I versi di Bertolt Brecht sul valore della dimenticanza

16 Gennaio 2026

Quanto è difficile accettare l'idea di aver dimenticato un luogo, un profumo, ma quanto la dimenticanza può essere salvifica. Ce lo dice Bertolt Brecht

I versi di Bertolt Brecht sul valore della dimenticanza

“Buona cosa è la dimenticanza!” Con questa affermazione provocatoria, Bertolt Brecht (1898-1956) apre la poesia “Elogio della dimenticanza”, contenuta nella raccolta “Poesie politiche”, rovesciando completamente i valori tradizionali che esaltano la memoria come virtù suprema. In un’epoca e in una cultura – quella europea del Novecento – ossessionate dalla memoria (storica, culturale, personale), Brecht osa dire l’impensabile: dimenticare non solo non è male, ma è necessario, è “buona cosa”. Questi versi meritano un’analisi approfondita perché toccano questioni fondamentali sulla crescita, l’autonomia, la tradizione e il progresso.

Buona cosa è la dimenticanza!
Altrimenti come farebbe
il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?
Che gli ha dato la forza delle membra
e lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro
che gli ha dato il sapere?
Quando il sapere è dato
l’allievo deve mettersi in cammino.

Bertolt Brecht e la tradizione dell’anticonformismo

Per comprendere la radicalità di questi versi, bisogna collocarli nel contesto dell’opera e del pensiero di Brecht. Drammaturgo, poeta, teorico teatrale e intellettuale marxista, Brecht ha dedicato tutta la sua produzione a scardinare le certezze borghesi, a mettere in discussione le tradizioni consolidate, a provocare il pensiero critico del pubblico attraverso quello che chiamava “straniamento” (Verfremdungseffekt).

La sua poesia politica non è mai propaganda semplificata o celebrazione acritica dell’ideologia. È invece uno strumento di interrogazione critica della realtà, di messa in discussione anche delle verità apparentemente più ovvie. E quale verità sembra più ovvia dell’importanza della memoria? Eppure Brecht la sfida.

Il paradosso dell’elogio

Il titolo stesso – “Elogio della dimenticanza” – è paradossale. Siamo abituati a elogiare la memoria, non la dimenticanza. La memoria è considerata virtù: mantiene viva la tradizione, ci collega alle radici, preserva l’identità personale e collettiva, impedisce che gli errori del passato si ripetano. La dimenticanza, al contrario, è vista come difetto, debolezza, tradimento: dimenticare significa perdere identità, recidere legami, tradire chi ci ha preceduto.

Ma Brecht ribalta questa gerarchia di valori. Non solo difende la dimenticanza, ma la elogia attivamente, la celebra come “buona cosa”. Questo rovesciamento non è gratuita provocazione ma ha una precisa funzione: obbligare il lettore a riflettere criticamente su cosa significhi davvero crescere, progredire, diventare autonomi.

La prima metafora: il figlio e la madre

Brecht sviluppa la sua tesi attraverso due esempi paralleli, il primo dei quali riguarda il rapporto primordiale tra madre e figlio:

“Altrimenti come farebbe / il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato? / Che gli ha dato la forza delle membra / e lo trattiene per metterle alla prova?”

L’immagine dell’allattamento evoca il legame biologico più profondo e primario. La madre nutre il figlio con il proprio corpo, gli dà letteralmente la vita e la forza fisica (“la forza delle membra”). È un debito infinito, impossibile da saldare. Come si può abbandonare chi ci ha dato tutto?

Ma ecco il punto cruciale: proprio questa madre che ha nutrito e fortificato il figlio ora “lo trattiene”. Il verbo è significativo: trattenere, impedire, ostacolare. Ciò che era stato dono (la forza) rischia di diventare prigione se il figlio non può usarla liberamente, se deve restare accanto alla madre invece di “metterla alla prova” nel mondo.

La dimenticanza diventa quindi condizione necessaria per l’autonomia. Non si tratta di negare il debito verso la madre o di sminuire ciò che ha dato. Si tratta di riconoscere che, a un certo punto, per crescere davvero, il figlio deve poter dimenticare parzialmente quel legame, deve poter allontanarsi senza essere paralizzato dal senso di colpa o dal peso della gratitudine.

La seconda metafora: l’allievo e il maestro

Il secondo esempio è parallelo ma si sposta dalla sfera biologico-affettiva a quella intellettuale-culturale:

“Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro / che gli ha dato il sapere? / Quando il sapere è dato / l’allievo deve mettersi in cammino.”

Qui il rapporto è tra maestro e allievo, tra chi trasmette il sapere e chi lo riceve. Anche in questo caso c’è un dono fondamentale: il maestro “ha dato il sapere”, ha formato l’allievo, gli ha aperto la mente, gli ha fornito gli strumenti intellettuali.

Ma anche qui emerge lo stesso paradosso: il vero maestro è quello che forma l’allievo affinché possa andarsene. “Quando il sapere è dato / l’allievo deve mettersi in cammino” – deve partire, allontanarsi, usare autonomamente ciò che ha appreso, magari superare il maestro stesso, magari contraddirlo.

Questo richiede dimenticanza. Non dimenticanza totale (amnesia), ma la capacità di non essere ossessionati dal ricordo del debito, di non restare imprigionati nella venerazione del maestro al punto da non osare pensare autonomamente.

