Questa citazione di Federico De Roberto (1861-1927), tratta da “Il colore del tempo” (1900), racchiude una visione della storia e della natura umana che risuona con straordinaria attualità a oltre un secolo di distanza. Scrittore siciliano spesso messo in ombra dai suoi contemporanei più celebri, De Roberto dimostra qui una lucidità filosofica che merita di essere riscoperta e meditata.
“Ma consoliamoci nel frattempo pensando che gli uomini sani continuano a credere e ad amare, semplicemente. E, a chi ben guardi, il secolo decimonono non è poi tanto singolare quanto sembra; si può dimostrare che somiglia non poco al diciottesimo, e si può scommettere che il ventesimo gli somiglierà.”
Federico De Roberto e l’illusione della singolarità
Per comprendere appieno il significato di queste parole, è necessario contestualizzarle nel clima culturale della fine dell’Ottocento. Il secolo XIX era stato segnato da trasformazioni epocali: rivoluzioni industriali, scoperte scientifiche sconvolgenti (Darwin, la termodinamica, l’elettromagnetismo), rivoluzioni politiche e sociali, crollo di certezze religiose tradizionali, nascita del positivismo e poi della sua crisi, emergere del nichilismo nietzschiano.
Molti intellettuali del tempo vivevano un senso di smarrimento davanti alla velocità dei cambiamenti, alla perdita di punti di riferimento stabili, al relativismo crescente. Il XIX secolo sembrava davvero “singolare”, eccezionale, un’epoca di rotture senza precedenti con il passato. Il progresso tecnologico e scientifico dava l’impressione che l’umanità fosse entrata in una fase completamente nuova della sua storia.
In questo contesto, le parole di De Roberto suonano controcorrente, quasi provocatorie: no, il nostro secolo non è poi così speciale come crediamo.
La consolazione degli “uomini sani”
Federico De Roberto inizia con un’esortazione: “consoliamoci”. Perché avremmo bisogno di consolazione? Evidentemente perché la consapevolezza del proprio tempo può essere fonte di angoscia, disorientamento, senso di crisi. Gli intellettuali, gli spiriti raffinati, i pensatori tendono a drammatizzare la propria epoca, a vederla come unica, irripetibile, particolarmente tragica o particolarmente gloriosa.
Ma esiste, dice De Roberto, una categoria di persone che non necessita di queste consolazioni filosofiche: gli “uomini sani”. Chi sono? Sono coloro che “continuano a credere e ad amare, semplicemente”. L’avverbio “semplicemente” è cruciale: indica naturalezza, immediatezza, assenza di problematizzazione intellettuale eccessiva.
Gli “uomini sani” non sono necessariamente stupidi o ignoranti; sono piuttosto coloro che mantengono una capacità vitale di base, un’adesione spontanea all’esistenza che precede e sopravvive a tutte le crisi filosofiche. Credono (in qualcosa: Dio, l’amore, il futuro, la vita) e amano (persone, ideali, la vita stessa). Queste due capacità – credere e amare – sono presentate come fondamentali, costitutive della sanità esistenziale.
C’è qui una vena anti-intellettualistica, o meglio, una critica dell’intellettualismo come fonte di paralisi esistenziale. Gli intellettuali si consumano in dubbi, crisi, nichilismo, mentre gli “uomini sani” semplicemente vivono, credono, amano. Chi è davvero saggio?
Ma è la seconda parte della citazione a contenere l’intuizione più profonda e provocatoria: il secolo XIX non è poi tanto singolare. Ogni epoca tende a credersi unica, eccezionale, senza precedenti. Gli uomini del Settecento probabilmente pensavano che il loro secolo fosse straordinario e incomparabile. Gli uomini dell’Ottocento pensavano lo stesso. E De Roberto scommette che anche quelli del Novecento penseranno lo stesso.
Questa è una critica radicale di quello che potremmo chiamare “eccezionalismo storico” o “presentismo narcisistico”: la tendenza di ogni generazione a sopravvalutare la propria unicità, a credere di vivere un momento di svolta assoluto della storia, a pensare che i problemi e le sfide del proprio tempo siano qualitativamente diversi da quelli di ogni altra epoca.
De Roberto suggerisce invece una visione della storia come ripetizione, somiglianza, ritorno ciclico degli stessi temi fondamentali. I secoli “si somigliano”: cambiano le forme superficiali, le tecnologie, le ideologie, ma la sostanza dell’esperienza umana rimane costante.
La profezia sul Novecento: quanto aveva ragione?
Particolarmente interessante è la “scommessa” finale: il ventesimo secolo somiglierà al diciannovesimo. Scrivendo nel 1900, all’alba del nuovo secolo, De Roberto fa questa previsione. Quanto aveva ragione?
Da un certo punto di vista, sembrava aver torto: il Novecento fu il secolo delle guerre mondiali, dei totalitarismi, della bomba atomica, della conquista dello spazio, di internet – trasformazioni che sembravano davvero senza precedenti. Come si può dire che somigliasse all’Ottocento?
Ma da un altro punto di vista, più profondo, aveva ragione: le guerre mondiali non erano poi così diverse dalle guerre napoleoniche in termini di logiche di potere, nazionalismi, rivalità imperiali. I totalitarismi ripetevano, in forme moderne, antiche aspirazioni al controllo totale della società. La bomba atomica cambiava la scala ma non la sostanza della violenza umana. Internet trasformava le comunicazioni ma non i bisogni umani fondamentali di connessione, informazione, intrattenimento.
