Questa frase di David Foster Wallace (1962-2008), tratta dalla raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi” (1999), contiene uno dei paradossi più acuti e dolorosi sulla natura umana che lo scrittore americano abbia formulato. In poche parole, Wallace identifica un meccanismo psicologico universale: la convinzione individuale di essere unici, speciali, diversi dagli altri – quella che potremmo chiamare “illusione di unicità” – è in realtà la cosa più comune, più condivisa, più banalmente uguale che esista.
Analizzare questa citazione significa addentrarsi nel cuore della poetica di Wallace, nella sua capacità di svelare le autoillusioni che strutturano l’esperienza contemporanea, e riflettere su uno dei paradossi fondamentali dell’identità individuale nell’epoca del narcisismo di massa.
“E neanche mai gli passa per la testa che è la loro certezza di essere diversi a renderli uguali.”
“Brevi interviste con uomini schifosi” di Davis Foster Wallace
Per comprendere pienamente questa affermazione, è utile collocarla nel contesto dell’opera da cui è tratta. “Brevi interviste con uomini schifosi” è una raccolta di racconti sperimentali dove Wallace esplora, spesso attraverso monologhi o dialoghi frammentari, le patologie psicologiche e morali dell’uomo contemporaneo, particolarmente quello americano della classe media.
Gli “uomini schifosi” del titolo non sono necessariamente mostri o criminali, ma uomini ordinari le cui piccolezze, ipocrisie, egoismi e autoinganni vengono messi a nudo attraverso la tecnica narrativa di Wallace. Molti di questi personaggi sono convinti della propria specialità, della propria sensibilità superiore, della propria differenza dagli altri – e proprio questa convinzione li rende prevedibili, tipici, uguali a tutti gli altri che pensano la stessa cosa di se stessi.
La struttura del paradosso: essere diversi è ciò che ci rende uguali
Il paradosso formulato da Wallace ha una struttura logica precisa: X (essere diversi) è causato da Y (la certezza di essere diversi), ma X è in realtà il suo opposto (essere uguali). È un cortocircuito logico che costringe a ripensare l’intera questione dell’identità individuale.
Scomponiamo il meccanismo:
Primo livello: Ogni persona è convinta di essere diversa, speciale, unica. Questa convinzione è profondamente radicata nella psiche umana. Pensiamo tutti di avere una prospettiva particolare sul mondo, esperienze che gli altri non hanno avuto, una sensibilità che ci distingue.
Secondo livello: Ma proprio questa convinzione – “io sono diverso” – è universale. Tutti pensano di essere diversi. Quindi tutti sono uguali nella loro certezza di essere diversi.
Terzo livello: E il paradosso finale: è proprio il credere di essere speciali che ci rende banali, prevedibili, massificati. La presunta unicità si rivela il più comune dei denominatori comuni.
Wallace sta evidentemente criticando una delle patologie centrali della cultura contemporanea, specialmente americana: il narcisismo democratizzato, l’idea che ognuno sia speciale, unico, destinato a grandi cose. Questa ideologia dell'”unicità per tutti” è stata promossa dalla cultura popolare, dalla pubblicità (“sii te stesso”, “trova la tua unicità”), dall’educazione progressista (“ogni bambino è speciale”), fino a diventare un’ossessione collettiva.
Ma Wallace vede il paradosso: se tutti sono speciali, nessuno è speciale. Se tutti sono convinti della propria unicità, questa convinzione diventa la cosa più banale e condivisa che esista. La “generazione del me” (come fu chiamata) è in realtà una generazione di cloni narcisisti che pensano tutti allo stesso modo: “io sono diverso”.
Questa critica risuona fortissima nell’era dei social media, dove milioni di persone postano quotidianamente contenuti convinti di esprimere la propria unicità, mentre in realtà replicano all’infinito gli stessi schemi, le stesse pose, le stesse performance di individualità che finiscono per creare un’uniformità soffocante.
L’inconsapevolezza come elemento chiave
Cruciale nella frase di Wallace è l’elemento dell’inconsapevolezza: “E neanche mai gli passa per la testa”. I soggetti di questa critica non sanno, non si rendono conto, sono completamente ciechi rispetto al paradosso in cui sono intrappolati. Questa cecità non è accidentale ma strutturale: se si rendessero conto che la loro certezza di essere diversi li rende uguali, il meccanismo si incepperebbe.
L’inconsapevolezza protegge l’illusione. È necessario non sapere per poter continuare a credere nella propria specialità. Qualsiasi momento di lucidità – qualsiasi intuizione che “forse non sono così speciale come penso, forse tutti pensano di essere speciali come me” – metterebbe in crisi l’intera costruzione identitaria.
David Foster Wallace stesso, nella sua opera, si colloca in una posizione ambigua rispetto a questa inconsapevolezza. Da un lato la critica spietatamente; dall’altro sa di non esserne immune. Anche lui, scrittore geniale e consapevole, non può completamente sfuggire alla trappola di credere di essere diverso, speciale, più lucido degli altri. La sua autocoscienza critica è essa stessa una forma di specialità di cui è dolorosamente consapevole.
