiedono la capacità di riconoscere interessi comuni al di là dei confini nazionali, dei gruppi di appartenenza, delle generazioni. In questo senso, l’egoismo — individuale, nazionale, generazionale — non è solo un vizio morale: è un problema strutturale di sopravvivenza collettiva. Leopardi, dal suo studio di Recanati, lo aveva intuito con due secoli di anticipo.
Il pensiero nello Zibaldone e la sua forma
Vale la pena soffermarsi anche sulla forma di questa riflessione. Nello Zibaldone, Leopardi non argomenta per sillogismi né per sistemi: pensa per lampi, per connessioni improvvise, per analogie fertili. La sentenza sull’egoismo ha la brevità e la perentorietà di un’intuizione che non ha bisogno di dimostrazione perché la dimostrazione è implicita nell’immagine stessa — la peste — che porta con sé.
Questo stile di pensiero è esso stesso una forma di resistenza all’egoismo intellettuale: il pensiero che si chiude in sistema, che costruisce muri di tecnicismo per impedire all’altro di entrare, è anch’esso una forma di egoismo. Lo Zibaldone è invece un pensiero aperto, poroso, che lascia tracce invece di costruire fortezze. È una conversazione con i posteri che Leopardi non ha mai smesso di tenere, anche quando non si aspettava che qualcuno avrebbe risposto.
«L’egoismo è sempre stata la peste della società»: il tempo verbale scelto da Giacomo Leopardi è significativo. Non «è», non «è stato»: «è sempre stata». Una durata che abbraccia tutta la storia umana. Una malattia endemica, non episodica. Non un’anomalia del presente, ma una costante antropologica che ogni civiltà ha dovuto affrontare e che nessuna ha definitivamente sconfitto.
Questa consapevolezza non produce rassegnazione, almeno non in Giacomo Leopardi. Produce invece quella che si potrebbe chiamare una vigilanza etica: la necessità di riconoscere l’egoismo — in sé, negli altri, nelle strutture sociali — come il primo atto per limitarne i danni. Non si può curare una malattia che si rifiuta di vedere. E Leopardi, con la sua prosa diretta e spietata, ci restituisce la capacità di vedere.
In un’epoca in cui i social media amplificano la voce dell’individuo e attenuano quella della comunità, in cui gli algoritmi ci costruiscono intorno bolle di conferma che replicano e rafforzano i nostri pregiudizi, in cui la velocità dell’informazione rende sempre più difficile la riflessione e il riconoscimento dell’altro — in quest’epoca, forse, la diagnosi di Leopardi è più necessaria che mai. Non per disperare, ma per capire. E capire, come insegna lo Zibaldone pagina dopo pagina, è sempre il primo passo verso qualcosa di meglio.