Questi versi hanno evidenti implicazioni politiche, centrali nella poetica di Brecht. Il poeta scrive come intellettuale marxista che crede nella necessità della rottura rivoluzionaria con il passato. Ma il passato – la tradizione, le istituzioni ereditate, i valori trasmessi – esercita un potere immenso attraverso la memoria e il senso del debito.

La società borghese che Brecht critica si fonda proprio sul culto della tradizione, sul rispetto dell’autorità costituita (genitoriale, magistrale, politica), sulla conservazione delle strutture ereditate. Il richiamo costante al debito verso il passato – “i padri fondatori”, “i maestri della cultura”, “le radici della nazione” – funziona come strumento di conservazione sociale.

La dimenticanza brechtiana è quindi anche dimenticanza rivoluzionaria: la capacità di non lasciarsi paralizzare dal peso della tradizione quando questa impedisce il progresso. Non si tratta di negare tutto il passato (questo sarebbe nichilismo), ma di saper selezionare cosa conservare e cosa lasciar andare, di non essere schiavi della memoria quando questa diventa ostacolo al cambiamento necessario.

Entrambi gli esempi di Brecht illustrano lo stesso paradosso fondamentale: il dono può diventare catena. La madre dona la vita e la forza, ma poi “trattiene” il figlio. Il maestro dona il sapere, ma questo dono può trasformarsi in vincolo se l’allievo resta perpetuamente subordinato.

Questo paradosso ha una lunga storia nella riflessione antropologica e filosofica. Marcel Mauss, nel suo celebre “Saggio sul dono”, ha mostrato come il dono crei sempre un’obbligazione, un debito che vincola il ricevente al donatore. Il dono è potere. E proprio per questo, per sfuggire a questo potere, a volte è necessario dimenticare.

Non è ingratitudine, è necessità vitale. Il figlio che resta per sempre accanto alla madre per gratitudine non cresce mai davvero. L’allievo che venera eternamente il maestro senza osare contraddirlo tradisce paradossalmente l’insegnamento ricevuto, perché il vero sapere include la capacità di pensare autonomamente.

Brecht suggerisce implicitamente che c’è un tipo di memoria che è paralizzante: la memoria-debito, la memoria-colpa, la memoria-venerazione. È la memoria che ci dice continuamente: “Ricorda tutto quello che hanno fatto per te. Come osi allontanarti? Come osi pensare diversamente?”

Questa memoria è diversa dalla memoria critica, quella che conserva le lezioni del passato per non ripetere gli errori. Brecht non propone amnesia totale ma dimenticanza selettiva: dimenticare l’aspetto vincolante della gratitudine per poter usare liberamente ciò che è stato donato.

L’attualità della questione

Questi versi di Brecht risuonano con particolare forza nel nostro tempo. Viviamo in un’epoca caratterizzata da tensioni tra tradizione e innovazione, tra rispetto delle radici e necessità di cambiamento, tra debito verso le generazioni precedenti e urgenza di affrontare problemi nuovi.

I giovani di oggi sono spesso accusati di non rispettare abbastanza la tradizione, di voler “dimenticare” troppo facilmente le lotte e i sacrifici delle generazioni precedenti. Ma Brecht ci ricorda che questa dimenticanza può essere non solo legittima ma necessaria: come potrebbero i giovani “mettersi in cammino” se restassero paralizzati dal peso della gratitudine verso chi li ha preceduti?

Pensiamo alle questioni ambientali: i giovani devono poter criticare le scelte delle generazioni precedenti che hanno causato la crisi climatica, senza essere bloccati dal discorso “ma loro non sapevano”, “dovete essere grati per il benessere che vi hanno lasciato”. La dimenticanza qui è la capacità di non lasciarsi paralizzare dalla gratitudine per poter affrontare criticamente i problemi ereditati.

Il mettersi in cammino come imperativo

L’immagine finale – “l’allievo deve mettersi in cammino” – è potentissima. Il verbo è al presente, esprime necessità: “deve”. Non è un’opzione, è un obbligo esistenziale e intellettuale. Restare fermi, restare accanto al maestro venerando perpetuamente il sapere ricevuto, significa tradire lo scopo stesso dell’educazione.

Mettersi in cammino significa usare il sapere ricevuto nel mondo, confrontarlo con la realtà, magari scoprire che è insufficiente o parzialmente errato, integrarlo, superarlo. Ma questo richiede la capacità di dimenticare – non il contenuto del sapere, ma il debito emotivo che ci vincolerebbe al maestro impedendoci di pensare liberamente.

L'”Elogio della dimenticanza” di Brecht è uno di quei testi che, dietro l’apparente semplicità, nascondono profondità filosofiche e politiche notevoli. Non è un invito al cinismo o all’ingratitudine, ma un riconoscimento lucido di una verità scomoda: per crescere, per diventare autonomi, per progredire, a volte bisogna saper dimenticare.

Dimenticare il peso del debito che ci paralizza. Dimenticare la venerazione che ci impedisce di pensare criticamente. Dimenticare la gratitudine quando questa diventa catena invece che riconoscimento.

La madre che ama davvero vuole che il figlio usi la forza ricevuta nel mondo, non che resti accanto a lei. Il maestro che insegna davvero vuole che l’allievo superi l’insegnamento, non che lo ripeta passivamente. E questo richiede dimenticanza – quella dimenticanza che Brecht, provocatoriamente ma giustamente, elogia come “buona cosa”, come condizione necessaria per ogni vera crescita e ogni autentico progresso.

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