La solitudine nell’uniformità
C’è una dimensione tragica in questo paradosso. Ognuno si sente profondamente solo nella propria unicità, isolato dalla propria differenza dagli altri. “Nessuno mi capisce”, “sono l’unico a vedere le cose così”, “la mia esperienza è incomunicabile” – questi pensieri creano un senso di solitudine esistenziale.
Ma Wallace ci mostra che questa solitudine è essa stessa un’esperienza di massa. Tutti si sentono soli nello stesso modo, tutti pensano di essere gli unici a non essere capiti, tutti vivono la stessa esperienza di isolamento narcisistico. Siamo soli insieme, uguali nella nostra certezza di essere diversi.
Questo crea una situazione paradossale: le persone sono separate proprio dalla cosa che le accomuna. Invece di riconoscere la comunanza e connettersi, restano isolate ognuna nella propria bolla di presunta unicità.
L’eredità culturale: dall’individualismo all’egotismo
La critica di Wallace si inserisce in una lunga tradizione di riflessione sull’individualismo occidentale. L’Illuminismo e il Romanticismo avevano celebrato l’individuo unico, autonomo, originale contro il conformismo della massa. Ma nel tardo Novecento, questa celebrazione dell’individualità si è trasformata in qualcosa di diverso: un narcisismo di massa dove tutti pretendono di essere individui unici ma finiscono per replicare gli stessi schemi.
Christopher Lasch in “La cultura del narcisismo” (1979) aveva già descritto questa trasformazione. Wallace ne è erede critico, mostrando come la cultura del “sii te stesso” abbia prodotto una generazione di persone tutte ugualmente convinte di essere diverse, tutte impegnate nella stessa performance di unicità.
Collegato a questo paradosso c’è il tema dell’autenticità. Nella cultura contemporanea c’è un’ossessione per l'”essere autentici”, per “essere se stessi”. Ma Wallace vede che proprio questa ricerca frenetica di autenticità è diventata la forma più inautentica di esistenza.
Quando tutti cercano disperatamente di essere autentici, quando l’autenticità diventa imperativo culturale, performance sociale, criterio di giudizio, allora cessa di essere autenticità per diventare una maschera come le altre. E tutti indossano la stessa maschera dell’autenticità, convinti di essere finalmente “se stessi”.
Nel contesto specifico della raccolta di Wallace, questa osservazione si applica probabilmente agli uomini intervistati che si credono sensibili, illuminati, diversi dalla massa maschile volgare e ottusa. Si considerano femministi evoluti, alleati delle donne, capaci di una riflessività che gli altri uomini non hanno.
Ma proprio questa certezza di essere diversi (migliori) li rende tipici, prevedibili, “schifosi” in un modo particolare: sono schifosi nella loro compiacenza narcisistica mascherata da sensibilità. La loro presunta evoluzione è essa stessa una forma di manipolazione, e il fatto che non se ne rendano conto (“neanche mai gli passa per la testa”) è parte del problema.
Come sfuggire al paradosso?
La domanda inevitabile è: si può sfuggire a questo paradosso? Se essere consapevoli di essere diversi ci rende uguali, dobbiamo forse smettere di cercare di essere diversi? Ma questo non sarebbe a sua volta una forma di conformismo?
Wallace non offre soluzioni facili. La sua opera suggerisce che forse la via d’uscita sta in una forma di umiltà radicale: accettare che siamo banali, ordinari, che i nostri pensieri e sentimenti sono stati pensati e sentiti da milioni di altri. Non nell’autocommiserazione (“sono così insignificante”) ma in un’accettazione serena della propria ordinarietà.
Paradossalmente, forse è proprio smettendo di cercare disperatamente di essere unici che si può trovare una forma di autenticità. Non nella performance dell’unicità ma nell’accettazione della comunanza, non nell’isolamento narcisistico ma nel riconoscimento della condizione umana condivisa.
C’è anche una dimensione etica in questa osservazione. La certezza di essere diversi, speciali, migliori degli altri è spesso alla base di comportamenti problematici. Chi si crede speciale si sente anche esentato dalle regole comuni, autorizzato a comportamenti che negli altri giudicherebbe negativamente.
Gli “uomini schifosi” di David Foster Wallace sono spesso uomini che giustificano i propri comportamenti con la propria presunta differenza: “Io sono diverso, quindi le regole normali non valgono per me, tu non puoi capire le mie ragioni perché non sei sensibile come me”. Questa logica narcisistica è moralmente problematica proprio perché è così comune, così replicata, così banale nella sua presunta eccezionalità.
La citazione di David Foster Wallace funziona come uno specchio spietato puntato su ciascuno di noi. Ci costringe a chiederci: anche io sono convinto di essere diverso? Anche io penso che la mia esperienza sia unica, speciale, incomprensibile agli altri? E se sì, non sto forse replicando esattamente il meccanismo che Wallace descrive?
La frase è dolorosa perché coglie qualcosa di vero e di universale. Tutti vogliamo essere speciali, tutti ci sentiamo diversi, e proprio questo ci rende tutti uguali. È un paradosso che non può essere risolto ma solo riconosciuto, e forse nella dolorosa lucidità di questo riconoscimento si può trovare una forma di onestà che è essa stessa – anche se Wallace probabilmente sorriderebbe amaramente a questa affermazione – un piccolo passo verso una differenza autentica.