Gli uomini del Novecento hanno continuato a credere e ad amare, semplicemente. Hanno avuto le stesse paure fondamentali (morte, solitudine, sofferenza), le stesse speranze (felicità, amore, significato), le stesse passioni (ambizione, orgoglio, desiderio) degli uomini dell’Ottocento e del Settecento.
Ma la vera attualità di questa citazione emerge se la applichiamo al nostro tempo, al XXI secolo. Non soffriamo anche noi della stessa illusione? Non crediamo anche noi di vivere un’epoca assolutamente unica e senza precedenti?
Ci diciamo: la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico, la globalizzazione, i social media – tutto questo è completamente nuovo, mai visto prima nella storia umana. Il nostro secolo è davvero speciale, davvero diverso.
Ma De Roberto ci inviterebbe a essere scettici. Si può “dimostrare” – dice – che i secoli si somigliano. Le tecnologie cambiano, ma i problemi umani fondamentali restano: come vivere insieme, come gestire il potere, come dare significato all’esistenza, come affrontare la sofferenza e la morte. L’intelligenza artificiale pone interrogativi etici nuovi nelle forme ma antichi nella sostanza (chi controlla, chi è responsabile, cosa significa essere umani). I social media creano nuove modalità di comunicazione ma sfruttano bisogni umani antichissimi (riconoscimento, appartenenza, status).
La visione ciclica contro quella progressista
La posizione di De Roberto si oppone alla visione progressista della storia tipica del positivismo ottocentesco. Il progressismo crede in uno sviluppo lineare: l’umanità avanza, migliora, supera definitivamente le fasi precedenti. Ogni epoca è oggettivamente superiore alla precedente.
De Roberto suggerisce invece una visione più ciclica o, meglio, una visione che distingue tra progresso tecnico (che esiste) e progresso umano fondamentale (che è molto più discutibile). Le tecnologie progrediscono, le conoscenze scientifiche si accumulano, ma la natura umana resta sostanzialmente la stessa, con le sue capacità di credere e amare ma anche di distruggere, odiare, illudersi.
Questa visione ha echi dell’eterno ritorno nietzschiano, della concezione ciclica della storia di Vico, ma anche di una saggezza antica che riconosce l’immutabilità di certi fondamentali dell’esperienza umana. L’Ecclesiaste biblico già diceva: “Ciò che è stato sarà, ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.”
Ma se i secoli si somigliano, se il presente non è così eccezionale, qual è il valore di questa consapevolezza? Non è demoralizzante o paralizzante?
Al contrario, può essere liberatorio. Rendersi conto che le nostre angosce, le nostre crisi, i nostri problemi non sono assolutamente unici può aiutarci ad affrontarli con più saggezza. Possiamo guardare a come generazioni precedenti hanno affrontato sfide analoghe. Possiamo evitare l’arroganza di credere di dover reinventare tutto da zero. Possiamo attingere alla saggezza accumulata della tradizione.
Inoltre, riconoscere la somiglianza tra i secoli può temperare sia l’ottimismo ingenuo (“questa volta sarà tutto diverso, risolveremo tutti i problemi”) sia il pessimismo apocalittico (“siamo alla fine, tutto sta crollando, non è mai stato così terribile”). La storia suggerisce piuttosto una continuità: le cose cambiano ma anche restano le stesse, ci sono progressi ma anche regressi, nuovi problemi emergono ma vecchi problemi ritornano.
Gli uomini sani come ancora
De Roberto torna alla fine all’immagine degli “uomini sani” che continuano a credere e ad amare. Questa è forse la vera consolazione: mentre gli intellettuali si tormentano sulla singolarità o meno del loro tempo, mentre i filosofi dibattono sul senso della storia, la maggior parte degli esseri umani continua semplicemente a vivere – ad amare i propri cari, a credere in qualche valore, a sperare in un futuro migliore, a godersi piccoli piaceri, a soffrire perdite.
Questa continuità della vita umana elementare è forse l’unica vera costante della storia, il filo rosso che attraversa tutti i secoli facendoli somigliare. Le ideologie cambiano, gli imperi sorgono e crollano, le tecnologie si evolvono, ma gli umani continuano ad amare e a credere, semplicemente.
La citazione di De Roberto esprime una forma di saggezza disincantata, lontana tanto dall’entusiasmo progressista quanto dal pessimismo nichilista. È uno sguardo lucido che riconosce insieme il cambiamento e la continuità, la novità delle forme e la ripetizione della sostanza.
In un’epoca come la nostra, ossessionata dalla propria presunta eccezionalità (l’era digitale, l’Antropocene, la post-verità, l’intelligenza artificiale), rileggere De Roberto può essere salutare. Ci ricorda che forse non siamo così speciali come crediamo, che i nostri problemi hanno analogie profonde con quelli del passato, che la natura umana cambia molto più lentamente delle tecnologie.
E ci invita, forse, a emulare quegli “uomini sani” che, senza troppo tormentarsi sulla filosofia della storia, continuano semplicemente a credere e ad amare – riconoscendo che in fondo è questo, e non la presunta singolarità della nostra epoca, ciò che veramente conta.
