Una frase di Umberto Eco sull’importanza di andare oltre le parole

Come possiamo capire una persona andando oltre le sue parole? Ce lo spiega Umberto Eco in questa frase tratta da “Il nome della rosa”, il suo primo romanzo pubblicato da Bompiani nel 1980

Una frase di Umberto Eco sull'importanza di andare oltre le parole

Per capire veramente una persona, spesso occorre andare oltre le parole che ci vengono dette e “ascoltare” qualcos’altro appartenente al linguaggio non verbale. E’ questo il segreto per comprendere la vera essenza dell’animo umano secondo Umberto Eco; un concetto ben sintetizzato in questa frase tratta dal libro “Il nome della rosa“.

“Lascia parlare il tuo cuore, interroga i volti, non ascoltare le lingue”

Attenzione e ascolto profondo

La frase di Umberto Eco è un invito a indagare la realtà e le relazioni in cui siamo coinvolti, senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza delle parole, a volte ambigue a volte confuse. Dialogare con chi ci sta accanto necessita di presenza e attenzione, di ascolto profondo, di osservazione sincera.

Non basta sentire le parole: occorre ascoltare non solo le frasi che ci vengono dette, ma osservare anche il linguaggio del corpo, il volto del nostro interlocutore: spesso uno sguardo particolare, un sorriso rassicurante, un espressione facciale particolare possono comunicare molto di più rispetto ad una semplice frase.

Per poter davvero capire il messaggio che qualcuno ci sta inviando e per poter dire davvero ciò che vogliamo dire è necessario mettersi in contatto con i propri sentimenti più profondi, abbandonare qualsiasi preconcetto e affidarsi al qui e ora, ad una partecipazione attiva nell’ascolto di sé e degli altri.

Solo così saremo in grado di vedere ciò che sta accadendo e di liberarci di tutte le sovrastrutture che deformano il nostro sguardo e in generale la nostra percezione dell’altro.

Il limite della lingua e l’inganno della parola

Umberto Eco, da massimo esperto di semiotica, sapeva bene che il linguaggio è un sistema di segni convenzionali. Le lingue sono strutture costruite, codificate, e proprio per questo possono essere manipolate. Possiamo mentire con le parole, possiamo costruire castelli di retorica per distorcere la realtà. La “lingua”, in questo contesto, rappresenta la comunicazione mediata, quella che passa attraverso il filtro della ragione e, spesso, della convenienza sociale.

Quando Eco suggerisce di non ascoltare le lingue, ci mette in guardia contro la facciata. Le parole possono essere studiate a tavolino, ma l’emozione che accompagna un pensiero è molto più difficile da camuffare. Il linguaggio verbale è discreto, fatto di unità separate; il sentimento è invece un flusso continuo che spesso la parola tradisce o riduce drasticamente.

Interrogare i volti: la semiotica dell’anima

Interrogare un volto significa praticare quella che potremmo definire una “lettura fenomenologica” dell’altro. Il volto umano è la mappa più dettagliata dei nostri vissuti. Un micro-movimento delle labbra, la dilatazione di una pupilla, l’incresparsi della fronte: sono segni che sfuggono al controllo della volontà e che rivelano la verità del momento.

In questa visione, l’occhio deve interrogare. L’interrogazione presuppone un’attesa, una domanda aperta, una disponibilità a ricevere una risposta che potrebbe non essere quella sperata. Mentre la parola afferma, il volto “accade”. Guardare qualcuno negli occhi mentre parla significa cercare la conferma (o la smentita) di ciò che le orecchie stanno udendo. È in questo scarto, in questa frizione tra il detto e il mostrato, che emerge l’autenticità dell’incontro umano.

Il cuore come organo di percezione

L’invito a lasciare parlare il cuore non va inteso come un abbandono al sentimentalismo ingenuo. Nella tradizione filosofica che Eco ben conosceva, il “cuore” è spesso sede di un’intelligenza intuitiva che precede quella logica. È la capacità di sintonizzarsi sulla frequenza emotiva dell’interlocutore.

Sviluppare questa capacità significa praticare l’empatia radicale. Oggi in cui regna la comunicazione digitale, dove i volti sono sostituiti da avatar e il cuore è mediato da un “like”, recuperare la dimensione fisica e viscerale del dialogo è un atto rivoluzionario. Andare oltre le parole significa sentire la tensione dell’altro, intercettare la sua paura o la sua gioia prima ancora che queste vengano trasformate in sostantivi e verbi.

Solo così si può avere una comunicazione autentica, completa, comprendere gli altri dopo essere riusciti a comprendere se stessi. Le parole sono importanti, ma anche tutto ciò che avviene durante un dibattito tra una o più persone risulta fondamentale, e addirittura può contenere maggiori informazioni utili rispetto a quanto viene affermato a voce.

Il nome della rosa

La frase scelta è contenuta all’interno del primo romanzo di Umberto Eco: “Il nome della rosa” è un incrocio di diversi generi, tra i quali il giallo storico, il giallo a enigma, il romanzo storico e il romanzo filosofico. Ambientato nel 1327  in un monastero benedettino tra le montagne dell’Italia settentrionale, racconta le indagini di Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, e del suo allievo Adso da Melk sulla morte misteriosa del giovane confratello Adelmo.

Il romanzo contiene riferimenti storici, filosofici, investigazioni scientifiche e riferimenti letterari. Il nome della rosa è un concentrato di generi. Una forte simbologia caratterizza l’opera, a partire dal titolo, che rimanda a uno dei temi centrali: ogni cosa scompare, quel che resta è solo il nome, come la biblioteca e i libri di quel monastero, inghiottiti dal fuoco ma non dalla memoria.

Il “nome della rosa”, oltretutto, altro non sarebbe che il nome della ragazza con cui Adso intrattiene occasionalmente le sue notti; nel romanzo ella è infatti l’unico personaggio il cui nome viene taciuto. L’incontro amoroso rappresenta l’evento centrale della vita del giovane monaco e, non a caso, esso è situato esattamente al centro del racconto.